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Alessitimia – L’ineffabilità del sentire

Post it- Chiara MIlitello
Post-it – Collage di Chiara Militello

Quando parliamo di alessitimia intendiamo un deficit nell’elaborazione e nella regolazione cognitiva delle emozioni che si manifesta in primo luogo nell’incapacità di individuare e definire le emozioni che si stanno provando. Cosa provoca la mancata identificazione di un’emozione? Quanto vale, invece, il suo riconoscimento?

Dalla sensazione alla parola

«È molto importante ciò che semplicemente il giorno ci dà, ogni singola cosa che si realizza durante il giorno. La persona, l’osservazione che ha fatto, l’odore dell’aria in quel momento. E queste cose hanno bisogno di accettazione, di ricognizione, di riconoscimento. Adesso non ho ancora la parola giusta. Ma trovare le parole è magnifico. Trovare la parola giusta è così importante. Le parole sono come cuscini: quando sono disposte nel modo giusto alleviano il dolore».

– James Hillman

Wilfred Bion, psicanalista del novecento, ha strutturato su questo stesso principio un modello digestivo della mente in cui gli elementi grezzi della percezione, da lui chiamati “elementi beta”, venivano elaborati e organizzati in forme coerenti della cognizione, gli “elementi alfa”. Questo permetteva la mentalizzazione di tutti quegli aspetti dell’esperienza dei sensi, portando i loro contorni ambigui a delinearsi. Un processo che rendeva pensabile l’impensabile e agiva in contrasto allo stato caotico che avrebbe comportato l’accumulo indiscriminato di elementi beta, la causa principale dell’avvento della psicopatologia secondo Bion.

L’elemento alfa per eccellenza, l’apice di questa sintesi che permette di organizzare le proprie percezioni, è la parola. Attraverso la parola è possibile incanalare qualcosa di non lineare e dinamico, come un sentimento, nella conformazione coincisa del termine. L’obiettivo di Bion è la creazione di una narratologia, il raggiungimento di un qualche senso di cui le parole ne rappresentano il tentativo.

Il potere del nominare

Secondo gli esperti di regolazione emotiva Kevin Ochsner e James Gross, il solo atto di riuscire a nominare l’emozione che si sta provando porta a una diminuzione dell’attività dell’amigdala – addetta alla percezione e alla valutazione della stessa attribuendo a ogni stimolo il giusto livello di attenzione – aumentando contemporaneamente l’attività della corteccia prefrontale, la cui funzione è dedicata alle attività di pianificazione, decisione e alla gestione emotiva.

In questo senso, l’etichettamento verbale di uno stato interno conduce a una minore attivazione emotiva che permette alla persona di non esser sopraffatta dall’affetto stesso, in cambio di una maggiore meta-cognizione e consapevolezza delle proprie emozioni (Ochsner & Gross, 2005). È possibile affermare che per gestire efficacemente un’emozione il primo passo sta proprio nell’individuarla e nominarla. 

Trovare la parola significa far esistere, conquistare, cogliere l’emozione per salvarla dalla sua esistenza latente e darle nuova vita.

Il costrutto psicologico dell’alessitimia

Se tradurre sensazioni in parole permetterebbe, quindi, la cessazione del dolore, cosa accadrebbe se questo processo elaborativo fosse coartato? Quali sarebbero le complicanze sulla salute mentale della persona al momento in cui mancasse la capacità di esprimere i propri stati interni, se fossimo senza parole per le emozioni e quindi alessitimici (dal greco a= mancanza, léxis= parola, thimos= emozione)?

Letteralmente “mancanza di parole per le emozioni” ( Nemiah, Freyberger e Sifneos, 1976), il termine alessitimia descrive un deficit nell’elaborazione e nella regolazione delle emozioni sia sul piano cognitivo che percettivo esperienziale (La Barbera & Caretti, 2005).

