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Contagion: quando l’assurdo diventa reale

 

È una pellicola ormai virale, un film che a un primo sguardo può risultare profetico a causa dell’inquietante parallelismo con la realtà odierna: parliamo di Contagion (2011) di Steven Soderbergh.

 

Contagion
Locandina del film “Contagion” (2011) di Soderbergh

Presentato fuori concorso alla 68ª mostra internazionale del cinema di Venezia, il film riscosse in origine un discreto successo. Fu lodato sia dalla critica sia dal pubblico che rimasero impressionati dalla tensione creata dalla pellicola. Solo oggi però, a fronte dell’emergenza sanitaria che stiamo vivendo, acquisisce valore suscitando un reale interesse.

Il film trasporta lo spettatore all’interno di un’emergenza sanitaria globale iniziata ad Hong Kong dove una donna, durante un viaggio di lavoro, contrae un virus non ancora identificato. Se inizialmente al “Paziente Zero” viene diagnosticata una banale influenza, presto i medici si rendono contro di essere di fronte a qualcosa di totalmente sconosciuto: un virus che colpisce il sistema nervoso e i polmoni denominato “MEV-1”. A causa della veloce diffusione per via aerea, i contagi aumentano vertiginosamente, costringendo le autorità a dichiarare una “pandemia su scala globale”. 

Il film affronta minuziosamente ogni sfaccettatura di tale epidemia, non solo dal punto di vista medico, ma ponendo attenzione anche ai risvolti politici e sociali.

La dissociazione umana dall’assurdo

Quando ci confrontiamo con un film “distopico” tendiamo a dissociarci pensando alle realtà da esso rappresentate (distopiche o non) come lontane dalla nostra quotidianità. Le tematiche affrontate da Contagion appaiono ai nostri occhi come qualcosa di assurdo: la società non è abituata a pensare al mondo nei termini di una calamità naturale.

L’uomo si sopravvaluta considerandosi immune a tutto ciò che non concerne la sua ordinarietà. Davanti alla visione di una realtà tragica non si abilita e non comprende il potenziale realismo di ciò che ha di fronte.  

Il disagio conseguente al COVID-19 ci insegna qualcosa che, forse, un genere cinematografico sottovalutato da molti ma con un grande potenziale comunicativo ha sempre voluto mettere in luce: non siamo invincibili o indistruttibili come credevamo.

Ne è dimostrazione tangibile la mancata assunzione, da parte della società e della politica, di una posizione tesa a fronteggiare una realtà che ai nostri occhi pare al limite del fantascientifico.

Contagion ci insegna che la nostra impotenza al cospetto della realtà ci indispettisce, ci fa sentire minuscoli e insignificanti come realmente siamo, ma come non siamo mai voluti apparire. È un’amara contraddizione espressa dal cinema nel corso degli anni, ma spesso sottovalutata dallo spettatore.

L’insensibilità del fruitore

Alla base del rapporto tra Contagion (film manifesto di una categoria ben definita) e il fruitore c’è una forte insensibilità nei confronti delle calamità naturali. L’uomo le ritiene assurde ma la contraddizione sta nel fatto che, in quanto tali, esse possono diventare parte della nostra realtà.

Davanti alla visione di una catastrofe collettiva, come può essere la rappresentazione cinematografica di una pandemia globale, la reazione emotiva dell’uomo tende ad attenuarsi. L’individuo non empatizza e così tende a non percepire la reale tragicità delle sofferenze. Siamo assuefatti dalla lontananza spazio-temporale degli eventi che ci conduce verso una sempre maggiore non-azione.

La teoria dei sentimenti morali di Adam Smith

Adam Smith, filosofo ed economista scozzese, nella “Teoria dei Sentimenti Morali”  (1759) prende in analisi il modo in cui empatizziamo i vissuti altrui per mezzo dell’immedesimazione simpatetica. La riflessione si impronta così sulle cause portanti della mancanza di percezione emotiva da parte dell’uomo.

L’individuo, spiega il filosofo, non è di per sé malvagio: la sua incapacità di rimanere indifferente alle sofferenze altrui è una delle caratteristiche che lo rendono più autenticamente umano. È la “molla” che, per parlare in termini evoluzionistici, ci spinge all’aiuto reciproco in virtù del fine ultimo della preservazione della specie.

