Crea sito

Della pericolosità sistemica del patriarcato

RIFLESSIONE SUL LIBRO “STAI zitta” di michela murgia

“Nel nostro mondo un uomo è sicuro di sé, una donna è arrogante. Un uomo è senza compromessi, una donna è una rompicoglioni. Un uomo è assertivo, una donna aggressiva. Un uomo è stratega, una donna una manipolatrice. Un uomo è un leader, una donna ha manie di controllo. Un uomo è autorevole, una donna prepotente. Le caratteristiche e i comportamenti sono gli stessi, l’unica cosa che cambia è il sesso ed è in base al sesso che il mondo ci giudica e ci tratta diversamente. Ogni volta che parlo di femminismo c’è qualcuno che invariabilmente mi applica l’etichetta di “rabbiosa”, come se ad una donna non fosse permesso di provare rabbia senza che la rabbia diventi il suo stesso modo di essere.”

Chimamanda Ngozi Adichie, scrittrice

“Stai zitta e altre nove frasi che non vogliamo sentire più” è l’ultimo libro di Michela Murgia: attivista, scrittrice, giornalista e critica letteraria. Si potrebbe definire una mina vagante: è un libro con un’identità propria, intriso di emozioni forti e definite. Si plasma fino ad assumere la forma di un “corpo contundente”, come la stessa Michela Murgia l’ha definito: è un coltello che ha la capacità di penetrare nel profondo e di scavare all’interno di un’entità marcia e stantia, ovvero la società in cui viviamo e i rapporti che la regolano.

Il linguaggio come infrastruttura culturale

“Il linguaggio è un’infrastruttura culturale che riproduce rapporti di potere.”

Michela Murgia, “Stai zitta e altre nove frasi che non vogliamo sentire più”

Lo strumento primario per comprendere in buona parte i meccanismi intrinseci di una società e di una cultura è proprio il linguaggio: il modo in cui si parla, le parole che tutti utilizzano per esprimersi, per comunicare e per trasmettere i propri pensieri all’altr* sono i canali attraverso i quali una comunità esterna le proprie concezioni (e convenzioni), soprattutto quelle più radicate che spesso faticano ad emergere in forma esplicita, o che vengono assimilate in modo talmente meccanico che diventano parte integrante di un pensiero comune, trovando una legittimazione dilagante e nociva.

Il linguaggio, pertanto, risulta essere un terreno fertile per indagare sulle considerazioni condivise e che sono socialmente rilevanti, soprattutto quando queste riguardano i rapporti di genere e le sue stereotipizzazioni, le quali si tramutano, inevitabilmente, in azioni concrete. Le parole che decidiamo di usare sono lo specchio dei costrutti mentali che ci caratterizzano, a volte, persino inconsciamente; e diventa importante, proprio per questo motivo, sviscerare ciò che vi è al loro interno, comprenderlo e prenderne consapevolezza.

Di come la nostra società sia ancora impregnata di un imperante pensiero maschilista e paternalista e si sia modellata secondo le sue dottrine, è evidente proprio a partire dal modo in cui si sceglie di scagliare le armi del linguaggio contro l’altr*. Potrebbe sembrare superfluo, per molti che giudicano il femminismo “una causa superata e ormai inutile” partire proprio dalla materia linguistica per affrontare il tema della discriminazione di genere ma, come la stessa Michela Murgia afferma, è proprio da qui che bisogna iniziare.

Le parole sono manifestazione reale di ciò che pensiamo: mettere in discussione la realtà che ci appartiene e guardarla attraverso le lenti della consapevolezza è un punto sostanziale, “perché il modo in cui nominiamo la realtà è anche quello in cui finiamo di abitarla”.

In primis, basti portare la propria attenzione alla definizione sociale e stereotipica che si ha di alcuni sostantivi flessi al femminile: per esempio, il termine “maestro” presuppone un significato che ha a che fare con la superiorità in un ambito o in una materia particolare da parte di una persona competente, in sintesi implica un’autorevolezza specifica e ben precisa.