Tuttavia, non basta pensare al costrutto dell’alessitimia come una sorta di analfabetismo emotivo, come lo chiamerebbe Galimberti. La difficoltà a definire verbalmente i propri stati interni deriva dalla limitata capacità di esperire le emozioni in modo consapevole (Lane et al.,1997) Nel soggetto alessitimico vi è una scarsa sensibilità agli stati interni, il che porta la sua attenzione a dirigersi prevalentemente verso la realtà esterna e ad impiegarsi in un pensée operatire (Marty & M’Uzan, 1963), ovvero un tipo di pensiero orientato verso le esigenze pratiche della quotidianità.

Inoltre, l’alessitimia implica un certo grado di disconnessione referenziale tra l’aspetto cognitivo e quello della percezione emotiva. Le emozioni risultano collegate molto debolmente con le immagini e con le parole, venendo così vissute come sensazioni fisiologiche o impulsi poco differenziati, ambigui e caotici. (La Barbera & Caretti, 2005).

La difficoltà a identificare e descrivere le emozioni è preceduta dall’avvertimento da parte del soggetto di una certa mutazione interna – il corrispettivo fisiologico dell’emozione -, ma a questo non segue un’adeguata elaborazione cognitiva che gli consenta di riconoscere davvero quel che sta provando.

Un paziente alessitimico, quindi, si troverà confuso nel distinguere un’emozione da uno stimolo corporeo o nel discriminare le emozioni stesse; spesso non capirà né la causa né la natura del suo turbamento, la sua attività immaginativa sarà deficitaria o assente, si occuperà prevalentemente di questioni pratiche e avrà un lessico psicologico limitato il che comporta una notevole difficoltà a comunicare, perfino a se stesso, quel che lo traversa.

La reificazione sintomatologica dell’emozione repressa

Non a caso gli inizi degli sviluppi teorici rispetto a questo costrutto presero piede a partire dall’osservazione clinica da parte dello psichiatra Sifneos di pazienti affetti da malattie psicosomatiche come ulcera, asma o ipertensione.

Nell’insieme di sintomatologie più disparate e mutevoli non si riscontrava alcun corrispettivo organico ma l’occhio attento dello psichiatra riconobbe tra i pazienti una certa coartazione del mondo emotivo, coniando il termine alessitimia nel 1973. È così che l’emozione non riconosciuta o repressa si manifesta in sintomo

Sulla base di questa conclusione iniziale, è stato ipotizzato che la ridotta capacità dei soggetti alessitimici di provare le emozioni come sentimenti coscienti li porti a focalizzarsi sulle sensazioni somatiche che accompagnano l’attivazione fisiologica emotiva (Lane & Schwartz 1987). In mancanza di rappresentazioni mentali adeguate delle emozioni, i soggetti con alessitimia grave non sono capaci di attribuire significati emotivi alle sensazioni somatiche ma tendono a interpretarle come sintomi di una malattia. In particolare, è stata riscontrata una correlazione tra alessitimia e amplificazione somatosensoriale in pazienti affetti da malattie fisiche (Nakao et al., 2002)

«Un’emozione non causa dolore. La resistenza o la soppressione di un’emozione, quelle sì che causano dolore».                           

-Frederick Dodson

Educare ai sentimenti

L’alessitimia rappresenta uno di quei deficit che possono essere spiegati da fattori ambientali precoci, in questo caso è determinante il ruolo che gioca il tipo di attaccamento e la qualità della relazione madre-bambino nei primi anni di infanzia. 

“ La psiche non è una dote naturale che si possiede per il solo fatto di esser nato e cresciuto. La psiche è qualcosa che si forma”. – Umberto Galimberti

– Umberto Galimberti

Allo stesso modo, sentire non è un prerequisito ma un’abilità che si acquisisce culturalmente e dipende dall’impatto che il contesto di sviluppo ha avuto sull’individuo durante il percorso della sua esperienza di vita. 

Grazie ad una sintonizzazione profonda, radicata nel loro legame biologico, il caregiver – colui che sostiene la crescita del bambino quando ancora non è autosufficiente, in genere la madre – risponde con attenzioni e cure mirate alle esigenze del bambino ponendo il primo tassello per lo sviluppo di una salda organizzazione e regolazione emotiva.

