Un balzo dall’Unità ad oggi. Per un confronto tra la prima e l’ultima modernità con l’occhio di uno scapigliato

Cristo morto - riproduzione di Cinzia Pedruzzi
Cinzia Pedruzzi, Cristo morto, riproduzione

Beninteso che non si possa ancora parlare di un superamento completo della modernità letteraria, il saggio che propongo di seguito non ha quale primo intento quello di dimostrare come l’oggidì scientifico ed editoriale si mantenga simile a sé stesso nel quadro di un’ottica scapigliata tardottocentesca, ma piuttosto l’obbiettivo contrario: chiarire come un supposto scrittore scapigliato del giorno d’oggi perisca, nel confronto con il mondo editoriale e scientifico odierno, con intensità uguale o maggiore a quella con cui soffriva i suoi tempi.

Per adempiere agli obbiettivi sopra proposti, considero necessaria la presentazione del panorama scapigliato di fine Ottocento, che procederà dalla relazione di un testo esemplare per i suoi e per i nostri tempi, dal momento che inquadra con pragmatismo letterario il problema scientifico e culturale di quell’epoca, e consentirà di riflettere sulla natura dello stesso diverbio nella più contemporanea modernità.

Passando per la prosa: “Un corpo”

Un corpo (1870), di Camillo Boito, è il racconto d’artista di uno scrittore scapigliato che ha provato a restituire alla contemporaneità il grosso conflitto tra scienza e arte in chiave letteraria, scrivendo in un arco di tempo in cui il pensiero positivista comtiano ed evoluzionista darwiniano promettevano grandi traguardi a tutti gli italiani, specie in prospettiva scientifica.

L’anatomista Karl Gulz, sulla scia dello scientismo di quell’epoca, crede di poter scoprire il segreto della bellezza del corpo umano praticando la dissezione cadaverica, dunque ha intenzione di mostrare al suo bisturi il mistero estetico (C. Boito, Un corpo in G. Cenati, Racconti d’artista della scapigliatura, 2019) del corpo di Carlotta, modella e amante del narratore in autodiegesi, pittore anonimo scapigliato e ritratto d’artista di Camillo Boito.

L’artista si batte veementemente in un primo colloquio orale con lo scienziato, sostenendo l’autorevolezza dell’arte nel cogliere l’irrazionalizzabile, quindi eterna la bellezza della sua modella attraverso la pittura, poi porta il dipinto ad un’esposizione. Al termine del racconto – nella sua prima edizione del 1870, con chiusa originale – il pittore scopre che il suo capolavoro, che ama ancor più della stessa donna, è stato comprato da Karl Gulz; Carlotta muore cascando nel Danubio, ma compare magicamente nel laboratorio dell’anatomista, in procinto di essere dissezionata – i passaggi logici, in un racconto scapigliato del genere fantastico, non si spiegano; il pittore ricompra la sua tela, stringe la mano a Gulz e torna a casa, dopodiché squarcia il suo quadro con un temperino dal momento che non gli sembra né vero né bello (C. Boito, Un corpo, 1870).

Lo scapigliato Camillo Boito e il conflitto con la scienza: la conclusione del racconto…

Può sembrare del tutto metaforizzato in questo brutale squarcio il verdetto finale che l’autore scapigliato estende in merito allo scontro fra le due discipline; e infatti, i più interpretano la chiusa del racconto come un’inevitabile vittoria della scienza sull’arte, forse anche lasciandosi trasportare da una lecita considerazione sul periodo storico postunitario, in cui il positivismo s’impossessava anche della letteratura, sparivano le ambientazioni idilliche e tutto lo scibile cercava di essere interpretato con teorie ed empirismo.

