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COAGULA, II – “茶の湯 | Cha no yu” – “Bevendo il tè con i morti” di Chandra Livia Candiani

Non seguendo una casualità, il titolo dell’opera si confeziona come una convocazione rivolta al lettore consistente nell’invito di partecipare al “cha no yu”, la cerimonia sociale e spirituale del thè nipponica caratterizzata per l’altissima formalità e rispetto istituzionale dell’atto, della parola e del gesto.

Celebrando questa ritualità, Candiani sembra avvocare l’interlocutore alla meditazione e alla quiete e al silenzio, se non anche alla consulta divinatoria – topos piuttosto ricorrente nei lidi contemporanei, ma sicuramente inedito viste le modalità espositive plutoniane – che nella Nostra si concretizza in una formula linguisticamente involuta ma facilmente decifrabile alla seconda lettura parlando di una poesia che elegge la tanatologia come elemento totalizzante e fulcro del proprio dettato.

L’intera raccolta si apre con una citazione delle Scritture veterotestamentarie – passo dodicesimo del capitolo ventunesimo del libro di Isaia – il cui significato stringato consiste nell’indicare che la domanda posta alla sentinella rimarrà senza risposta e che, più verosimilmente, la risposta sta proprio nel continuare a sentire quella voce chiedere incessantemente “a che punto è la notte?”, fino a quando domanda e risposta divengono un uno inscindibile.

Ed in fondo, il medesimo tenore del quesito potrebbe intessere il “perché cercate tra i morti chi è vivo?” contenuto nel passo neotestamentario di Luca 24,12. Domanda che, a nostro avviso, si ripropone come voce di sottofondo ad ogni componimento nel singolo, e alla globalità del libro.

Tentando un oracolo definitivo, e nella profonda convinzione di non assecondare compiacendosene una mortalità lugubre, il dettato dell’autrice assume la forma cerimoniale per cui il dialogo con gli ante-passati non può non essere operato nel suo farsi se non da un soggetto manipolatore del sacro, e gli intenti del quale siano tutti intesi alla vita – nonostante non possano le intenzioni dello stesso e la sua azione passare per la cruna della sacralità e della morte, divenendo in ultima istanza poesia.

Per questo in Candiani “i morti” si caratterizzano di una qualità quasi umana, o rappresentativa di ciò che l’atto dell’uomo, e “la morte” diviene in questo elemento caratteristico e totalizzante della poesia che non è più solo occasione di scrittura, o modalità eletta in ordine alla commemorazione o di ossequio alla solennità della stessa.

Oggettivamente tuttavia sarebbe più corretto dire che la morte tra queste pagine semplicemente è realtà parallela la cui istanza scuote e rimesta l’ordine consueto e “domestico” della contemporaneità. Infatti già con la sola presenza, o forse meglio con la propria maestà silente, con la propria compagnia e tacito – se non affettuoso – patronato, la morte inarca il reale, scompaginandone gli usi e smarginandone le consuetudini.

In questa direzione la Nostra si intende con la sua poesia, non limitandosi cioè ad interpretare l’effettività dei deceduti come proiezione e riflesso di quella antropica. Piuttosto questa – e presumibilmente anche la figura scrivente – si connota per un individualizzante nomadismo spirituale nell’invisibile fino a giungere alle soglie del sacro, le cui tappe passano non di meno per il silenzio e per la meditazione sopra quanto non più vivo, trovando in ciò una guida verificabile piuttosto che una interdizione.

Il dettato in questo sembra sede apparentemente immobile della commemorazione, eppure navicella per approdare alla sponda acherontea delle ombre per cui la coscienza della morte come cosa viva potrebbe tanto suggerire una riflessione sulla latitanza del divino, ovvero confermarsi come struttura fondamentale all’esistere per cui, così come è ben resa nota in negativo da certe realtà ascetiche, quella materialità perenne e stratificata nel “quod ubique, quod semper, quod ab omnibus creditum est” può dissolversi.

La seconda sezione dell’opera vede costruire un centro logico, e se ne percepisce il centro nevralgico e pulsante della liturgia funeraria perché, speculando attorno al titolo della sezione, il “riposo” non può che investire quell’estremo ed ultimo riposare dei defunti, e si intende “fiorito” perché circondato dalle ghirlande floreali che si concentrano come l’ultimo omaggio ad un deceduto, in guisa di una puja alle divinità induiste.

Paradossale che sia, ogni singola religione si caratterizza per una particolare forma celebrativa della fine della vita. E molte di queste prevedono l’accostamento dell’omaggio floreale alla salma ed alla famiglia del defunto.