Una strutturazione ulteriore si sviluppa, secondo le neuroscienze nei primi tre anni, grazie alla formazione di mappe emotive attraverso le quali si origina la capacità di percepire adeguatamente il mondo esterno e gli altri e di accogliere e reagire agli eventi in modo proporzionato.

I dialoghi emotivi tra genitori e bambino che hanno come oggetto i nomi, le cause e le conseguenze delle emozioni. Questi forniscono un sostegno fondamentale ai processi di comprensione degli affetti favorendo la capacità dei bambini di connettere i propri stati interni alle situazioni, di costruire mappe coerenti dell’esperienza emotiva, che gli permettono di orientarsi e regolare il proprio comportamento (Harris, 2008).

In base a questo fondamentale rapporto si traccerà lo sviluppo degli affetti e delle capacità cognitive del bambino rispetto ad essi (La Barbera & Caretti, 2005).

La stessa capacità di mentalizzare e rappresentare cognitivamente un’emozione è strettamente legata alla regolazione degli stati affettivi e permette di conseguenza di poterli riconoscere e in parte gestire consapevolmente.

Tale attitudine ha possibilità di svilupparsi in modo compiuto solo in una relazione madre-bambino basata sulla soddisfazione dei bisogni e sulla fiducia, vale a dire laddove è instaurato un attaccamento sicuro.

Se questo tipo di attenzione da parte delle figure genitoriali non si presenta, se il loro rapporto col bambino è strutturato semplicemente dalla dicotomia bisogno-soddisfacimento di quelle che possono essere gli aspetti più pratici del vivere come dormire o nutrirsi, la dimensione del sentimento non si forma

La sfera cognitiva ad essa legata, non essendo mai o solo di rado attraversata da un significativo e adeguatamente organizzato apporto emotivo, reserà atrofizzata e poco sensibile ad ogni segnale con cui il mondo interno si esprimerà. A sua volta, non entrando mai davvero in ralazione con la propria componete emotiva e quindi non essendo capace di affrontarla, l’individuo inizierà non solo ad ignorare ma a evitare attivamente tutto ciò che ne è parte a causa di questa dinamica inibitoria. In primo luogo, scambiando quella che è la componente fisiologica di un’emozione con sintomi corporei, e di conseguenza non attribuendole il valore che meriterebbe e adottando come unico approccio alle difficoltà uno stile di pensiero orientato verso l’esterno.

L’alessitimia può, in questo modo, svilupparsi come un possibile esito di una strategia di autoregolazione emotiva appresa.

Alessitimia e contesto sociale

La connotazione emotiva che attribuiamo a un evento permette di formare la nostra esperienza in merito e di modificare il nostro approccio futuro rispetto a tale situazione o rispetto a contesti simili. 

Se, però, la mentalizzazione di queste emozioni non avviene, non sarà nemmeno possibile una regolazione, un controllo e quindi un utilizzo efficace delle stesse. Ciò non permette l’acquisizione dell’abilità di gestione dei propri stati interni provocando ulteriori difficoltà di adattamento nei contesti non familiari con cui l’individuo interagirà.

In questo modo, la sensazione negativa non viene adeguatamente impiegata nella dimensione emotiva della persona non incontrando la possibilità di esser trasformata in modo funzionale tramite l’elaborazione. 

Essi mostrano, infatti, una scarsa capacità di provare emozioni positive come gioia, felicità o autentica soddisfazione (Sifneos, 1987; Krystal, 1998 ). Tale contenuto emotivo troverà così collocazione in un sintomo oppure sfocerà nell’impulsività o in condotte non idonee creando un ciclo interpersonale disfunzionale.