…e la risposta della letteratura

Tuttavia è doveroso assumere la consapevolezza del fatto che, seppure i fatti narrati possano portare nella direzione di un’attribuita vittoria a Karl Gulz, e con esso alla sua disciplina per metonimia, il narratore si prende non poche volte gioco dell’arcinemico, evidenziando nello specifico l’aura di sacralità che lo scienziato sembra sprigionare ogniqualvolta parli della sua devozione alla materia. Del resto, in linea con il pensiero di Giovanna Rosa, gli scapigliati declinano materiali e figure tratte dal campo delle materie positive e tendono ad acquisirle alla loro dimensione irrazionale, avvolgendo i personaggi dediti alle nuove discipline entro un alone di sacralità arcana.

<<In quell’uomo>> pensavo <<c’è un sacerdote>> e abbassai con rispetto la testa. Dopo una breve pausa continuò: – “Io vivo per la scienza. Non ho mai amato, mai sofferto, mai gioirò per altro che per la scienza”.

(C. Boito, Un corpo in G. Cenati, Racconti d’artista della scapigliatura, 2019).

È proprio mistificando i “nuovi sacerdoti” che gli scapigliati compensano la loro perdita d’aureola, combattendo il misconoscimento intellettuale e professionale, subito da una società con un nuovo dio, con le stesse armi della letteratura, per ricordare il prestigio dell’uomo di lettere e innalzare nella catastrofe il vessillo della libera fantasia creativa, l’unica rimasta inerte ai valori dell’utilitarismo.

A questa rivolta romantica, l’autore scapigliato contribuisce anche mostrando a quali mostruosità giungessero scienziati e amanti del progresso in epoca postunitaria per tentare di inseguire la conoscenza: questi Proci occupavano illegittimamente la dimora d’interesse e competenza dell’estro artistico, facendo leva sulla propria importanza per cibarsi dell’alimento umanistico a scapito delle materie più deboli, e reclamavano tutto il diritto di ingurgitare anche i diritti della persona dopo la sua morte.

Passando per la poesia: lo scapigliato Arrigo Boito in “Lezione di anatomia” – l’orroroso nella scienza

Perdona o pallida
adolescente!
Fanciulla pia
dolce, purissima
fiore languente
di poesia!

E mentre suscito
nel mio segreto
quei sogni adorni,…
in quel cadavere
si scopre un feto
di trenta giorni.

Arrigo Boito, 1874 – Lezione di anatomia

Mi servo di alcuni versi di Arrigo Boito (fratello di Camillo) per suggerire meglio quale fosse la denuncia degli artisti alla scienza. Quest’opera, come del resto la maggior parte delle prose e delle poesie di ogni autore scapigliato, ha soprattutto un’intonazione polemica nei confronti del moralismo benpensante del suo pubblico. A Milano, l’esordio della modernità in ambito editoriale interagiva con i processi espansivi dell’urbanesimo e dello sviluppo economico, e costituiva il presupposto per la formazione di un’opinione pubblica che gli scapigliati identificavano come vera voce del pubblico più numeroso delle loro opere. Di fronte a un’utenza di autentici sconosciuti, gli scrittori della “generazione crucciosa” potevano evolvere moduli dialogici inautentici per soddisfare l’attesa di qualsiasi lettore, oppure chiudersi narcisisticamente nel proprio estro artistico, rifiutando le costrizioni del mercato e sviluppando un patto narrativo conflittuale per il lettore del borghesume. Quanto detto serva a chiarire il principale scopo difensivo di una poetica dell’orroroso impiegata dai fratelli Boito e, a livello più generale, da tutti gli autori scapigliati del quindicennio postunitario.

Entro questa grande parentesi tematica, che provoca il lettore benpensante offrendogli un’immagine senza dubbio macabra, si presenta da sé lo scandalo etico scorgibile nell’ultimo verso del componimento: un feto di trenta giorni che un andamento rivelatorio della poesia denuncia come se esso stesso fosse stato immolato alla causa scientifica insieme alla fanciulla.