Ma quella che Smith chiama simpatia, intesa come la capacità che, attraverso l’immaginazione, ci porta a vivere come nostre le emozioni altrui, viene a mancare alla comparsa di elementi come la distanza, il numero e la non identificabilità dei soggetti protagonisti del fenomeno.

L’uomo non percepisce questo genere di sofferenze e atrocità poiché assuefatto da particolari condizioni che lo spingono a non comprendere a fondo la tragicità delle catastrofi naturali collettive.

La caratterizzazione del fenomeno da parte di tali fattori è determinante per l’impatto emotivo esercitato sulla persona estranea all’avvenimento. L’uomo viene condotto verso un inferiore senso empatico e dunque verso una reazione non totalmente vivida ma “ovattata”.

L’intorpidimento psichico

È un fenomeno chiamato “intorpidimento psichico”: la nostra consapevolezza e di conseguenza la nostra capacità di coinvolgimento emotivo diventano limitate. È difficile quindi immedesimarci o sentirci partecipi di qualcosa che si allontana dalla concretezza del nostro quotidiano. Quando entriamo in contatto con delle tragedie “ad alta scala” perdiamo quella reattività apprensiva tipicamente umana aumentando il nostro cinismo e la nostra indifferenza.

Qui sta il paradosso: il numero esponenziale di vittime dovrebbe incrementare la nostra emotività in modo sempre crescente. Nascosta dall’aridità e dall’anonimato dei grandi numeri vi è però un atrocità che non percepiamo. Ne deriva una progressiva mancanza di coinvolgimento nei confronti di ciò che non è subordinato al controllo umano. Pellicole come Contagion manifestano la nostra impotenza e la nostra deresponsabilizzazione di fronte ad eventi drammatici che ci rendono sempre più distaccati e indifferenti.

Un repentino cambio di prospettiva

Soltanto nel pieno dell’emergenza sanitaria, Contagion ha raggiunto importanti livelli di popolarità: il confine tra assurdo e realtà è diventato labile.

Il senso di inquietudine e di disorientamento causato dalla situazione odierna spinge l’uomo a cercare risposte che siano concrete, attingendo così a disparate fonti. È una cura palliativa autosomministrata dall’essere umano che cerca sicurezze e risposte in ogni ambito del sapere, incluso quello cinematografico. Si cerca in esso forza, consapevolezza e concretezza, per soddisfare il naturale bisogno di affrontare la paura dell’incerto.

A confronto con i nostri limiti

Cosa ci insegna dunque la distopia di Contagion ? Qual è il compito del cinema distopico e fantascientifico ?

Forse è mero intrattenimento, soprattutto nei casi di fantascienza esasperata e di rappresentazione di mondi impossibili. Esistono però circostanze cinematografiche che dovrebbero spingere l’uomo a riflettere sulla sua stessa entità, sulla sua invincibilità e sulle sue paure. Stiamo prendendo consapevolezza di come la percezione umana dell’assurdo stia mutando drasticamente, ciò che ai nostri occhi risultava impossibile è ora reale.

Riflettendo sul fatto che la creazione e lo sviluppo umano sono atti di prepotenza sulla natura, ci rendiamo conto di come un’autoproclamata visione invincibile di noi stessi stenti a rispecchiare la realtà.

Ma, quando tutto questo finirà, cosa cambierà in noi? Dimenticheremo quanto il confine tra assurdo e reale sia labile o vedremo il mondo con occhi completamente nuovi ?

 

 

 

Distanziamento sociale: la sfida di una nuova vita collaterale https://www.intermezzorivista.it/distanziamento-sociale-la-sfida-di-una-nuova-vita-collaterale/

Fonti: Adam Smith, Teoria dei sentimenti morali (1759), Rizzoli, Milano, 2001. https://www.ilsole24ore.com/art/l. – indifferenza-tragedie-collettive-e-demagoghi-che-sanno-sfruttarla-ACPNxPBB. C’est – https://it.m.wikipedia.org/wiki/Contagion_(film_2011)

 

Francesca Manzoni

Pubblicato da Francesca Manzoni

Classe 1999, sono nata e cresciuta a Bergamo dove mi sono diplomata presso il liceo scientifico L. Mascheroni. Dal 2018 ho intrapreso gli studi di Lettere Moderne presso l’Università Statale di Milano. Nonostante un profondo legame con la letteratura coltivo da sempre un insaziabile sete di conoscenza per ciò che concerne il mondo del cinema, con l’obbiettivo di spingermi oltre le apparenze.