“Moth flies” – Riflessioni sulla poetica di Mario Famularo

Lontana dalla tentazione del sublime come da quella delle cose umane, la poesia di Famularo si dedica ad una registrazione dell’esistere in cui i legami degli affetti e l’amore per la vita sono continuamente attentati dalla percezione dolorosa, seppur inevitabile, della fine di ogni cosa.

Dal combinato disposto dei due libri composti dall’autore – L’incoscienza del letargo (Oèdipus, 2018) e Favēte linguis (Giuliano Ladolfi editore, 2019) – emerge una poesia che risponde alla crisi del codice dell’io lirico, che coincide con l’esistente in quanto detto ed ai rischi d’afasia ed incomunicabilità relativi alla natura non condivisibile delle varie e relative esistenze. Poesia, questa, che preferisce una pronuncia oracolare per cui il verso si immerge nella sacralità del valore assoluto, e nella verità per cui non è necessaria l’instaurazione di un contraddittorio in cui far comparire concretezza ed irrealtà.

Famularo, in queste due opere, conquista un registro poetico poco frequentato nella nostra poesia, stabilendo un dettato scevro di compassioni e modalità colloquiali, seppur proteso al pathos tipico della forma orale, in cui la riflessione sul carattere funebre ed etimologico della parola sembra sottrarre alla sua esistenza l’oggetto che nomina, per sfociare in una serena coscienza del nulla non già come abnegazione dell’esistere, ma come purezza virginale ricca dell’innocenza floreale, che conserva in nuce la voce dell’inevitabilità.

L’idea a fondamento della composizione sembra un singolare effetto di dialogismo interiore per cui, nascosta dietro alla voce primaria della dizione, la parola emerge come inganno e divide quanto sembra unito, deponendo ogni pretesa di integrità del mosaico sociale con un tono più affine ad una sentenza inoppugnabile piuttosto che a un rapporto intrattenuto con personaggi e circostanze, individuo e mondo, in cui il soggetto viene preso così come si mostra, nella sua ormai insanabile scissione in ruoli, posizioni e casualità.

In questo, Famularo stringe assieme (con effetti spesso funesti) le grandi questioni di cui è imbevuta l’umanità: i mutamenti della storia, le ragioni della metafisica e della fisica, la narrazione della vita e la sua sopravvivenza – di quella vita il cui più profondo e amaro distacco risulta necessario – sembrano disciogliersi completamente in un vuoto senza nome, impreziosendosi tuttavia di un lessico non già aulico, ma accurato nella sua precisione ineluttabile per cui, anche sotto l’aspetto formale, la storia compositiva dell’autore accoglie articolati movimenti in cui si concretano veri coaguli interiettivi, misure brevi che armonizzano metro e sintassi in una composizione la cui globalità sottende all’eleganza del sorriso e alla dignitosa sopravvivenza alla quotidianità.

Ne viene quindi il dispiegarsi di una fenomenologia della persona altrui dagli esiti complessi, seppur determinati, in cui queste figure – talora marginali, talora concretamente eroiche – sorreggono l’intero dell’enunciazione poetica, configurandosi come personaggi che irrompono nel perimetro dell’io sconvolgendone la struttura logica, in una sorta di palcoscenico da cui il soggetto testuale risulta irrimediabilmente escluso, seppur involontariamente intrecciato ad esso.

Il panorama urbano, così come i suoi abitanti, si intridononel dettato dell’autore di una consapevolezza misantropica che prelude, con i segni dell’opacità contemporanea e le sue diverse e contrastanti prospettive, a quella “attiva passività” dell’osservatore che, non potendo interagire con la realtà che si manifesta, prende con diligenza “appunti” – come se la poesia fosse l’unico modo per svolgere quell’autopsia scientifica sul cadavere della quotidianità, mediante l’ispezione della parola poetica.

Così la voce del Nostro si distingue per quel nobilitante, seppur cinico, disincanto che investe di dubbi con la pacatezza dell’immobilità la stessa liceità della scrittura, in cui s’incrina il rapporto pristino consistente nell’innocenza dell’infante, per approfondire la conservazione della specie umana come mortalità o sorte comune vergata dalla fatale disgregazione, e compassionevole.

Innocenza e crudeltà in Famularo sono le due caratteristiche della natura che, così come “il fiore è disumano” e tuttavia “molto più terreste”, risulta in ultima istanza disumana – perché essere umani comporta la colpevolezza e la consapevolezza della malvagità (subìta o commessa) – e pertanto crudele, come crudele è la bestia che, obbedendo alla propria natura, non può fare a meno di essere ferale.

