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Almarina, Valeria Parrella: amore, solitudine e disuguaglianze tra le mura del carcere.

Siete disposti a credere ai colpi di fulmine, ma altre forme d’amore improvviso vi mettono in sospetto. Le amicizie sembrano maliziose, l’amore per i discepoli riverbera di paternalismo e l’ammirazione profonda per gli anziani pare sia coperta da chissà quale mancanza nascosta nel passato. Volete che l’amore proceda per gradi, vorreste intravedere un percorso lineare, guardare morbosi tutto. Invece no, non si guarda: il cuore è opalino e gli esami di coscienza sono per gli infelici

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Non vi è alcun limite o confine parlando d’amore. Tale sentimento, nelle sue molteplici estensioni, lascia un impronta indelebile nella linearità della vita. I vincoli di spazio e tempo ne segnano inevitabile la fine, producendo un mutamento, uno scarto tra un prima, ormai sfumato, e un dopo, rappresentato da un io che esiste nell’oggi.  

È una storia d’amore quella raccontata da Valeria Parrella nel suo ultimo romanzo, “Almarina”, pubblicato nel 2019 da Einaudi. Finalista al premio Strega 2020 il libro si distingue grazie alla bravura della sua autrice che, in poche pagine, descrive in una chiave originale e profonda l’amore nella sua forma più pura e genuina, quello tra una donna, una madre che non ha mai avuto un figlio e una figlia che ha bisogno di una madre. 

LA TRAMA

Il romanzo si propone al fruitore come un continuo flusso di coscienza della protagonista, Elisabetta, una donna di circa cinquant’anni che insegna matematica nel carcere minorile di Nisida a Napoli. Da molti anni ormai varca i cancelli del penitenziario, incontrando insegnanti e studenti che entreranno a far parte della sua vita solo per un breve lasso di tempo. Il centro di detenzione nel quale lavora è un mondo diverso da quello in cui è nata e cresciuta: è il regno del silenzio, dove il tempo si ferma; in esso non esiste ieri e non esiste domani ma un eterno oggi. I suoi alunni mutano di anno in anno, qualcuno ritrova la libertà, qualcuno la perde per sempre, molti ragazzi entrano a far parte della vita di Elisabetta per pochi istanti. 

In questo mondo l’insegnante incontra Almarina, giovane adolescente romena che a Nisida sconta la sua pena. Il loro incontro è destinato a cambiare radicalmente la vita di entrambe, sfociando in un amore che si sviluppa a partire dalla comprensione delle reciproche sofferenze nell’incontro dello sguardo. 

Elisabetta è vedova, il marito, morto in un incidente stradale pochi anni prima, è simbolo di un amore, una stabilità, un equilibrio interrotto bruscamente dallo scorrere del tempo che, audace, ha “cambiato le carte in tavola” lasciando la donna nell’abisso della solitudine.  Almarina è scappata dalla Romania, insieme al fratello minore, a seguito degli abusi del padre. Messa dalla nonna su un camion, è stata costretta alla prostituzione per pagare il trasporto in Italia. Come la protagonista anche la giovane ragazza vive solitudine, paura ed incertezza nei confronti del mondo che l’aspetta.

Il loro crescente rapporto, l’amore che queste due donne si scambiano, risulta essere la soluzione, l’antidoto perfetto per rendere il passato memoria e guardare con occhi nuovi il futuro.

LA STRUTTURA DELL’OPERA

Il romanzo è caratterizzato da una struttura circolare: la fine è il preambolo dell’intera storia che si sviluppa come un lungo flashback raccontato in prima persona dalla protagonista, il cui punto di vista è fondamentale per la trama. L’uso di tale espediente narrativo si dimostra una scelta vincente, con il quale l’autrice crea l’atmosfera intima tipica del racconto memoriale, mantenendo allo stesso tempo costante la curiosità del lettore. 

La struttura dell’opera si presenta, dunque, priva di linearità con repentine riflessioni e rimandi al passato. A tratti i flussi di pensiero di Elisabetta appaiono elevarsi a quelli di un narratore “onnisciente” che mette in luce e fa chiarezza sui “punti oscuri” del passato di Almarina, lasciando trasparire le ragioni della sua debolezza. La stessa struttura del libro non prevede alcuna divisione in capitoli: il fruitore si trova a “leggere un pensiero”, un work in progress privo di ordine, dove storia, valutazioni, e memorie si intersecano e si sovrappongono continuamente.

