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Didattica a distanza: limiti e difficoltà della scuola online

Ottica individuale - Sara Clemente
Sara Clemente, Ottica individuale – Collage analogico

Aule fatiscenti, edifici scolastici spesso risalenti all’anteguerra e sistemi di connessione non sempre presenti; questo era il quadro della scuola Italiana appena qualche mese fa. Una scuola che non ci saremmo mai immaginati online, eppure è successo. 
Causa emergenza sanitaria, da marzo 2020 la scuola si è dovuta reinventare totalmente. 

Chiusi infatti tutti gli edifici scolastici, è stato necessario trovare un modo per assicurare il prosieguo della didattica. Si è trattato di uno sforzo congiunto che ha visto in prima linea sia il ministero sia gli insegnanti i quali si sono dovuti totalmente reinventare. 
Così è stato portato a termine l’anno scolastico (e accademico) 2019-2020, e oggi possiamo e dobbiamo guardarci indietro.  
Perché abbiamo concluso l’anno ma, forse, non senza effetti collaterali

La scuola impreparata

Partiamo da un presupposto: la scuola (come l’Italia) non era pronta.  
Può sembrare banale: nessuno era pronto ad una pandemia, ma per la scuola il discorso è diverso. 
Essa non era semplicemente impreparata all’epidemia. La scuola era impreparata a qualsiasi tipo di cambiamento.  

Stiamo parlando di un sistema che è da sempre rimasto fedele a se stesso, senza mai mutare. Di ciò è prova il fatto che, se pur non istituzionalmente, la scuola conservi ancora ancora alcuni residui della riforma scolastica del filosofo Giovanni Gentile del 1923.  Con essa si era andato a creare un sistema scolastico classista e aristocratico e la scuola non è ancora riuscita a liberarsene del tutto. Lo vediamo chiaramente per esempio nel fatto che oggi una solida cultura di base sia garantita più facilmente dai licei che dagli istituti professionali, mentre questa dovrebbe essere sempre e comunque assicurata.

Fatte queste premesse possiamo ben capire quale sia stato lo sconvolgimento che la didattica ha subito nel momento in cui, nella sua totalità, è stato “travasata” online. Uno sconvolgimento che ha da subito mostrato le sue “falle” e i suoi problemi.  

Il limite economico

Ovviamente l’esperimento “didattica a distanza” non è stato negativo in toto. Ma guardandoci alle spalle dobbiamo considerare anche i suoi limiti, che possiamo comprendere meglio a partire dalle sue basi.  
Le lezioni si sono tenute in videoconferenza (l’unica soluzione possibile per permettere la “classica” lezione frontale) e gli studenti le seguivano attraverso l’uso di pc o tablet. E già da qui sono sorti i primi problemi.  

Questa scelta ha permesso il normale svolgimento delle lezioni ma allo stesso tempo le ha precluse a una buona parte degli studenti per vari motivi. Fra questi il primo è di natura economica. 
Ad oggi in Italia sono 725 mila le famiglie che vivono sotto la soglia di povertà, e in totale sono 1.260.000 di minori che condannati ad una situazione di indigenza. (dati Istat) 
Per loro avere una connessione internet o un computer è spesso impossibile è questo li esclude di fatto dalle lezioni.

A tal proposito il decreto “Cura Italia” aveva stanziato dei fondi per venire incontro a situazioni di difficoltà, ma gli aiuti proposti non sempre sono stati in grado di tamponare la situazione. A Roma un’indagine condotta (dove una famiglia su cinque vessa in condizioni di povertà) ha mostrato che il 61% dei bambini intervistati, non ha seguito le lezioni. Tra le cause vi è anche, appunto, l’impossibilità di un collegamento internet.
La didattica a distanza ha leso il loro diritto allo studio e purtroppo non solo il loro.  

La difficoltà nella fruizione…

Esistono infatti categorie di studenti di cui spesso la scuola italiana poco si occupa e che hanno sofferto – più di altri – la nuova “scuola digitale”
Stiamo parlando degli alunni disabili e assieme a loro gli alunni DSA
Per quest’ultimi la didattica a distanza si è presentata come limite fin dalle sue modalità di fruizione.  