Ripercussioni importanti non mancano sul piano delle relazioni interpersonali. Krystal (1979) evidenzia l’incapacità degli alessitimici a saper empatizzare il prossimo come conseguenza della difficoltà a riconoscere le proprie stesse emozioni oppure lo scarso interesse che le altre persone nutrono verso gli alessitimici a causa dei loro discorsi prevalentemente pratici e privi di significato effettivo. Tutto ciò si traduce nella scelta di isolarsi dalla realtà sociale o, al contrario, nello sviluppare relazioni fortemente dipendenti (La Barbera & Caretti, 2005).

Una normale anormalità

La natura del costrutto dell’alessitimia ha superato il dibattito tra l’esser concettualizzata come tratto di personalità stabile o una condizione patologica grazie ad una serie di osservazioni che rilevano il funzionamento alessitimico anche nelle persone non somatizzanti, rappresentando, così, un tratto di personalità

La presenza di sintomi alessitimici è stata riscontrata nei disturbi post-traumatici da stress (Krystal, 1968) , nella dipendenza da sostanze (Krystal & Raskin, 1970), nel disturbo del comportamento alimentare (Bruch, 1973) e, in gran parte anche nella popolazione generale non clinica (Loas et al., 1993).

Pensateci: a chi non è mai capitato di non riuscire a capire cosa stesse provando o di non trovare il modo giusto per esprimerlo? Questo vuol dire che la gran parte delle persone è alessitimica? No, o meglio, tutti lo potremmo essere in percentuale più o meno elevata.

È importante sottolineare come non si possa considerare l’alessitimia alla maniera di un fenomeno del tipo “tutto o nulla” (Taylor, Bagby, Parker , 1991). 

Diverse ricerche privilegiano una concezione dell’alessitimia come di una dimensione clinica transnosografica, che si estende lungo un continuum che dal normale va al patologico a seconda del suo livello di intrusività. Essa non consiste in un’incapacità assoluta di provare consapevolmente e quindi esprimere le emozioni ma viene più correttamente intesa come un «deficit nella capacità di regolare gli affetti, che, a seconda del suo grado di strutturazione, può coinvolgere interamente la vita dell’individuo e la sua modalità di esperire il proprio corpo, il proprio mondo interno e le relazioni con l’ambiente esterno, oppure intaccare specifiche aree mentali relative a contenuti specifici dell’esperienza» (La Barbera & Caretti, 2005).

Ci si attiene, quindi, sempre ad una concezione dimensionale al momento in cui ci riferiamo a un tratto di personalità in cui la sua azione disturbante viene misurata in termini quantitativi. È più corretto parlare di alta/grave o bassa/lieve alessitimia piuttosto che indicare la presenza o l’assenza del tratto alessitimico, che invece corrisponderebbe al punto di vista categoriale.

Molto spesso si inciampa nell’errore di paragonare il disagio psicologico al pari di una patologia organica. Questa concezione sarebbe corretta in campo psichiatrico laddove si interviene sul disturbo mentale come se fosse un’infermità fisica. In psicologia non si parla di malattie, il soggetto a cui viene diagnosticato un disturbo non lo rende necessariamente diverso rispetto al resto della società. Patologia non è sinonimo di anormalità.

Quello che conta è la dimensione del disturbo, la gravità dei sintomi e la misura in cui essi influenzano la vita della persona. Quella per cui si parla comunemente di “malattia” in psicologia non rappresenta altro che l’estremo funzionale della normale distribuzione quantitativa lungo la quale una dimensione può esser soppesata.

Non esiste il normale o il non normale, ma tutto può essere misurato. Questo è ciò che rende l’anormlità normale.


Credits:
Chiara Militello per l’opera in copertina: 16.08.20 – Post it
Esporsi in silenzio, stretta allo stomaco.
Urlare nel vuoto, il mio bisogno di voce. 

Chiara Militello, in arte Milc, è una studentessa di psicologia clinica e di arteterapia. Scopre il collage per caso e nel tempo questa tecnica diventa la sua seconda lingua, quella più sensibile e profonda, un modo per conoscersi e raccontarsi.


