“Ecce Homo” – Riflessioni sulla poetica di Sandro Pecchiari

Isolare una singola raccolta in un corpo poetico che investe quasi un decennio di lavoro potrebbe risultare, in termini puramente critici, svilente rispetto alla necessità di scrittura dell’autore. Tuttavia, considerando tanto le circostanze quanto le esigenze della pagina, l’indagine si dovrà concentrare primariamente sulle parole (tanto dette, che non) sottese alle opere “Scripta non manent” (Samuele Edizioni, 2018) e “Desunt nonnulla” (Arcipelago Itaca, 2020).

Necessitando di un incipit, del “la” da cui poter tentare un abbrivio – ma ancor più volendo fornire un contesto che possa abbracciare il movimento ipogeo alla poetica di Pecchiari, esplicandone le ragioni pur tuttavia evitando d’istaurare un contraddittorio, seppur immaginario – non è possibile escludere siano esattamente queste due opere a fornire le voci del dialogo, essendo queste le più recenti da un lato, e dall’altro poiché rappresentano a tutti gli effetti una conclusione, ed un nuovo inizio, rispettivamente.

Già da titolo, “Scripta non manent” si dona non già come silloge poetica da intendersi nel mero significato di luogo fisico ove raccogliere le fatiche poetiche, bensì come pagina da cui possiamo desumere che il quanto detto (perché scritto) sia destinato a non rimanere, nonostante la necessità di conservare quanto si possa trarre in salvo dalla fauci voraci del tempo.

In effetti, confrontandosi con quest’opera che contiene lo sforzo antologico dell’autore, non si può non notare che alla luce dell’interezza della produzione del Nostro il corpo di questa silloge consista nella riscrittura talora, ovvero nell’auto-traduzione in altri casi della poesia già scritta, in un momento precedente.

Pecchiari, nell’effettuare quest’operazione di florilegio, volutamente svolge una cernita da un lato di certo; ma se volessimo spingere la speculazione oltre l’evidente, non sarebbe eludibile non indicare che sia iscritta a questa scelta la volontà intimissima e di salvare (anche e soprattutto nel senso etimologico, quindi conservare) ciò che è fondamentale, e di dimostrare che la sostanza non riesca nonostante tutto a non consegnarsi all’impermanenza dell’essere, alla modifica ed alla corruzione di cui tutta è intrisa la realtà.

Partendo da questo, l’opera si concentra come momento sintetico – o meglio una presa di coscienza vergata dalla definitività, e caratterizzata sia dalla necessità di preservare il necessario che di riscrivere le esigenze che furono le ragioni della poesia, tanto nel singolo quando nel collettivo – come se i motivi, via via perfezionati e raffinati perché sottoposti a modifiche, non vengano mai in realtà cancellati o messi da parte, principalmente perché essi individuano una via di libertà poetica che si fa completamente umana solo nell’accettazione della dimensione artistica dell’uomo, insistendo come ragione per arrestare la parola ai limiti del buio.

Nel farsi “sintetica”, la poesia contenuta in quest’opera si consegna come frattura di congedo dall’addio, osservando le pause in cui la scelta dipana l’orlo del lutto, allentando le lacrime dell’assenza, e compendiando il vuoto lasciato di chi sparisce e si dissolve in un commiato lungo stremanti sofferenze.

Un pellegrinaggio attraverso disperanti memorie e disperate quotidianità, in cui lutto ed esilio si intrecciano come il diritto al rovescio dello stesso tessuto, e la parola assurge al compito di ricordare, cantare quanto è stato così come un aedo canta le gesta che non si possono più compiere di coloro che ci hanno abbandonato.