Elisabetta e almarina: tra solitudine e destino

Il carcere minorile di Nisida non viene raffigurato dall’autrice come un luogo negativo e oscuro: gli occhi dell’insegnante ne percepiscono l’intento rieducativo e formativo. Oltre alle lezioni ai ragazzi è concesso di svolgere attività fisica all’aperto e imparare, nei laboratori, i lavori manuali. Nel corso di una lezione di matematica Ciro, un giovane detenuto, chiede ad Elisabetta un consiglio per la composizione di una lettera destinata alla madre. Per aiutarlo nel suo intento l’insegnante gli dona una copia delle “Lettere dal carcere” di Antonio Gramsci. Anche lui, come i ragazzi, ha vissuto la detenzione e tra le mura del penitenziario è riuscito a produrre un opera epistolare, destinata a consacrarsi come il vertice massimo del suo pensiero. 

Le memorie epistolari del pensatore sardo non risultano però propedeutiche allo sviluppo intellettuale di Almarina (che vedendo il romanzo, lo chiede in prestito): la ragazza interrompe la lettura, non riesce ad immedesimarsi nell’interiorità dell’intellettuale, invidia lui e i suoi interlocutori. A creare un insormontabile distanza, rendendo l’identificazione impossibile, è la mancanza di un ascoltatore, poiché nessuno dall’altra parte delle mura aspetta una sua lettera. La critica all’epistole avvicina le due protagoniste, la giovane detenuta comprende quanto dolore e solitudine la sua insegnante abbia da condividere: da quel momento le loro lettere avranno un destinatario.

Prima di incontrarsi le due donne erano perse in un limbo, vivevano la loro vita in assenza di una direzione: da un lato Elisabetta, dopo la morte del marito, non riesce a dare un senso alla sua esistenza come donna, dall’altro Almarina si trova sola, lontana da casa, troppo spaventata dal suo passato per guardare al futuro. Due passati diversamente dolorosi, le hanno condotte nello stesso spazio e nello stesso tempo: diventa qui impossibile prescindere dall’idea di “fato” che rimane, per tutto il corso della narrazione sottintesa. 

Il loro rapporto richiama ed è esemplificato perfettamente da una leggenda popolare di origine cinese: “il filo rosso del destino” (運命の赤い糸). Secondo questo mito ogni uomo è unito, tramite un filo rosso invisibile annodato al mignolo della mano sinistra, alla persona a cui è destinato, alla sua “anima gemella”.  Tale legame è indistruttibile: possono passare moltissimi anni, innumerevoli sofferenze, ma prima o poi le due persone si incontreranno, realizzando ciò che ha previsto per loro il fato. Elisabetta e Almarina hanno dovuto soffrire, vivere l’angoscia e la paura per poter arrivare, a quell’incontro, a quel “colpo di fulmine” destinato a dare alla vita di entrambe un senso inedito.

L’organizzazione sociale, il fondamento della disuguaglianza tra gli uomini

È uguale al giudice che lo ha condannato e al suo compagno di cella, a Pitagora, all’uomo che strangolò nel letto e a quello che sta virando con il motoscafo laggiù, alla ragazza che gli piace e a Leonardo Da Vinci, e al vecchio senza un braccio spedito a terra a piazza Nicola Amore che raccoglieva mendico pezzi di pasta da una vaschetta: qua è uguale a me

Fuori dalle mura di quel penitenziario, fuori dalla società così come è stata costruita oggi, da un punto di vista puramente darwiniano ogni uomo, ladro, assassino, insegnante, guardia, è biologicamente identico. Nonostante ciò, questi soggetti, inseriti all’interno del sistema sociale, perdono il diritto di essere considerati eguali: da un lato abbiamo chi sorveglia, chi giudica, chi rappresenta idealmente il bene, dall’altro il detenuto, condannato per un crimine, destinato alla reclusione e alla sottrazione della libertà. 

Lo sguardo che l’autrice condivide con la protagonista sembra lontano dalla banale, ma consueta, linea di demarcazione tra buoni/cattivi. Nel romanzo viene proposta una visione e una riflessione inedita, a tratti “impopolare” sul mondo delle carceri e sulle persone che ne fanno parte. Ci troviamo di fronte ad un punto di vista interno ed empatico che richiama il pensiero illuminista di Jean-Jacques Rousseau: “L’uomo nasce buono ma è la società che lo corrompe”. 

La concezione del “buon selvaggio”, esposta in più opere dall’intellettuale svizzero, si oppone alla visione “Homo homini lupus” proposta da Hobbes, secondo la quale la natura dell’uomo è egoistica, guidata dall’istinto di sopravvivenza e dalla sopraffazione dell’altro. Secondo Rousseau la natura umana è invece caratterizzata da una sostanziale neutralità alla sua origine: è solo a causa del contatto con la società, nociva e degenerativa, che viene corrotta.

