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Cinema e Stereotipi – Un rapporto complicato

Ultimamente quando si parla di cinema emerge molto spesso il tema degli stereotipi: personaggi stereotipati, storie stereotipate, perfino inquadrature stereotipate. Sembra che l’idea di “già visto” e di “banalità” aleggi sopra qualsiasi pellicola. Il pubblico ha sempre fame di nuove storie e nuovi eroi di cui innamorarsi. Dopotutto il cinema è l’arte che, per antonomasia, fa sognare.

Dunque con un’analisi superficiale potremmo asserire che gli stereotipi, siano la rappresentazione di ciò che non vogliamo vedere in sala. Il nemico da abbattere! Perché guardare un film se conosco già quel personaggio, quella storia o quel finale?

La risposta potrebbe essere quella di fare dei film che vadano sempre in controtendenza con le mode e gli archetipi vigenti. Ovviamente è una risposta sciocca: il pubblico è da sempre attratto da racconti che riescono a entrare in risonanza con i meccanismi e i sentimenti che ci muovono come appartenenti al genere umano, sfuggire a questa realtà è impossibile. Il nostro sforzo alla lunga ci porterebbe comunque a creare delle linee guida per le storie che andiamo a scrivere, linee guida che inesorabilmente ci porterebbero a creare nuovi stereotipi.

È proprio il pubblico che inconsciamente determina la formazione o il decadimento degli stereotipi: ogni volta che ci emozioniamo o ci sorprendiamo per una scelta di un autore invitiamo I colleghi ad imitarne le gesta e a creare dei meccanismi riconoscibili nello sviluppo della storia. Questi meccanismi guadagnano di notorietà finendo per diventare stereotipi.

Gli autori possono adoperare due principali tipologie di stereotipi: Uno popolare e uno narrativo. Lo stereotipo popolare rappresenta l’insieme di preconcetti che ci accomunano tutti. Per esempio I grandi della commedia all’Italiana hanno saputo utilizzare perfettamente questo strumento che spesso è diventato il perno centrale dei loro film. Per anni hanno messo in ridicolo la classe media facendoli ridere di loro stessi con film come: “I mostri”, “Divorzio all’italiana”, “Amici miei” e tanti altri.

Lo stereotipo cinematografico, invece, è un’arma più sofisticata visto che necessita per essere correttamente interpretata di una solida conoscenza del medium. Un esempio molto raffinato si può riscontrare in “C’era una volta a Hollywood” di Quentin Tarantino che, sapendo di essere un regista famoso per le proprie scene pulp, ritarda il momento “sangue” con una serie di scene cariche di tensione che però non esplodono mai, fino al gran finale.

La lunghezza necessaria di un film

Nel processo attraversato per la stesura di una sceneggiatura, tra il momento in cui l’autore viene illuminato dallo spunto e il quello in cui il lavoro viene ultimato, si presentano diversi bivi, alcune scelte che andranno a modificare strutturalmente l’opera.

Uno dei momenti più significativi è quello in cui, in tutta onestà, bisogna capire la portata narrativa del soggetto, nello specifico bisogna cercare di prevedere quante pagine l’intreccio solo abbozzato nella mente dello scrittore necessiterà per dipanarsi ed esprimersi al massimo delle proprie possibilità. Attenzione però: non sempre concedere maggior tempo ad un’opera significa valorizzarne le caratteristiche, molto spesso spunti interessanti perdono di mordente a causa di un’eccessiva prolissità. L’errore opposto si verifica quando, a causa di una narrazione troppo frettolosa, lo spettatore si sente come derubato di qualcosa. Nei casi più gravi perfino la consecuzione degli eventi risulta poco chiara o addirittura incomprensibile nel caso la storia non abbia abbastanza pellicola su cui distendersi.

