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La cultura dalle accademie al capitalismo: ascesa e declino della critica letteraria

Cinzia Pedruzzi - Intermezzo
Dipinto di Cinzia Pedruzzi

Parlare oggi di critica letteraria può apparire anacronistico
Condannata ai rigidi perimetri del mondo accademico, oggi la critica letteraria sembra non riuscire più a rivolgersi ai lettori, che rimangono senza le coordinate necessarie per interpretare un sistema letterario spesso non semplice.  Non è stato però sempre così.  Per molto tempo infatti la critica letteraria ha tenuto fede al compito di indicare la strada, tracciare la via affinché i prodotti letterari fossero valorizzati da un pubblico ben disposto a ricevere consigli e indicazioni; poi però qualcosa si è rotto. Il legame tra pubblico e critica letteraria è venuto a meno. 
La torre d’avorio ha chiuso il portone. Dentro non vi sono più i poeti, ma i critici, non più in grado di interpretare una realtà culturale che si è fatta sempre più complessa. Che cosa è accaduto?

La cultura per pochi

Nel corso della storia si è per lungo tempo delineata all’interno della società un’élite culturale in cui gli intellettuali, di epoca in epoca, erano chiamati a riconoscersi.  Dai monasteri alle corti, dai salotti illuministi alle università, la cultura, nei secoli che vanno dal medioevo fino al novecento, è sempre stata per pochi. Limitare a queste poche fasi un periodo storico così ampio e complesso potrebbe apparire superficiale, ma è funzionale a mettere in luce un fatto chiave: il popolo è stato a lungo escluso

Ciò si deve alla concezione stessa che a lungo si è avuto della cultura. Quest’ultima infatti per secoli è stata vista come estranea al mondo: una fonte purissima, lontana da qualsiasi “meschina” logica di impresa. Scrittori e poeti non scrivevano primariamente per un guadagno materiale, ma affinché fosse loro tributato lo status di intellettuale da chi deteneva il potere. Così dunque la cultura rimaneva un aspetto tendenzialmente elitario e marginale della vita comune.
Ben lontani dalla possibilità di sostenersi in modo autonomo, infatti, gli scrittori in quei secoli non poterono far altro che affidarsi a un’aristocrazia in grado di proteggerli e mantenerli, distanti da un popolo che era a loro estraneo e a cui mai le loro opere si rivolsero.

Tale situazione non mutò nel corso del tempo e questo anche a causa del fatto che la scolarizzazione era negata agli strati più bassi. Sparirono certo le corti, ma nel lungo cammino che porta alle soglie del Novecento non ci si riuscì ad allontanare concretamente dall’idea di una cultura elitaria a cui si poteva ascendere solo grazie all’intercessione di un “letterato”, un intellettuale che nelle università diviene il critico: l’unico in grado di dare un valido indirizzo in ambito culturale. Così fu, almeno fino al XX secolo.  

Novecento: l’avvento del capitalismo e la fine di una cultura elitaria

Nel Novecento le dinamiche della società culturale si ridefiniscono, il pubblico diviene una massa più ampia e complessa a cui il “letterato” è chiamato a rendere conto. Il novecento è stato un secolo complesso, ricco di contraddizioni e scosso da una volontà interna di ridefinizione della società e dell’uomo. Gli eventi storici hanno infatti sradicato qualsiasi forma di realtà e di vita precedente, dando origine alla realtà in cui noi oggi siamo proiettati.  Nessun aspetto di vita ne è stato escluso, neppure l’ambito culturale.  Quest’ultimo venne investito dai cambiamenti sociali del secolo, da cui non poté salvarsi, perché chiamato a rispondere a logiche economiche nuove: quelle del sistema capitalistico

L’importante industrializzazione che interessò l’Italia nella seconda metà del Novecento portò negli anni del boom economico ad un nuovo e generale benessere. Le fabbriche diventano la promessa di un lavoro e del benessere che solo la città può garantire, le campagne si svuotano, le famiglie scelgono una nuova vita, lontana dalle miserie, una vita che possa garantire un futuro migliore ed un’educazione ai propri figli. 

Così nel corso del tempo la dimensione di sussistenza della campagna viene meno: il contadino si fa operaio prima e consumatore poi. L’economia del sistema capitalistico si regge proprio su questo meccanismo: ad un produttore deve corrispondere un compratore che, pagando il servizio/prodotto, permette ad esso d’esistere. Appare allora chiaro il motivo per il quale, in un sistema del genere, una dimensione culturale elitaria, per pochi, non possa resistere.

La “fonte pura” del sapere diventa anch’essa bene di consumo, come ogni altra cosa, e non può sgorgare se non vi è chi la finanza. La cultura all’improvviso si trova a doversi aprire ad un pubblico nuovo che per anni ha ignorato: il popolo. Solo rivolgendosi alle grandi masse, infatti, si può garantire il capitale necessario al sostentamento dell’intero apparato di produzione, anche se la produzione è di natura culturale. 
È la rivincita degli esclusi.  

Coloro che a lungo erano stati tenuti lontani, ora diventano necessari e sono le loro esigenze a modellare il sistema culturale. Per diventare un prodotto, la cultura (e più nello specifico l’oggetto librario) deve rispondere a un bisogno, in modo tale da assicurarsi una necessità costante che ne garantisca il consumo e dunque il guadagno. Ma a che bisogno può rispondere un libro? 

