“Novembre” – “La grazia dei frammenti” di Domenico Cipriano

Fotografia di Angelo J. Zanecchia

Memori del virgiliano “hic opus, hic labor”, e del fatto che non sia cosa di poco momento strutturare una posizione nei meriti di una collezione di poesie che investe venti anni di produzione, non ci si può non porre in ordine rispettoso alla frammentazione della quotidianità vissuta nello sforzo (o spontaneità) di cui si fa portatore Cipriano senza in qualche modo sminuire la portata emotiva ed etica contenuta nei suoi versi.

Questo perché la poesia del Nostro non si può non intendere come fusione dell’io lirico alla parola, e quindi poesia il cui verso continua a sciogliersi per non distinguersi più dall’autore e poi donarsi come poesia (e corpo) trafitta dalla passionalità.

«Raccogliete i pezzi avanzati, perché niente si perda». Questo il messaggio contenuto al passo sesto, versetto dodicesimo del vangelo di Giovanni; passo che possiamo intendere non solo come raccomandazione intesa a richiamare la necessità di non sprecare la sovrabbondanza di ciò che, come si può leggere nel prosieguo di questo capitolo, appaga la fame fisica di pane corruttibile ma anche come insegnamento volto a stringere le cose per mantenerle e conservarle oltre il tempo e la memoria, oltre il ricordo e la speranza.

In questo raccogliere le cose e gli affetti delle persone per sottrarle tutte alla consunzione del tempo, potremmo quasi intendere un moto connaturato all’umanità stessa se lo assumiamo come modo di approcciarsi alla realtà da consegnare alla lettera, nel suo intento di mettere assieme i frammenti per dar loro una forma complessiva alla produzione letterale.

In modo simile possiamo orientare il dettato di Cipriano, quando ci insegna a racchiudere nei versi i brandelli di ciò che viene salvato dalle fauci della realtà. Questo moto d’animo – per altro – più si coglie quando la parola è intesa alla non perpetuità del presente, o alla memoria della rovina consapevole; ed è così che ogni poesia in questa raccolta sembra isolare un contingente del reale che, quando scritto, ottiene autonomia nel suo essere unico nel macrocosmo dei testi componenti il resto dell’opera e quindi destinata a testimoniare tramite la carnalità delle parole un sistema ipostatico in cui, per definizione, il numero dei vincoli non è sufficiente a garantirne l’equilibrio.

Anzi, il risultato di una ipotetica sottrazione risulterebbe nel separare un istante dal proprio contesto originale, rendendolo sì fondamentale in potenza ma privo del valore dell’insieme della globalità che solo si ottiene cucendo col successivo ogni componimento – come gli istanti che si susseguono.

Rimestando un senso profondo di proprietà alla cultura di provenienza, fondamentale in Cipriano è il panorama sociale e geografico dell’Irpinia, nel quale il dettato si immerge continuamente in un amalgama di meridionalità al cui fondo pulsa un senso di appartenenza che non solo articola il dettato del Nostro, ma anche fornisce i natali genetici nella cordialità ospitale del verso stesso, e nella generosità estetica delle parole che si estende fino ad esaltarsi nell’ossequio famigliare e strettamente personale che possiamo immaginare essere alla base del pensiero che intesse l’opera intera, fornendo al lettore un dia-logos in cui il verso si radica per fiorire nella più profonda speranza che il bello, ciò che è colmo di grazia, possano emergere dalla rovina costante.

Di questo terreno poetico la caratteristica fondamentale è la lirica amorosa che assume una valenza rituale, così come estremamente consolidata e fondamentale è la caratterizzazione vinosa e corposa della lirica di Cipriano; ed in questo, tra suono e sensi, l’autore raffigura sentimenti profondi che si compongono e si innalzano sui dettagli e sulle istanze decisive delle componenti minime (che si configurano allo stesso tempo decisive) riconsegnando abilmente una relazione intima e di autentica cordialità.

La voce dell’autore, in questo, si fa portatrice di una corporalità che è fragile – come lo siamo tutti – e non può che attestare la memoria di ciò che è stato, e rimanere per resistere.        


Sulla tua faccia il rossore
di vino e ti sfioro l’orlo
della camicia ma non lascio
che il tocco scombini ogni forma
ed osservo il tuo riso, il gioco
parlando, sfiorando la fronte.
Attiro alla voce la voglia
di vita, risalirei nella valle
profonda le dita ed aspetto
godendo (come allora) il tuo viso:
ogni amore è improvviso.

*

Se ti abbandonerò
non è per il tuo odore umido
di terra a novembre
ma per l’odio giallo delle fronde
sul tuo costato di roccia chiara.
Animali da fieno
battono zoccoli duri
sulla tua pietra bianca,
il cuore spoglio tutto l’anno
del geranio disarma
mi rende estraneo.

*

Rifluisce in me ogni istante
e un’onda col suo flusso mi rinnova
spingendo la corrente di risacca
a un nuovo inizio. È il guizzo della mente. Fissa cardini
innanzi a precipizi, con lo sguardo sulla valle spoglia
che copre i sedimenti del passato.

Un composto che miscela ossa, oggetti, brandelli di vissuto
amebe, silicio, calcio e storie di animali, simboli di caccia
rivoluzioni sconosciute, sangue rifiorito in vita.

Contorni e sostanza di rituali volontari (o incessanti
                                               [istinti mai sopiti)
riecheggiano frementi, cercando altre soste
oltre la memoria conosciuta
dove un’origine smarrita ci appartiene
tra steppe e ghiacci siderali, gusci di conchiglie consumate
e l’innegabile perizia di resistere.

È da questo intimo inizio che una scintilla ci accompagna
con docili pensieri, con destini disperati.
E assumiamo il profilo della terra incolta
                                               se non ricominciamo.


Credits:
© Fotografia di Angelo J. Zanecchia


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Carlo Ragliani

Pubblicato da Carlo Ragliani

Carlo Ragliani (Monselice, 1992) vive a Candiana, studia presso l’ateneo ferrarese di giurisprudenza. È redattore in Laboratori Poesia. Collabora con Poetarum Silva. Altri suoi interventi critici appaiono su Nazione Indiana, pubblicato ne La radice dell’inchiostro (ArgoLibri, 2021), sul numero 100 di Atelier cartaceo, sul numero 119 de Il segnale, Menabò online. Ha pubblicato Lo stigma (ItalicpeQuod, 2019).