Questo significato non viene trasferito in modo equo quando, invece, la parola “maestro” viene riferita al femminile. La parola “maestra” assume un significato più blando, a tratti irrisorio ma soprattutto ironico, decisamente meno autorevole: basti pensare ad espressioni di uso comune quali “ti stai comportando da maestrina” o “la maestra dalla penna rossa” di cui si abusa quando si ha la percezione che qualcuno si stia comportando in modo esageratamente pignolo nei confronti dell’altr*, ponendo al centro del proprio commento un clichè secondo il quale la donna, la “maestrina”, è necessariamente puntigliosa e rompipalle, sempre pronta a correggere qualcosa che appare erroneo o fuori posto, accennando ad una concezione secondo la quale la donna si impunta a prescindere, spesso senza motivo contro qualcosa, giusto per il gusto di farlo e proprio per questo non merita di essere ascoltata con attenzione.

Inoltre, questo atteggiamento può essere trasposto in modo, purtroppo, molto semplice anche in riferimento al modo di agire o di comportarsi che assume sembianze totalmente differenti in base al sesso della persona di cui si parla. È innegabile che questa differenziazione sia un problema di genere e, pertanto, sessista.

Illustrazione di Anarkikka

Da dove nasce il sessismo

“I giornali italiani non riescono a dismettere lo stupore davanti al fatto che le persone di sesso femminile possano davvero fare bene qualunque cosa e forse è per questo che, per raccontarle, usano una dicitura che cancella qualunque legame con la realtà: identità, competenza, ruolo. A contare rimane solo il sesso, che poi è proprio la ragione per cui la discriminazione di genere si chiama sessismo.”

Michela Murgia, “Stai zitta e altre nove frasi che non vogliamo sentire più”

Il maschilismo e paternalismo che vigono ancora prepotentemente nella società sono spesso intricati in una serie di modi di dire, denominazioni e diciture che sembrano innocue e si nascondono perfettamente nell’enorme matassa che rende spesso complesso distinguere ciò che è corretto e ciò che non lo è, decorando e abbellendo superficialmente espressioni che sono, in realtà, fortemente discriminatorie.

Al giorno d’oggi, sulle testate giornalistiche più comuni le donne che si distinguono ed emergono in un ambito specifico per aver compiuto qualcosa di particolare o per aver portato avanti una ricerca importante, etc , sono descritte come delle eccezionalità da mettere sul piedistallo. Il primo elemento che emerge è proprio il sesso della persona coinvolta in questa specifica impresa: viene scartata l’importanza effettiva dell’impresa stessa, le competenze concrete della persona, il ruolo che ha ricoperto.

La meraviglia scaturisce proprio dal fatto che sia stato un essere umano di genere femminile a fare proprio quella cosa: è evidente l’ideologia di base secondo la quale una donna non sarebbe mai stata capace di fare una cosa del genere e per questo risulta fondamentale sottolineare proprio l’aspetto del genere per rendere efficace la notizia.

Questa concezione ha radici ben più profonde e deriva da un lascito storico e culturale incentrato sul fatto che la donna sia un essere relazionale, a differenza dell’uomo che è, invece, prettamente una creatura razionale. In quest’ottica è naturale supporre che la razionalità sia estranea e completamente dissociata dall’ideale femminile: perciò, quando una donna smentisce questa concezione diventa necessario rimarcarlo e renderlo noto proprio in relazione al suo genere.

Questa convinzione è ben più radicata di quanto si possa pensare, e non è affatto anacronistica, purtroppo. Basti pensare al fatto che, in quest’epoca considerata progressista e all’avanguardia, è ancora impensabile e inconcepibile, per molti, che una donna non voglia avere figli.

Una donna di 30 anni che non ha ancora avuto figli, è considerata un’anormalità da gran parte del tessuto sociale, per questo è una consuetudine rivolgerle domande della serie “a quando il tuo bambino?”, “non pensi di avere un figlio?”, etc. La radicalizzazione di questo concetto esterna, di riflesso, l’immagine della donna-mostro: colei che non vuole (o non può) avere figli, che pensa solo al proprio lavoro (“proprio come un uomo”) e che, proprio per questo, sembra essere privata e snaturata dall’interno dell’elemento principale dell’essenza femminile, della creatura relazionale per eccellenza: la maternità.

Lo spettro femminile e la donna-mostro

Si contribuisce, in questo modo, tassello dopo tassello, a creare lo “spettro femminile”, che consiste nel racchiudere in una serie di etichette e caratteristiche l’immagine predefinita che una donna deve incarnare per essere considerata tale: l’esempio perfetto del genere.