In ultima istanza si potrebbe riflettere che quanto posto in salvo dall’opera di crestomazia non sia che il nucleo fondamentale dell’opera, e la ragione più profonda della scrittura poetica – riesumata e riscoperta grazie ad un’opera di contrattura e restrizione – consista in una ritrazione idealmente affine allo tzim tzum ebraico, insegnando non solo che ogni cosa è imbevuta della cronologia del perdersi, ma anche che nemmeno il reale si può preservare nella sua integrità, una volta traversato il confine tragico del non essere, e del non esser più.

Nell’opera che a questa sussegue, deinde in “Desunt nonnulla”, il dettato poetico sembra metamorfizzare, erompendo dalla crisalide luttuosa, sussumendo l’oraziano “surdior quam Icari scopulis”.

Questo perché “più sordo degli scogli di Icaro” il verso si concentra, e rimane come traccia immobile di un cammino compiuto sopra il ciglio del baratro su cui riversa tutta l’esistenza, nonostante le voci chiamino talora dalla sponda dei vivi, talora dalla riva di chi vivo non è più.

Pregno di un lirismo di scuola classica, il soggetto poetante emerge autorevole dal dedalo di corridoi ospedalieri che, seppur animati da una fitta schiera di soggetti degenti e riceventi ora di qualche parola, ora della poesia stessa, tutto si attua in un mare di suppellettili e medicinali, flebo e lenzuola.

È in questo contesto che, consapevole del proprio essere e della propria esistenza, Pecchiari dipinge in questa raccolta poetica un autoritratto in cui si raffigura costretto ai tempi della malattia disumanizzante, poiché atterrito ed attentato dalla minaccia costante della morte.

A tal proposito, si può affermare che l’io lirico di cui si legge non solo coincida perfettamente con il soggetto vivente che si colloca come fonte del dettato, ma ne rappresenti soprattutto l’esito incarnato.

Spesso infatti il poeta, e quindi uomo che ne risulta, si riferiscono direttamente ad un “tu” assoluto, come se la parola fosse riferita nella sua interezza ad un destinatario universale che emerge tuttavia come non direttamente decifrabile nella complessità del messaggio; in questa delicata dialettica, il contenuto della poesia sobbalza da lettore generale a lettore inteso esserci, anche in assenza dello stesso.

A questo dialogo implicito corroborano dei versi che si potrebbero definire didascalici, i quali contribuiscono ad una contestualizzazione che evoca, di contraltare alla degenza forzata, l’essenzialità espressiva e concettuale di cui l’autore si è arricchito – presumibilmente – in seguito alla composizione dell’opera precedente, lo “Scripta non manent”.

Collocandosi in termini più strutturali all’interno del libro, l’intero paradigma delle sezioni per certi versi sembra riproporre l’impalcatura mitica della Genesi biblica, contrapponendosi manifestamente tuttavia ad essa con una tesi di destrutturazione per cui i sette giorni che hanno investito la Creazione si scontrano con la temporalità del disfare umano che si concreta lungo una linea temporale che esiste solo come referente storico, ovvero come coordinate più o meno tangibili in cui fissare gli accadimenti.

La scansione temporale in “Desunt nonnulla” in effetti supera la reale esistenza di uno scorrere del tempo, e lo attraversa, lo trafora e ne annichilisce la realtà teorica e gnoseologica ponendo la poesia “Prima” e “Dopo” i giorni, e l’enumerazione che è sottesa tra inizio ed esizio di questi intesse le giornate che trascorrono – dal numero di zero al sesto – non si contraddistinguano per una nominazione oggettiva, ma ci vengono consegnate come destinatarie del valore minimo di unità numerica, così come il ricovero imposto non fosse che un imprigionamento di cui segnare sui muri e sulle pareti delle celle le singolarità temporali trascorse, ricordando come fosse il prima – sognando come possa essere il dopo.

Se la cosmogenesi del dio abramitico manifesta l’onnipotenza dello stesso nella misura del suo fare, in Pecchiari l’essere umano subisce e l’impotenza, e l’incapacità, e la prigionia e l’inadeguatezza alla vita a cui è consegnato; e la vittoria di questo (ove possibile) si può avere solo dopo dolorose tappe, seppur questi rimanga – nonostante tutto – dimezzato “by design”, nonché vittima del suo continuo smantellamento.