Ad esempio, secondo la religione ebraica, per i sette giorni successivi al funerale non è cordiale omaggiare i dolenti con dei fiori poiché il periodo di lutto è da considerarsi tempo solenne, da non turbare in alcun modo. Nelle cerimonie funerarie buddiste invece è consuetudine inviare fiori bianchi piuttosto che colorati. Tuttavia, se i funerali indù enfatizzano le ghirlande e i fiori stagionali, i dolenti non devono portare fiori; mentre nei funerali islamici è meglio consultare la famiglia per comprendere cosa sia considerato appropriato, anche in base alle tradizioni familiari.

Ed è questo il luogo eletto dall’autrice per produrre quel che potrebbe essere un intimissimo manifesto nei meriti di ciò che sia la poesia, “lievi mani” che “sorreggono appena / il corpo appassito” e “la bellezza stanca / che non eccita e non riposa”.

Questa potrebbe essere la risposta alla domanda che è stata sepolta tra le pagine, restituendo voce finalmente alla sfinge; perché solo una altra volta nell’interezza della raccolta si recupera la parola “poesia”, e questo accade nel componimento “Non esotici uccelli”. In questo testo, il lemma e la Nostra questionano direttamente l’integrità della lettura e del lettore ponendo la seguente domanda: “Come risolvere l’enigma / della presenza della poesia / quando perfino il fruscio / dell’erba è delatore?”.

Come ogni permesso in seno nasconde un divieto, il mantra della poetessa prosegue tra le pagine e si spinge fino all’incontro con la “madre eretica” – che si può intendere quasi fosse una madre delle madri, o una madre universale – come figura che ormai ha smarrito il connotato principale di vita e sorride ad un animismo profondamente pregno di primitività.

Madre che può sciogliere i legami fra mondi, eternando ogni stagione nel vuoto e nella devozione all’assenza. Madre che più “estranea” sembra alla maternità che una figura genitrice che personifica l’insegnare la misura delle cose. Madre che ritorna come grido, come goccia di sangue sul bianco delle lenzuola, e sofferenza che ribalta il paradigma educativo precipitando in una sostituzione di ruoli dai risvolti dolorosissimi. Madre che, nonostante malattia e lutto, si insinua nel procedimento logico in Candiani come realizzazione, e come insegnamento e ritorna alla bocca così come ritornano le parole “pane” e “morte” in autenticità e, insieme, in finzione.

Questa sezione della raccolta si apre con una citazione piuttosto esplicita nei meriti di quel che riguarda l’esistenza del singolo solo nella sua proiezione più ampia di collettivo, intridendosi così non solo di un colorito politico ma anche di una ragione che trova fondamento nell’unicità dell’esistenza umana come corpo unico.

In altri termini, e quasi sorridendo alla tradizione filosofica dell’africa sub sahariana nota come ubuntu, potremmo dedurre che se l’io esiste solo in rapporto all’altro; dunque anche l’altro esiste solo se correlato ad un suo simile, riconoscendosi nel prossimo in una sorte di sofferenza cosciente di essere costretti alla morte, e nel “morire” che “è adesso, / un momento qualunque, / questo momento.”.

Ma la compassione, così intesa perché vicendevole, più si conferma nella coscienza della sua negazione, e ottiene valenza istitutiva nel testo quando l’autrice scrive “nessuno s’inchina / al mortale universo / dell’altro.”.

Nell’opera, e nella chiamata alla sublimazione in un unicum, quest’ombra di intenti si potrebbe intuire come una chiamata alla collaborazione universale – non già sostendola sulle ali di un idealismo consistente in una filantropia assolutistica, quanto più imperniando la logica e l’etica di questa su un concreto bisogno di rispetto reciproco – per fondere l’amor proprio ad un più profondo e cordiale affetto corrisposto e fondante le ragioni dell’umanità.

Così insegnerebbe Barth, commentando il passo terzo dell’Epistola ai Romani di Paolo di Tarso: «Il significato della religione è la morte […] qui l’abisso, qui il terrore. Qui si vedono i demoni.».

Ma non di demoni o terrore si può parlare in questo libro perché questo, e la poesia in esso contenuta, sono imbevute di una tenerezza riparatrice e di una carezza struggente che manifestano l’affetto verso tutte le cose vive in quanto queste segretamente già custodiscono l’ombra della fine e, viceversa, verso tutte le cose morte perché esse hanno dovuto trattenere nel loro essere tutto il dolore dell’essere (state) esistenti.

Perciò l’autrice si muove su sentieri non frequentati rispetto alla contemporaneità della poesia, dimostrando uno scollamento dalla corrente del lirismo tanto quanto sa distanziarsi da un esistenzialismo onirico nel suo prodursi.  