Lo spettro femminile è costruito attraverso una descrizione ben precisa che corrisponde all’ideale di femminilità canonico e specifico” secondo il quale una donna deve essere elegante, silenziosa, generosa, disponibile, rispettosa, pudica e chi più ne ha, più ne metta. È incredibile quanto sia irreale e discriminatorio tentare anche “solo” ideologicamente di far aderire alla complessità umana di un intero genere delle peculiarità meccaniche e predefinite e delle aspettative sociali, oltre a costituire una concezione e un atteggiamento assurdamente disumani e pericolosi.

All’interno delle denominazioni che compongono “lo spettro femminile” rientra l’implicita consensualità delle donne alle avances, ai cosiddetti complimenti maschili ogni qualvolta si mette il piede fuori di casa. Si tratta di un atteggiamento così tanto comune e quotidiano che alcuni faticano persino a considerarlo pericoloso e invasivo: è indice di un rapporto di potere che si cerca di sovrapporre alla presunta desiderabilità passiva delle donne, come se fossero degli oggetti in bella vista il cui scopo principale è quello di essere notate, apprezzate, ammirate, adulate.

Questo atteggiamento ha radici ben più gravi rispetto a “semplici complimenti fatti in modo innocuo”, come spesso vengono denominati. Si tratta di fenomeni completamente diversi, derivanti da matrici culturali ben distinte e riconoscerlo significa non bendare gli occhi dinanzi ad un costrutto mentale molto grave, che ha a che fare con i rapporti di potere che il genere maschile, da secoli, pretende di avere nei confronti della categoria che reputa inferiore alla sua: quella delle donne. Il cat calling è una conseguenza concreta di qualcosa di preciso: la cultura dello stupro.

La cultura dello stupro

“La cultura dello stupro è un complesso di credenze che incoraggiano l’aggressività sessuale maschile e supportano la violenza contro le donne. Questo accade in una società dove la violenza è vista come sexy e la sessualità come violenta. In una cultura dello stupro, le donne percepiscono un continuum di violenza minacciata che spazia dai commenti sessuali alle molestie fisiche fino allo stupro stesso. Una cultura dello stupro condona come “normale” il terrorismo fisico ed emotivo contro le donne. Nella cultura dello stupro sia gli uomini che le donne assumono che la violenza sessuale sia “un fatto della vita”, inevitabile come la morte o le tasse.” 

Butchwald, Fletcher e Roth

C’è chi afferma con forza che il femminismo nel 2021 sia una corrente anacronistica, superata e che pertanto costituisca un’esagerazione, “un estremismo” pericoloso “come tutti gli altri” dal quale bisogna stare alla larga. Che il femminismo sia considerato un ulteriore pensiero oltranzista è la prova di quanto sia profondo il sistema patriarcale e di quanto sia difficile sradicarlo.

La convinzione che si cela all’opinione – purtroppo – comune che non sia più utile essere femministe nel XXI secolo, che “ormai si sta esagerando perché non si può più dire niente” è un esempio meschino di quanto sia viscerale la superficialità che caratterizza la società, proprio quella in cui viviamo ora e che spesso definiamo persino “progressista”. 

Proprio ora e in particolare in una società che ha la presunzione di aver imparato tutto e di aver capito ormai qualsiasi cosa dal passato è importante insistere su alcuni aspetti che vengono sempre più dati per scontato e che rischiano, in questo modo, di dilagare in modo sempre più violento e nocivo.


Michela Murgia, «Stai zitta». Giulio Einaudi Editore
https://www.intermezzorivista.it/

Giorgia Pizzillo

Pubblicato da Giorgia Pizzillo

Nata il 31 agosto 1999 nella soleggiata Puglia, dove vive fino all'età di diciotto anni per poi trasferirsi a Bologna, spinta da un'irrefrenabile voglia di cambiamento. Appassionata di letteratura e amante della scrittura fin da piccola, decide di continuare il proprio percorso di studi iscrivendosi alla Facoltà di Lettere Moderne all'Alma Mater Studiorum di Bologna. Inizia a collaborare con L'Intermezzo nel 2020 occupandosi dell'ambito letterario.