Una riflessione sul “fiore languente di poesia”

Vorrei però ragionare su quanto concerne i versi <<fiore languente/di poesia!>>: si tratta di una considerazione realistica di come venisse percepita la letteratura in epoca scapigliata, subordinata alla necessità che venisse trasformata in mestiere affinché i suoi autori potessero vivere delle rendite della loro scrittura, quindi offerta a puntate su riviste o periodici per la prima volta, mercificata, obbligata da limiti di parole e tempo di fruizione sulla pagina scritta; ma soprattutto misconosciuta e ridotta rispetto al crescente interesse del pubblico per le opere scientifiche, – le prime collane di Sonzogno avevano le sezioni “anatomia”, “chimica e fisica”, “fisiologia”, “igiene” e “scienze esatte” – privata della sua ultima funzione sociale, quella di educare agli ideali risorgimentali.

Lo scrittore scapigliato postunitario si vide costretto, al fine di ricavare fama, denaro e successo dal suo lavoro intellettuale, a patteggiare con la modernità; ma non volendo rinunciare ad esprimere tutto il disagio del suo confronto con il nuovo sistema letterario e i suoi obblighi, riempì le sue opere di ritratti d’artista, alter-ego autoriali che poté far annichilire davanti alla nuova realtà del male borghese.

Lo scapigliato ieri e oggi: il rapporto con il pubblico

Dal primo passo del sistema letterario verso la modernità, lo scrittore è sempre dovuto scendere a compromessi con ciò che gli avrebbe garantito di spiccare nella sua epoca, e probabilmente uno scapigliato si comporterebbe oggi come ieri. La sua maschera autoriale reagirebbe però diversamente, e dopo più di centocinquant’anni dalla nascita delle prime moderne imprese editoriali sarebbe pure capace di autodistruggersi. Per meglio restituire gli effetti del suo impatto con le istituzioni del mondo odierno, mi avvalgo del diritto di immaginare che esista ancora ad oggi un autore di ideali scapigliati, per poterlo sottoporre all’esame della contemporaneità e provare la sua resistenza.

Il bisogno di soddisfazione estetica che compete all’uomo in quanto tale è oggi coperto dalla fruizione di un numero sempre minore di letture non professionali – in decrescendo anno per anno; buona parte del pubblico dei libri si confronta sempre più spesso con pellicole televisive ed episodi seriali per sentirsi esteticamente soddisfatta. Inoltre la maggior parte dei lettori viene intercettata da bestsellers e prodotti di letteratura di massa: se nell’Ottocento lo scrittore scapigliato intercettava un pubblico già indistinto e con pochi scelti, all’altezza cronologica del secolo XXI questo non riconosce più nemmeno dei destinatari eletti e comprende che l’aureola della sua sorpassata funzione sociale non è più solo caduta nel fango durante una cavalcata burrascosa, ma si è come dissolta senza lasciare tracce – gliel’avrà forse sottratta qualcuno?

Nuovi orizzonti, stessi principi

Le imprese editoriali di oggi rispondono sempre più fedelmente al principio di guadagno e di convenienza economica: se nell’Italia postunitaria lo scrittore scapigliato soffriva la mercificazione della sua arte, che per essere convalidata doveva passare per il giudizio di pubblicabilità dell’editore, oggi uno scritto privato ha tante più chances di diventare un’opera leggibile da tutti quanto più si confà alle attese del pubblico più numeroso, quindi quanto meglio si predispone a raggiungere paradigmi di gusto e orizzonti di competenza poco esigenti.

In un sistema letterario sempre più orientato verso la sua informatizzazione, dal punto di vista di coloro che detengono il controllo della rete, bene non è più il singolo prodotto ma i volumi di traffico che producono i profitti. A funzionare non è più un criterio selettivo, ma una logica di predisposizione all’accumulo di contenuti, cui sono equiparati i diversi formati testuali: la nozione di contenuto neutralizza la specificità dei singoli prodotti testuali. Lo scapigliato, consegnando il prodotto del suo estro artistico all’editoria digitalizzata, rischia di assistere alla massima mercificazione della propria opera letteraria.