Perciò, essendo la coscienza una componente e completamente definitoria della specie umana, lo sguardo del poeta si impernia su due figure: la prima, la bambina che indica la statua di Svevo, dicendo “è congelato” e la bambina che elemosina: qui si può notare che l’una possiede ancora uno sguardo (rectius, l’abilità osservativa) non traforato dallo spillo della conoscenza delle trame dell’uomo e delle sue follie, e pertanto non sa distinguere ciò che sia immobile, e ciò che invece sia movibile. La seconda, di contraltare, raccoglie in sé tutta la corruzione umana e ne conserva l’alone mortale per cui nello sguardo non può che emergere il disfacimento che si insinua silente.

Il rapporto tra poesia e mondo rifugge gli schematismi tipici della tradizione, per cui l’io lirico ed i vari soggetti/oggetti saranno sì parte del mondo, ma se la poesia non è un sostituto – confortevole od angosciante che sia, in fondo non fa differenza – di quanto esperibile, quest’ultimo non è solo “occasione” di scrittura, ma anche unica dimensione del reale in quanto esperienza dell’esistente e coscienza dell’abisso interminabile.

E poiché in tale voragine tutte le cose sprofonderanno (umanità compresa) non si rinviene ipotesi alcuna che abbia abbastanza forza da poter esautorare l’avanzare dell’assoluto potenziale risolvente e del nulla eterno (perché non di stasi si parla quando si tratta del nulla, in quanto – inverosimilmente – nell’opera composta dall’autore esso è presupposto e conclusione di ogni cosa, il quale si dispone come contraltare all’impermanenza, alla provvisorietà, alla mutevolezza delle cose tutte).

Basato quindi su un’idea di soggetto connessa necessariamente alla perdita della sua consistenza, il verso si ancora nella possibilità di poter dire di sé stesso senza proferire parole in merito al proprio, delegando quasi il logos alla disgregazione assolutizzante della forma e delle forme, ed alla corrosione del vuoto e del suo buio candore, scandendo il verso nel contrasto tra purezza accecante ed oscurità invadente.

La percezione dell’inconsistenza e del nulla tuttavia non si tramuta in grigio quaresimale o litania nichilistica, perché fondamentalmente il verso dell’autore si dispone – nella sua preminente verticalità – verso il lettore auspicandone il poter tacere, se non anche avvocandolo al saper tacere, come se l’appartenenza del silenzio ai dominî dell’ontologia del pensiero potesse risolversi nell’unico conforto ipotizzabile insieme all’aspirazione nullificante che, prima o dopo, dissolverà ogni cosa.

In questo, sorriso e silenzio sono trama ed ordito della liturgia della dimenticanza, senza tuttavia cedere il fianco al patetismo dell’invocazione tipico della poesia contemporanea, ed espongono il lettore al pericolo per cui il filo del discorso – filosofico e poetico – debba necessariamente passare per la cruna del nulla vorace e della mortalità inevitabile perché, a là l’evidente ispirazione ellenica, nella poetica del Nostro sarà il sorriso a concedere di superare le cose, se non addirittura di sopportare il vagabondaggio inutilmente straziato e straziante di tutto ciò che esiste, animato o inanimato che sia.

E se la bellezza dell’istante concluso nel suo essere non è il suo farsi, dunque sarà la conseguente privazione come effetto della sopravvivenza ad auspicare la commozione dei frammenti, e sarà la grazia in essi nascosta a sottendere quell’inganno letale che si manifesta e sgorga da ogni istante, maturando nell’intimo come speranza nell’apocalisse e nella fine di ogni cosa.

O meglio, così come risulta dalla corona di poesie che cinge la raccolta Favēte linguis, se è “l’inganno” ad insistere nella nominazione adamica delle cose e del creato, esso contiene in sé la mortalità del quanto nominato perché esiste con quel nome solo in relazione al nominante, pertanto il contenuto del nominato  e quel nome in particolare preludono assieme all’occorrenza di annientamento che consiste nella contaminazione, ed è quindi la “menzogna” che si svela nel gesto, nella negazione di ogni cosa per poi scoprire che ciò che è vero non esiste se non nella risoluzione finale della corolla di tenebre che distingue l’evento vita.