I bisogni di un pubblico “nuovo”

Sono molteplici i motivi che spingono il nuovo pubblico a leggere un libro. Tuttavia, in estrema sintesi, si potrebbe dire che oggi si legge allo scopo di soddisfare un bisogno estetico, che si configura come una continua ricerca di bellezza o, più semplicemente, di emozioni sempre nuove attraverso la parola. Ciò che ricerchiamo attraverso la lettura, dunque, non è oggettivo ma soggettivo e mutevole, divenendo per questo un problema all’interno del processo capitalistico. La costante volontà di guadagno e produzione, infatti, ha portato negli anni a preferire un prodotto standardizzato, che sia in grado di aggiornarsi rimanendo però uguale a sé stesso e sempre in grado quindi di soddisfare i bisogni dei suoi acquirenti. Ma un libro non può essere tale. 

Per la natura stessa del bisogno che soddisfa, la produzione di libri deve essere in grado di rinnovarsi continuamente rispondendo a istanze estetiche di pubblici tra loro anche molto differenti. L’editoria (che nel sistema capitalistico si fa industria) si trova in una difficile posizione che l’ha portata, nel corso di questi anni, ad una soluzione: la produzione massiva. La scelta è stata quella di dare alle stampe sempre più titoli, sempre più opere al fine di soddisfare un pubblico che, continuando a crescere, è sempre più variegato (anche a livello di istruzione) e grande. 

La resa della critica letteraria

Appare chiaro dunque che in una simile situazione, dove il libro diviene un bene necessario per soddisfare un bisogno estemporaneo, difficile è definire un progetto letterario e culturale. La quantità tende a vincere sulla qualità ed è arrivati a questo punto che la critica contemporanea cade e si dichiara sconfitta. La molteplicità e la varietà dominanti rendono infatti difficile un’analisi reale di un tale sistema culturale, soprattutto se quest’ultima è ancora svolta seguendo parametri non aggiornati e rivolgendosi al pubblico con sufficienza. 

Il lettore infatti è oggi ben consapevole del ruolo attivo che può svolgere nel sistema letterario e del potere che le sue scelte d’acquisto hanno. Per questo mal sopporta chi si rivolge a lui con aria di sufficienza, come è stato nei secoli precedenti, e preferisce confrontarsi con chi è suo pari. Non a caso sono questi gli anni dei blog e delle pagine social che nascono come luogo virtuale dove recensire libri e condividere opinioni, in un modello di comunicazione non più elitaria ma di “molti a molti”

Nel dialogo una nuova possibilità per la critica letteraria

È la fine della critica? Questa domanda non ha una risposta definitiva, non ancora almeno. La critica letteraria in questi anni è spesso sopravvissuta rinchiudendosi nelle aule universitarie dove disquisisce su Dante e Petrarca senza riuscire a farsi filtro di interpretazione della realtà odierna, ma il suo fallimento non deve essere perenne. La critica letteraria può ancora riuscire a riacquisire il suo ruolo, ma non da sola.

Nell’epoca in cui anche il libro è un prodotto di consumo, la critica deve collaborare con l’editoria. È proprio nel rapporto con l’editoria che la critica letteraria può avvicinarsi a quelle istanze culturali e di consumo da cui è stata a lungo estranea. Allo stesso modo è nel dialogo con la critica che l’editoria può riscoprire l’opera non più solo come risposta a bisogni ma come progetto culturale nuovo, nella speranza di una concreta proposta di interpretazione della realtà culturale dei nostri tempi.


Credits:
Cinzia Pedruzzi per l’opera in copertina
Nell’epoca del consumo lo spreco diviene una costante. Non solo cibo: la vita stessa è sacrificata alla logica del nuovo edonismo di massa. La denuncia dell’artista è un’allegoria chiara e forte.I colori sono vari e vividi come la molteplicità delle vittime immolate al mercato. 

Autodidatta sin da giovane, Cinzia Pedruzzi viene indirizzata alla scuola d’arte del maestro Ernesto Doneda da Brembate.
Sotto la sua guida perfeziona la tecnica della pittura ad olio, esprimendo uno stile figurativo moderno, paesaggi e nature morte. La ricerca delle forme la spinge allo studio del disegno e alla rappresentazione del corpo umano, dedicandosi successivamente al ritratto. Interessata allo studio dell’arte e curiosa di formarsi su nuove tecniche espressive, apprende la tecnica dell’affresco e la manipolazione plastica della materia, rappresentando in terracotta figure umane e busti. Insegna in corsi di disegno, pittura ad olio e manipolazione della terra.
Collabora per la realizzazione di corsi scuola con due amministrazioni locali. Ha partecipato a varie rassegne d’arte, mostre collettive e tenuto esposizioni personali in svariati centri culturali. Iscritta al Circolo Culturale Bergamasco dal 1997, partecipa alla collettiva annuale presso la sede di Bergamo.

Sito Web di Cinzia Pedruzzi
Instagram: @cinziapedruzzi


Bibliografia:
V. Spinazzola, I diritti del lettore e La funzione dell’editore, in Id., La modernità letteraria, Milano, NET

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Pubblicato da miriamballerini

Nata nell'ultimo inverno del secolo scorso in Brianza, cresce (o almeno ci prova) in provincia di Como. Da qui inizia ad andarsene, dopo il diploma. Nel 2018 infatti si iscrive alla facoltà di Lettere a Milano e intraprende la sua carriera da pendolare. Innamorata (senza essere ricambiata) della scrittura, dall'autunno del 2019 inizia a collaborare con alcune riviste online. Per l'Intermezzo si occupa di società perché coltiva ancora l'illusione che la cultura possa salvare il mondo.