Il soggetto agente dell’autrice si manifesta piuttosto in un io che si può tanto strappare dal dolore quanto in esso intridersi fino a incarnarsi in un unico gesto etico che intende e si separa da quelle realtà poetiche prone ai bisogni cordiali e passionevoli del ricordo e della pietà mortale a tal punto da aver reso nel tempo la mortalità degli umani quasi un tabù impronunciabile, o una pecca di cui è preferibile non far parola onde non turbare l’anima collettiva dei viventi.

Al centro della poesia di Candiani in ultima istanza si colloca un io disperso tra i poli del lutto più sofferto e dell’autenticità del medium, ed esso è completamente inteso ad un ossessivo soffermarsi sopra la questione cadaverica in cui definire un contatto con gli scomparsi, travolgendo la monologante parola del lirismo per sottoporla all’estrema tensione dell’interazione con la mortalità.

Ed in questo “si monumentum requires, circumspice” – o meglio, dall’abolizione dei confini tra le dimensioni consistenti in vita e morte – risulta una visione del mondo come realtà mediana ove il soggetto scrivente ed il suo testo, con le sue memorie e i suoi dolori, esistono per il mondo meno di quanto il mondo esista per loro.


Non ai morti
si addice la tristezza
ma al bugiardo
perdurare dei vivi.

*

Il morto che ha paura di vivere
si alza di notte
rassetta la terra
cambia l’acqua ai fiori
della tomba
si siede a guardare le stelle
da lontano, sfugge
le rassicuranti chiacchiere
dei vissuti, ora come allora,
spiega l’anima stanca
come un tempo i vestiti
e a un tratto la terra
gli si rivela
piccola e minuziosa
nei solitari compiti
di fiorire e tramontare.

*

                                    A Marina, Osip, Sergej, Aleksandr, Vladimir

Non esotici uccelli
ma abituali abitanti del volo
non solo fucilati
ma con metodica semplicità
assediati
dal pettegolezzo del Bene Comune.
Come risolvere l’enigma
della presenza della poesia
quando perfino il fruscio
dell’erba è delatore?
I morti seminano canti
che sbocciano in uccelli
che seminano canti.

*

Lievi le mani della poesia
intorno alla morte
lievi.
Sorreggono appena
il corpo appassito
la bellezza stanca
che non eccita e non riposa,
ma fatti lieve
entra nella delicata soglia
che non regge ma solleva
soffio candido
nemmeno una parola
un balbettio
di noci che rotolano
di gusci che si aprono
fiore di mandorlo
è il respiro,
che finisce.

*

Madre è parola estranea
che a te non si addice
meglio spina
ghiacciolo
fiamma
sale
meglio goccia
e lenzuolo
di neve
urlo notturno
di uccello ferito
pane spezzato
al buio
aria spalancata
fenditura della sera
peso senza peso
inumano
menta.
Merlo che vaga
senza nido
pellegrina
a luci spente
ago.
Non ti cerco
e mi so
non cercata
troppo prossime
al nulla
per esserci parenti.

*

È nel dispiegarsi minuto
delle ore che incede
una troppo maestosa
solitudine. È un sipario
stracciato un animale
che apre un varco feroce
nella commedia di parole vane:
non montagne sacre
ma piccole spazzature
damine di filo spinato
acrobati di stracci
belve di mattonella,
così si fanno largo
i miracoli non visti
così premendo alle pupille,
un fragoroso segno
della croce: sì,
ce l’hai fatta
a diventare celeste
madre equilibrista.

*

Bevendo il tè con i morti / c’è sempre uno / che
sottilmente tace / non un silenzio esangue /
ma un narrare interdetto /
che non vuole /
nell’ascolto
pace


Credits:
© Fotografia di Salvatore Mayyarro

Carlo Ragliani

Pubblicato da Carlo Ragliani

Carlo Ragliani (Monselice, 1992) vive a Candiana, studia presso l’ateneo ferrarese di giurisprudenza. Alcuni suoi testi sono stati pubblicati su antologie e webzine letterarie tra cui “Inverso”, “Niedern Gasse”, “Poetarum Silva”, “Atelier” online, e tradotti in spagnolo dal Centro Cultural Tina Modotti. Ha scritto nella rubrica Icone per “Carteggi Letterari”. Scrive per “Intermezzo” e per “Poesia del nostro tempo”. È redattore in “Laboratori Poesia”. Altri suoi interventi critici appaiono su Nazione Indiana, pubblicato ne La radice dell’inchiostro (ArgoLibri, 2021), e sul numero 100 di Atelier cartaceo. Ha pubblicato Lo stigma (Italic, 2019).

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