Perciò l’ipotesi non conforta più della realtà in Famularo, ed anzi è il rimpianto delle riparazioni mortali ad incontrare la dolorosa espiazione che incide le carni insistendo in quell’isteria umana che infetta ogni splendore, così come ogni fideismo possibile si scioglie nel disinteresse profondo che solo trova origine nella delusione progressiva delle sorti umane; e la non consapevolezza del sonno distrugge la richiesta, perché ormai la “voglia” (intesa come desiderio assoluto) supera il possedibile, e consolida la dissoluzione ed il gelo che attende ogni cosa – nonostante la dignità dell’impegno, nonostante la liceità di ogni cosa possibile in quanto nulla è vero.

Nella progressiva evanescenza della realtà, ed alla luce del vivo contenuto delle opere, si potrebbe speculare che negli intenti dell’autore vi sia la necessità di universalizzare le sorti della vita, assolutizzandola e incardinandone la matrice in un sistema pessimistico di origine Leopardiana. Tuttavia non a questi bisogni è prono il Nostro, perché dalla sua produzione non il fiore, non la ginestra, né l’insetto saranno materia di conforto o di incanto, né questi possono sottrarsi all’evento morte biologica – ed infatti “è inutile chiamarli […] quei fiori sono / morti”. O meglio: tale incanto (se di questo si può parlare, viste le circostanze) emerge sì dal corpo della scrittura, ma lo fa perché in quanto naturale non porta lo stigma genetico dell’umanità.

Sarà quindi nella disumanizzazione e nell’indifferenza – e queste non portano in petto il segno per cui il significato comune della parola si carica di sentimento negativo perché attingendo al significato etimologico del termine ora, e conseguentemente ricordando il contenuto degli insegnamenti induistici prima che nipponici per cui ciò che è nirvāṇa non è estasi umana o divina, ma cessazione del soffio vitale che consente di evadere l’eterno ciclo di vita e morte consistente nel saṃsāra – che ci è concesso di individuare l’unica cura possibile che consente ed insegna la via del vuoto. Disumanizzazione ed indifferenza che pervadono il dettato prima di uno slancio anti-antropocentrico, poi di un soffio estintivo, per quindi cedere il passo a quel vuoto in cui cadranno progressivamente vivi e morti, persone e cose, tempo e spazio.

E questo è confermato dalla ricerca della “autentica esperienza” che si manifesta dai testi che cingono L’incoscienza del letargo perché, se non sarà l’idealismo (la malattia occidentale) a tessere la trama della realtà, se non anche il timore della morte e l’ansia congenita alla vita, solo la graduale ascesi (se così ci è permesso dire) consistente nell’allontanarsi dalle impressioni, dal disprezzo, dalla fantasia e dagli eventi potrà garantire quella profonda pace nello splendore dell’assenza, e la sua serena contemplazione.

© Fotografia di Eleonora Cinquepalmi

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le cose che non nomini
e non vedi
non esistono

gli oggetti e le creature
per un tratto
si distinguono

e se poi, figlio, si rivela falso?

benedetto inganno
che sfumando sovraccarica
le nostre intimità

della crepa sanguinante
non dirò la dispersione

ma solo l’occorrenza
di annientarsi nel contagio
della contaminazione

*

l’estrema negazione
non è così
letale

annega la parola
sotto il peso della mano

e nel suo soffocare
riconosci
l’essenziale

Da Favēte linguis (Giuliano Ladolfi editore, 2019)

*          *          *

non la vita
non l’amore

ma il nulla che precede
l’assenza che s’insinua
il vuoto che
consegue

l’autentica esperienza
e non l’aspirazione
che crea la sua
presenza

*

non la morte
né il disprezzo

ma il tutto che succede
presenza che circonda
qualcosa che ci
insegue

la fantasia corrotta
contempla l’esperienza
tratteggia sulla tomba
lo splendore
dell’assenza

Da L’incoscienza del letargo (Oèdipus, 2018)

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Carlo Ragliani

Pubblicato da Carlo Ragliani

Carlo Ragliani (Monselice, 1992) vive a Candiana, studia presso l’ateneo ferrarese di giurisprudenza. È redattore in Laboratori Poesia. Collabora con Poetarum Silva. Altri suoi interventi critici appaiono su Nazione Indiana, pubblicato ne La radice dell’inchiostro (ArgoLibri, 2021), sul numero 100 di Atelier cartaceo, sul numero 119 de Il segnale, Menabò online. Ha pubblicato Lo stigma (ItalicpeQuod, 2019).