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Davide Gallo – Poesie

Davide Gallo

Un omero d’ulivo per te
per le tue gambe
e i tuoi vertiginosi abbandoni.
Perché possa rapire
ogni colpa frondosa:
che si schianti sul ramo
a scavare anfratti per piccoli ragni
e con la pietà di una nuvola
addolcirti le reni.

Spingere un battello
in un terreno grinzoso
e vederlo schiarire negli anni
assorbito dalle pesche
e dal biasimo delle ortiche.
Sfilarne la spina dorsale
fare una casa con un telo
verde bottiglia.

Là sfinire le giornate e i primi passi
i bottoni che stillano davanti e
si cuciono da dietro – come ulivi
che hanno tutto il tempo piegato
tra le rughe e gli innesti.

*

Sono nato come un confine
disarmato ma non vinto.
Nei miei occhi si nutriva già
l’assenza, tra la manica e il polso
dove nascondere paure
o piccoli oggetti che si mordono
per prepararsi al balzo.

Sono nato e non so perché
mi guardavano tutti attorno sparsi
di luci bianche, me nudo e
pieno senza sapere
il corridoio poco più in là, due passi indietro
un cigolio di porta.

Sono nato e lentamente crescevano le mani
nella farina a farne impasto. Ora solo voragini
abbandonate nel lievito, un tocco di dita
che pare così da sempre
e da sempre cambia a mia insaputa.

Pongo uno straccio a coprire
quel po’ di tempo che è passato
e torno a stanare volpi, chissà
che al ritorno non lo veda fertile
riempire i buchi
dimagrendo aspettative.

*

Tornare fu un silenzio di presepi
lasciati nell’angolo del salone
lo stesso in cui il gatto ha vomitato
annegando il buio.
Ora in questa casa
ci sono meno pantofole
a pettinare la polvere.

Quando ci pensi – la prima volta –
e pensi a quando tua madre andrà
sei già cambiato. Il cuore
sprofonda come un pendolo.

Ora che l’aspetto sono un esule
brillo nel braccio del mare.


L’autore

Sono nato a Bari il 15/12/1996 dove ho conseguito una laurea in Lettere Moderne. Attualmente a Bologna per completare il corso di Italianistica, scrivo e leggo poesia con l’obiettivo lontano di pubblicare un libro e lavorare nell’ambito della critica.
Tra i lettori più amati: Amelia Rosselli per una grammatica della poesia che sia libera e aggressiva senza essere banale come in certi prosimetri di “Variazioni Belliche”, Giorgio Caproni per la leggerezza di “Battendo a macchina” e del “Congedo”, Antonella Anedda per il dialogo con i quasi morti di “Residenze Invernali”, Patrizia Cavalli per l’abilità di rendere l’ironia e l’autoironia con l’agilità di certe poesie di “Le mie poesie non cambieranno il mondo”, Pierluigi Cappello con la sua fine malinconia sempre un po’ sporca di terra, Chandra Livia Candiani che ha saputo parlare con amore infinito del corpo che la sostiene in “La domanda della sete”.

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