Ma non a solo queste istanze possiamo ridurre la comparazione alle religioni storiche o cosmiche, ed il bagaglio culturale dell’autore si dimostra gravido del sapere che intesse le sensibilità dell’uomo; così leggiamo invocazioni tutte cristiane (anche se disposte “in negativo”) alla passione del Nazareno, se non anche pratiche meditative in cui fisico e non-fisico si uniscono nella posizione dello shavasana (posizione del morto), pratica che favorisce e il riposo dei muscoli e della mente, anellando principio e conclusione di talune posizioni yoga.

A tal proposito, giova ricordare che in determinate sette yogi, la morte e la rinascita sono la premessa di un nuovo domani. Per questo motivo presso molte scuole di yoga si svolge un rito nel quale si simula la morte dell’iniziato, e la sua conseguente rinascita, affinché divenga un sadhu.

Durante l’iniziazione avviene la finzione della morte, e la cremazione del corpo ed il battesimo alla vita spirituale del nuovo discepolo; per questa ragione, al sopraggiungere della morte fisica, i corpi degli asceti non vengono cremati, e le loro spoglie sono abbandonate in un fiume sacro, o inumate.

Questo, come compendia saggiamente l’autore, ci insegna “che certe morti sono più immutabili.”

Altra tematica al quale si àncora il dettato sono la nascita, o meglio la “gravidanza” in cui maternità e paternità investono un unico punto di vista, non già androgino quanto più completamente maschile, in quanto la prima isola e circoscrive la natalità (come possibilità di dar vita) nell’essere umano di sesso maschile alla produzione delle cellule cancerose, la seconda invece sembra raccogliere tutte le istanze culturali del parricidio, seppur tuttavia nell’opera sospenda la propria natura mitologica ed ipotetica,  per divenire minaccia temuta di una realtà possibile.

Poesia, dunque, quella di Pecchiari, che si conferma come tappa inviolabile della catarsi, della depurazione e della purificazione. Poesia che si fonde all’io lirico derivante dal dettato per ritornare in sé stessa, componendo una anaciclosi che tutta si condensa in un connotato filosofico occidentale (largamente inteso tuttavia verso le culture orientali) per cui il ritorno in sé stessi non possa che configurare la vera ed unica conoscenza, sia del sé che del prossimo.

Poesia che si consegna chirurgica nel suo isolare istanti convalescenti tra speranza e certezza, lucidità della malattia e dolore lancinante che questa porta non solo al corpo, ma anche all’anima.

Così come, ad esempio, gli stoici greci posero al centro della loro indagine critica l’atto dell’uomo, il Nostro ripone nella parola la necessità meditativa per cui solo e soltanto questa – onde scritta – possa permettere non solo una catabasi nel male quotidiano, ma anche assurga ad una funzione catartica della quotidianità che si manifesta nel dolore, fugando così e il rischio della poesia diaristica, e della narrazione prosopopeica in cui potrebbe ricadere la necessità di scrittura delle circostanze.

Per questa ragione nella cosmologia dell’autore ci troviamo innanzi ad una parola aspra, e ad una poesia che non concede più confidenze di quelle che abbia inteso dare.

Parola che, come la formulazione sulle labbra di un mantra, consuma il dolore quanto più questa possa essere scritta, pronunziata, letta ed assimilata.

Poesia che, come una preghiera, si dà per salvare oltre il salvabile – e credere oltre la fede.

Parola che è straniamento, e frutto della speranza sfigurata che manifesta il tradimento delle speranze salvifiche affini alle dottrine soteriologiche, e scavalca il tempo che ormai non ha più nessuna importanza; la cui poesia si informa come unica via che può condurre alla ricerca comunicativa innanzi al all’omicidio del padre minacciato e temuto.