Nel “Discorso sull’ineguaglianza” il filosofo nega la disuguaglianza come prodotto naturale: nello “stato di natura” l’uomo è guidato dall’amore per se stesso (la tendenza alla conservazione) e la pietà, intesa come repulsione verso la sofferenza di ogni essere sensibile a lui simile. Con la nascita e la formazione della società (lo “stato civile”) l’armonia viene spezzata dalla competizione e dalla falsità, dai quali derivano oppressione e disparità. Con la nascita del progresso gli uomini entrano tra di loro in contatto per soddisfare un bisogno, provocando la prima grande divaricazione tra ricchezza e povertà. 

Il primo che, avendo cintato un terreno, pensò di dire questo è mio e trovò delle persone abbastanza stupide da credergli fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, quanti assassinii, quante miserie ed errori avrebbe risparmiato al genere umano chi, strappando i pioli o colmando il fossato, avesse gridato ai suoi simili: guardate dal dare ascolto a questo impostore! Se dimenticate che i frutti sono di tutti e la terra non è di nessuno, siete perduti!

 Discorso sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza parte II; 2004, p. 72

Le teorizzazioni sull’uguaglianza di Rousseau forniscono un interpretazione filosofico-antropologica ad un importantissima “sottotrama” del romanzo, che ne costituisce in parte la morale. Elisabetta, in una delle sue lezioni, spiega ai detenuti la classificazione delle specie viventi: il detenuto Carlo al livello di “regno animale” è uguale ad una rana; al livello di classe, essendo un “mammifero”, corrisponde ad una pecora e, ad un livello ancora superiore, quello di genere, è uguale ad uno scimpanzé. Si arriva però alla specie umana, formata da individui con caratteristiche simili, capaci di riprodursi e di generare prole feconda. In questo caso Carlo è uguale alla sua insegnante, al giudice che l’ha condannato e anche alla sua vittima. L’uguaglianza antropologica non trova però corrispondenza biunivoca nell’uguaglianza sociale: 

Non è vero che siamo tutti esseri umani uguali, perché l’uguaglianza non è una condizione interna all’individuo, ma si costruisce tra le parti, quando si guardano da un lato ad un altro del tavolo

Pag. 84

La congiunzione con il pensiero di Rousseau si sviluppa nella consapevolezza che la differenza la crea e la modella la società con la sua scansione in classi sociali. Al termine del romanzo l’insegnante di italiano assegna ai suoi studenti un tema: “una cosa che mi è successa quando ero piccolo”. 

Il primo racconto, quello di V.P. è quello della morte del padre poco dopo la sua uscita di prigione, M.P racconta l’ultima giornata in barca prima dell’incarcerazione del padre, P.G racconta la solitudine e la mancanza della nonna con la quale aveva un profondo legame, E.F racconta il primo incontro con la madre, a tredici anni e la sua riluttanza nei confronti della donna. 

Le brevi narrazioni forniscono la prova finale, quella più umana, delle teorizzazione di Rousseau e di Valeria Parrella: chi commette un azione sbagliata, spesso (ma non sempre) non nasce con un intrinseca malvagità, ma la sua cattiveria e il suo errore sono il prodotto e l’estrema conseguenza di un passato di sofferenza e difficoltà. A commettere l’errore non è l’uomo in quanto tale ma la società che, come sistema “competitivo” e di sopraffazione, induce alla disuguaglianza tra gli uomini. 

Lo sguardo di elisabetta: una prospettiva inedita

La vicenda di Almarina, raccontata dagli occhi di Elisabetta, cattura il fruitore rendendolo partecipe di una storia di destini incrociati. Ma non parliamo solo di una storia d’amore e complicità, ma anche di una riflessione sulle carceri, come fulcro rieducativo fondamentale per il reinserimento nella società. In queste strutture, per un lasso di tempo limitato, degli esseri umani vivono a stretto contatto con la loro solitudine, perdono la loro libertà e si diversificano dal resto della collettività.

L’autrice riflette su tale differenza sottolineando come essa non sia antropologica ma sociale. Il crimine è commesso da persone, ragazzi penalizzati dalle disuguaglianze della società, portati da essa verso l’ingiustizia. In questo romanzo prende piede una prospettiva inedita, non quella del carcerato o della guardia, ma di un’ educatrice, una donna capace non solo di una straordinaria sensibilità ma anche di una profonda critica nei confronti della società circostante.

Francesca Manzoni

Pubblicato da Francesca Manzoni

Classe 1999, sono nata e cresciuta a Bergamo dove mi sono diplomata presso il liceo scientifico L. Mascheroni. Dal 2018 ho intrapreso gli studi di Lettere Moderne presso l’Università Statale di Milano. Nonostante un profondo legame con la letteratura coltivo da sempre un insaziabile sete di conoscenza per ciò che concerne il mondo del cinema, con l’obbiettivo di spingermi oltre le apparenze.