Bibliografia:

Per saperne di più –> https://www.intermezzorivista.it/category/diramazioni/storia-e-societa/

Vincenzo Caretti, Daniele La Barbera (a cura di), “Alessitimia. Valutazione e trattamento”. Roma: Astrolabio, 2005, pp. 208.

Ochsner, K.N., & Gross, J.J. (2005). The cognitive control of emotion. Trends in Cognitive Sciences, 9, 242–249.

Marty, P., de M’uzan, M. (1963), “La ‘pensée operatoire”, Revue Française de Psychanalyse, 27 (suppl.), Pp. 1345-1356.

Lane , R. D. , Ahern , G. L. , Schwartz , G. E. , Kaszniak , A. W. (1997) , “ Is alexithymia the emotional equivalent of blindsight ? ” , Biol . Psychiat . , 42 , pp . 834-844 .

Lane , R.D. and Schwartz , G.E. ( 1987 ) . Levels of emotional awareness A cognitive developmental theory and its application to psychopathology . American Journal of Psychiatry , 144 , 133-143

Nakao , M. , Barsky , A.J. , Kumano , H. , et al . ( 2002 ) . Relationship between somatosensory amplifica tion and alexcithymia in a Japanese psychosomatic clinic . Bychosomatics , 43 , 55-60.

Harris, A. (2008). Leading Innovation and Change: knowledge creation by schools for schools. European Journal of Education, 43(2), 219–228. doi:10.1111/j.1465-3435.2008.00343.x 

Krystal , H. ( 1988 ) , ” On some roots of creativity ” , Psychiatric Clinics of North America , 11 , pp . 475-491.

Sifneos, P. E., Apfel-Savitz , R., Frankel, F. H. ( 1977 ) , “The phenomenon of ‘ alexithymia’. Observations in neurotic and psychosomatic patients ”, Psychotherapy and Psychosomatics, 28, pp . 47-57 .

Krystal, H. (1968), Massive Psychic Trauma, International Universities Press, New York. 

Krystal, H. (1979), “Álexithymia and psychotherapy”, Amer. J. Psychother., 33, pp. 17-31.

Krystal, H., Raskin, H. (1970), Drug Dependance, Wayne State University Press, Detroit.

Loas, G., Fremaux, D., Marchand, M. P., Chaperot, C., Dardennes, R. (1993), “L’alexithymie chez le sujet sain: validation de l’echelle d’a. lexithymie de Toronto (TAS) dans une population ‘tout venant’ de 144 sujets, application au calcul de la prevalence”, Annales Médico-Psycholo. giques, 151, pp. 660-663.

Bruch, H. (1973), Patologia del comportamento alimentare: obesità, anores- sia mentale e personalità, Feltrinelli, Milano 1990.

Nemiah, J. C., Freyberger, H., & Sifneos, P. E. (1976). Alexithymia: A view of the psychosomatic process. In O. W. Hill (Ed.), Modern trends in psychosomatic medicine (Vol. 3, pp. 430–439). London: Butterworths. 

Taylor, G. J., Bagby, R. M., Parker, J. D. A. (1991), “The alexithymia build: a potential paradigm for psychosomatic medicine”, Psychosomatics, 32, pp. 153-164.


Sitografia:

Umberto Galimberti: le mappe emotive. Wise society. https://www.youtube.com/watch? v=TCSxOem2eOY . 

Linda Barberis

Pubblicato da Linda Barberis

Nata a Casale Monferrato (AL), sono una Studentessa di Psicologia all'Università Sigmund Freud di Milano. Trovo in questa disciplina l'enorme potere di poter curare un male ancora più gravoso di quello fisico. Il mio obiettivo è sfruttare tale sapere, intercalandolo nel vertice più intimo dell’umano. Se anche in piccola parte ci riuscirò, sarò soddisfatta e mi sentirò piena come quando avverto di aver snodato la trama di un'emozione, aver toccato il nervo teso della vita. - Mail: barberislinda@gmail.com Cellulare: 3451737686