Poesia come prova del miracolo che (quando, e se si compie) conserva l’impronta genetica dell’uomo, e rimane di questo fino al dissiparsi della memoria, nonostante – come da titolo – “manchi qualcosa”.


GEOGRAFIA DI FABRIZIO – versione originale

se provavo a trovarti
disegnavi sentieri
o li scoprivo
e la carta li mutava

ti tracciavo come un’isola
e credevo che l’andare
si sarebbe inanellato
sul tornare
in un gioco dell’oca
agli ultimi vagiti

mi accoglievi nella nebbia
mi affidavi come un bimbo
mi abbracciavi ormai sperduto
ti parlavo dal mio arrocco
e non capivo

non eri un’isola
eri una nebulosa


GEOGRAFIA DI FABRIZIO – versione rivisitata

disegnavi sentieri

se li scoprivo
la carta li mutava

ti tracciavo come un’isola
e credevo che l’andare
si sarebbe inanellato
nel tornare

mi accoglievi nella nebbia
mi affidavi come un bimbo
mi abbracciavi ormai sperduto

ti parlavo dal mio arrocco
e non capivo

non eri un’isola
eri una nebulosa

*

non poter andarmene prima che tu vada
testimone di una vita
ingozzata di chemioterapia

dovrai morirmi qui dentro, tra le braccia
sgranando i secondi rimasti della notte

ma perdo il conto se ti guardo
e varco assieme alle tue mani

il non-tempo che allaccia
l’imperfezione del diluvio

Da Scripta non manent (Samuele Editore, 2018)


shavasana è la scansione primitiva
dei non morti, li espone alla gravità
asporta i corpi scelti per salvarli.
certe morti sono più immutabili.

gli oggetti sanno come permanere –
[così parla il sasso se lo pesti
forse il gambo se lo spezzi
dentro il suono il segno dentro
ferma la linfa, il lattice
nel frusciare nel racconto]

così sfolla il cuore
il silenzio
assunto
senza sonno

*

sostituendo ogni antidolore
anticoagulo antidisidratazione

disgiungendo questo corpo dal suo tempo
il tempo ripensa senza tempo
al figlio che sfidava forte dalla carne

hoc erat corpus meum

appiattirsi è il segreto della pagina
aspettarsi un post fata resurgo
il corpo scava storie altrui
intrusioni densi segnalibri

*

varco la porta 7D
in un voile di teli d’ospedale
la borsa col catetere, il cigolio del porta-flebo
i collant antitrombo, le infradito gialle

in questa sfilata di reparto
avanzo come nel cemento

il pubblico supino suona campanelli

un ecce homo risucchiato dal sepolcro
oltre le bende sotto il sudario
riconoscibile nonostante le omissioni
uno zombie da corsia –
sotto il lenzuolo niente!

cauto, ghigno sbiancato alle pareti gialle –
una frittata –

chissà chi ci sarà per cena

*

stare cattivo dentro il labirinto
confronta il guarire sulla pelle
con il livore ostile dell’interno

senza guerrieri senza figlio ormai
salvo
svuotato

ora le mura si sperdono senza porte.
andranno chiamate con un altro nome

Da Desunt nonnulla (Arcipelago Itaca, 2020)


© Fotografia di Virginia Morini

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Carlo Ragliani

Pubblicato da Carlo Ragliani

Carlo Ragliani (Monselice, 1992) vive a Candiana, studia presso l’ateneo ferrarese di giurisprudenza. È redattore in Laboratori Poesia. Collabora con Poetarum Silva. Altri suoi interventi critici appaiono su Nazione Indiana, pubblicato ne La radice dell’inchiostro (ArgoLibri, 2021), sul numero 100 di Atelier cartaceo, sul numero 119 de Il segnale, Menabò online. Ha pubblicato Lo stigma (ItalicpeQuod, 2019).