Queste considerazioni – e se ne potrebbero aggiungere altre – valgono a fisionomizzare un contesto culturale ben differente da quello percepito da ogni scrittore scapigliato nella sua epoca storica, un panorama che basterebbe da sé a far morire il ritratto d’artista dello scrittore ottocentesco di crepacuore e malinconia dei propri tempi. Supponiamo che questo sia sopravvissuto all’impatto con il sistema letterario contemporaneo per considerare le sue reazioni nell’atmosfera scientifica del presente.

Lo scapigliato ieri e oggi: il fantasma del positivismo

Il clima dei tempi odierni non è più quello scientista e positivista dell’epoca, dal momento che l’enorme palloncino di propositi e certezze che la scienza regalava ad ogni cittadino italiano che partecipasse alla sua fiera è scoppiato su tutta Europa durante la Grande Guerra. Fuor di metafora, la fede dogmatica nel potere delle scienze si è spenta poi che chi ci aveva creduto ha visto le sue armi impiegate nella catastrofe mondiale. Da quel momento in poi sono nate riflessioni sulla necessità di porre dei limiti all’applicazione della conoscenza scientifica, qualora questa avesse la possibilità di influire negativamente sull’etica sociale o civile di un individuo o della collettività. Oggi nasce una disciplina, la bioetica, che avanza riflessioni sull’idoneità dell’applicazione scientifica contro una morale sempre meno soggettiva.

Differentemente da quanto avveniva nel periodo immediatamente postunitario, così come oggi la dissezione cadaverica a scopi scientifici viene tutelata e autorizzata prima della morte, altre posizioni moralmente impostate non si lasciano sopraffare dalla scienza. Tuttavia si dimenticano tra le file di quest’ultima i grandi progressi della tecnologia e dell’informatica, che hanno portato alla nascita di un mondo digitale dove si può continuamente assistere ad episodi che attestano la fragilità dei diritti più formali dell’uomo.

Lo scapigliato alle prese con il mondo digitalizzato

I ritratti d’artista scapigliato della contemporaneità si disperano di fronte ad un mondo in cui la violenza più frequentemente commessa sulle persone comuni è offerta dalla stessa scienza che ieri si declinava nel bisturi dell’anatomista Karl Gulz e oggi in campo digitale. Se centocinquant’anni or sono la popolazione affidava la sua sorte ai bracci della scienza, e gli scapigliati rappresentavano nelle loro opere la pochezza morale ed etica degli anatomisti usurpatori di corpi, oggi l’intera situazione si mistifica in chiave informatica: i giganti del web, al pari degli scienziati ottocenteschi, sono il destinatario a cui le persone affidano dati e informazioni private, spesso senza nemmeno avvedersene.

Attraverso le maglie della rete informatica è facile che gli utenti meno dotati di capacità critica siano persuasi di idee che non si crederebbero facilmente avendo più spesso a che fare con la concretezza della quotidianità delle esperienze materiali: le linee di pensiero trasmesse da internet presso siti poco affidabili colpiscono buona parte del pubblico elettronico, allo stesso modo della radicalità con cui le scienze positive si propagavano nella coscienza di massa di fine Ottocento.

Concluso il paragone tra scienza di ieri e del giorno d’oggi, si deduce da queste semplici osservazioni che il clima scientifico, con cui lo scapigliato confronta la propria arte, poco cambia dal 1870 al 2020, poiché rimane sempre conchiuso nella sua negatività latente – sotto cui lo scapigliato sopisce oggi ancor più di ieri.

Conclusioni

Entro questa atmosfera di rinnovata fiducia nella scienza e nel progresso, mai completamente cessata, numerosi individui dichiarano un po’ ignorantemente l’inutilità dello studio delle materie umanistiche, svelandosi inconsapevoli della loro importanza.

Proprio queste materie offrono la possibilità di maturare intelligenza critica presso il loro pubblico, dunque il materiale d’indispensabile importanza per evitare che le scoperte scientifiche eccedano nel campo della loro applicazione utilitaristica, scontrandosi contro le barriere dell’etica umana.