Per la produzione di un lungometraggio o di un cortometraggio diventa dunque fondamentale stringere i tempi quando si tratta di personaggi secondari o comparse, ma a volte anche con i protagonisti. Questa velocità non va interpretata solo come strumento di parsimonia. Lo stereotipo è fondamentale per lo sviluppo della comicità, dell’orrore e della tensione. Una sponda di conoscenze sopite sulle quali lo sceneggiatore può appoggiarsi per costruire la struttura della scena mostrando senza dover spiegare. Con un’occhiata allo schermo il pubblico capisce che ci troviamo in una bettola malfamata, che il nostro protagonista è in pericolo e si crea l’aspettativa su come il nostro eroe riuscirà a scamparla.

Dunque si tratta di una scelta necessaria e non scontata da prendere in tutta coscienza. La durata in un’opera che si misura in ore, minuti e secondi è sicuramente un parametro più rigido rispetto alle forme d’arte che si sviluppano su carta stampata. Nonostante anche l’editoria abbia l’esigenza di libri brevi e quindi con un inferiore costo di stampa, per il cinema la situazione è ben più stringente.

In Italia, per esempio, è prevista una distinzione giuridica tra cortometraggio e lungometraggio. Qualsiasi prodotto audiovisivo che non supera i settantacinque minuti non verrà considerato come lungometraggio e quindi non può accedere a nessun vantaggio fiscale o finanziamento che questo status potrebbe prevedere. Per un libro, invece, non esiste distinzione giuridica che avvalora un libro di mille pagine rispetto ad uno di cento.

Da un punto di vista commerciale la situazione è ancor più pressante. Il costo produttivo per ogni pagina di sceneggiatura può arrivare a cifre enormi: anche per dei piccoli produttori europei la realizzazione di un film significa investimenti di centinaia di migliaia o, più spesso, milioni di euro. La valorizzazione di ogni singola pagina scritta per un film diventa necessaria sia da un punto di vista artistico, ma soprattutto in una funzione logico produttiva e industriale.

Il lavoro di uno sceneggiatore molto spesso non si riduce solo alla parte artistica. Spesso non basta tratteggiare con precisione gli stati d’animo dei propri personaggi o imbastire un affascinante intreccio. Riuscire a creare una base solida sulla quale poi le varie maestranze che si impegneranno nella realizzazione cinematografica è una caratteristica imprescindibile per lo sceneggiatore.

Come un architetto che deve sapere adottare la matematica e la conoscenza dei materiali per costruire palazzi e monumenti, un autore deve destreggiarsi con gli strumenti a sua disposizione per rendere il film solido e armonioso. E tra questi, appunto, vi è anche lo stereotipo.

Il valore nascosto dello stereotipo

Lo stereotipo non è nient’altro che una certezza precostituita e generalizzata. Se vogliamo, una semplificazione della realtà. Proprio per questo si può dire con sicurezza che lo stereotipo non è di per sé un qualcosa di negativo, bensì uno dei tanti cortocircuiti che si sviluppano autonomamente nelle menti degli esseri umani. Un difetto strutturale dell’essere umano che diventa un vettore utile all’autore per emozionare.

Lo stereotipo è la via più breve per veicolare molte informazioni al pubblico sfruttando un numero minimo di elementi. Spesso basta un inquadratura. Il cinema vivendo di immagini è in grado di accorciare il tempo necessario per le descrizioni fisiche, questo porta il pubblico a sviluppare velocemente un’attesa sul personaggio che poi può venire accolta dallo svolgersi degli eventi oppure venire ribaltata.

Ovviamente esistono film che subiscono fin troppo il fascino dello stereotipo, finendone assorbiti. Come tutti gli strumenti anche questo va maneggiato con sapienza e cautela. La tentazione di abbandonarsi a pratiche precostituite senza dare dei guizzi di creatività nella risoluzione o nello sviluppo è forte. La pena è il grigiore e la monotonia. In questo caso la maggioranza condanna un film che diventa vittima di se stesso, facendo morire la propria anima creativa e trasformandosi nello strumento che aveva intenzione di utilizzare.


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