Il riconoscimento della validità della bioetica deriva dal desiderio di vincere i problemi offerti nei secoli passati fra dignità umana e scoperta scientifica; ma l’etica discende dalla capacità di vedere con criticità i problemi della società odierna, e uno sguardo critico può essere raggiunto solamente tramite la fruizione di una cultura che rende indispensabili le opere che la trasmettono, sviluppando nell’individuo un bagaglio di conoscenze da consultare per comportarsi adeguatamente nei confronti della quotidianità. La storia e i suoi insegnamenti, che passano anche attraverso plurime interpretazioni letterarie, sono funzionali all’uomo della contemporaneità affinché egli possa confrontarsi con il passato e comprenderne la lezione.

Per concludere, non vedo occasione migliore di sfogare alcune parole del Verga anti-positivista: ritengo che nessun autore, meglio di chi sia riuscito a fondere la letteratura con la filosofia positiva, possa essere stato più veritiero quando abbia speso buone parole sull’arte. Da Eva (1873), lo sfogo dell’autore nella prefazione dell’opera ai borghesi scientisti e utilitaristi del suo pubblico beghino e falsamente moralista: “Non accusate l’arte, che ha il solo torto di avere più cuore di voi, e di piangere per voi i dolori dei vostri piaceri”.


Credits:

Cinzia Pedruzzi
per l’opera Copia del Cristo morto di Andrea Mantegna – Olio su tela, 80×90

L’artista ha voluto eseguire una copia del celebre dipinto per l’interessamento alla visuale prospettica con cui è stato realizzato. Lo studio anatomico del corpo di Cristo e il panneggio del velo sono eseguiti con ricercatezza.
Ogni cadavere dissacrato dagli studi di fine Ottocento è paragonabile alla figura di Cristo disteso, poiché il suo corpo è sacro e appare immolato come santo sacrificio a qualcosa di più grande.

Autodidatta sin da giovane, Cinzia Pedruzzi viene indirizzata alla scuola d’arte del maestro Ernesto Doneda da Brembate.
Sotto la sua guida perfeziona la tecnica della pittura ad olio, esprimendo uno stile figurativo moderno, paesaggi e nature morte. La ricerca delle forme la spinge allo studio del disegno e alla rappresentazione del corpo umano, dedicandosi successivamente al ritratto. Interessata allo studio dell’arte e curiosa di formarsi su nuove tecniche espressive, apprende la tecnica dell’affresco e la manipolazione plastica della materia, rappresentando in terracotta figure umane e busti. Insegna in corsi di disegno, pittura ad olio e manipolazione della terra.
Collabora per la realizzazione di corsi scuola con due amministrazioni locali. Ha partecipato a varie rassegne d’arte, mostre collettive e tenuto esposizioni personali in svariati centri culturali. Iscritta al Circolo Culturale Bergamasco dal 1997, partecipa alla collettiva annuale presso la sede di Bergamo.

Sito Web di Cinzia Pedruzzi
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Fonti:

  • La narrativa degli scapigliati, Giovanna Rosa – LATERZA.
  • Racconti d’artista della scapigliatura, G. Cenati, 2019.
  • Lezione d’anatomia, Arrigo Boito (1874).

https://www.intermezzorivista.it/fahrenheit-451-semplicismo-iconoclastia-totalitarismo/

https://it.wikipedia.org/wiki/Scapigliatura

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Pubblicato da Diego Ghisleni

Nasco d'estate, nel 1999, a Bergamo, dove ancora oggi risiedo. Frequento il corso di Lettere presso l'università Statale di Milano. Spendo la maggior parte del mio tempo libero a progettare il futuro scrivendo. Amo viaggiare perché mi consente di accedere a esperienze che restano più facilmente impresse nella mente e nella poesia in cui si traducono. Scrivo attualmente per la rivista culturale "Intermezzo".