Un soggetto dislessico non è inabile e nel classico ambito della lezione non riscontra problemi. Ma nel confronto con nuove modalità non può essere lasciato solo.  
Soprattutto nei casi più gravi, infatti, la dislessia può di fatto comportare una difficoltà nel processare una sequenza di azioni ripetitive e davanti ad una comunicazione prolungata può portare il soggetto a smarrirsi. 
L’insegnante ha quindi il compito d’essere di rinforzo per il ragazzo. Deve riuscire a comprendere i momenti di “black-out” e intervenire se necessario. Questo era in parte possibile prima, ma è diventato molto più complicato negli ultimi mesi quando gli sguardi e le parole potevano essere colti solo a seconda della velocità di connessione.
Il supporto che prima era garantito ora è venuto a meno, e problemi ancora più gravi hanno riscontrato i ragazzi con disabilità. 

… e in un’assistenza digitale

Se infatti per gli alunni DSA forte è l’esigenza di una didattica personalizzata, lo è ancora di più per soggetti con disabilità.  
Per quest’ultimi la scuola dovrebbe garantire sempre modalità di apprendimento che riflettano le loro reali esigenze senza cadere nell’appiattimento di una fruizione omogenea, ma di fatto non paritaria. Eppure purtroppo questo in parte non è stato possibile con la didattica online.  

L’educazione di un ragazzo disabile passa in primo luogo dall’assistenza mediata da un rapporto continuo al fine di andare incontro ai suoi bisogni. Un rapporto non può essere “digitalizzato” a partire da semplici questioni pratiche. In particolare, in una videolezione non è possibile la contitolarità per cui l’insegnate di sostegno risulta un “utente invitato” e ciò gli impedisce la stessa interazione che ragazzi hanno invece con la docente titolare. 
Questo porta problemi non solo per i ragazzi ma anche per le famiglie perché costringe i genitori a supplire le esigenze di assistenza del soggetto, dovendo dunque cercare un fragile equilibrio tra queste e gli impegni lavorativi. 

Nel caos generale

La didattica a distanza dunque non è stata senza “feriti” e si è andata a sommare ad un clima di poca chiarezza da parte del ministero. 
Si trattava infatti di definire fin da subito come poter trasportare le normali “operazioni” scolastiche online. Bisognava chiarire agli insegnanti come muoversi. Solo in questo modo infatti i docenti avrebbero potuto continuare a garantire un rapporto di trasparenza con gli alunni e con gli insegnanti. 

In primo luogo mancanza di chiarezza c’è stata nel definire le modalità delle lezioni online. La scelta è stata affidata in toto agli insegnanti che si sono trovati liberi di scegliere sul da farsi senza che fosse loro spiegato come fare nel concreto.  
Altro problema si è verificato in sede di valutazione. Se da sempre la scuola si è basata su una valutazione sommativa (ovvero basata unicamente sul voto), ora gli insegnati si sono trovati a chiedersi se anche in quarantena questo sistema valesse. 

A tal proposito più di una domanda è sorta. Ci si è chiesti che valore dovesse avere il voto dato in videochiamata rispetto al voto dato in presenza. Ci si è chiesti se e in che modo questa valutazione dovesse essere presentata alle famiglie e infine se non fosse più opportuna una valutazione formativa (ovvero basata anche sul comportamento).  
A questi dubbi risposta non è stata data nei mesi in cui si sono svolte le lezioni, mesi in cui la scuola si è dovuta reinventare senza che gli venisse spiegato come. Questo ha di fatto impedito una comunicazione chiara tra insegnanti e alunni, portando questi ultimi a vivere di riflesso la medesima situazione di incertezza.

Una necessaria riflessione

In conclusione il lockdown è stato per la scuola italiana una sfida, una prova in parte superata e in parte no. In questi mesi i problemi che si non riscontrati hanno forse dimostrato dei limiti di fondo di cui la scuola deve prendere coscienza, per poter ripartire in modo necessariamente più inclusivo.   

 

https://www.intermezzorivista.it/

 

Credits:

Sara Clemente, Ottica individuale – collage analogico

Sara Clemente, in arte Pezzi Impazziti, 22 anni, laureata in educazione professionale, da circa 5 anni utilizza la tecnica del collage per esprimere pensieri e raccontare storie di carta

“Ottica individuale” è un’opera realizzata con la tecnica peculiare del collage analogico, che fonde fisicamente ritagli di giornali, riviste e fotocopie di libri. Un piccolo mondo fatto di stanze, sovrastato da sguardi scrutatori, suggerisce l’individualismo tipico dell’uomo e ci ricorda l’isolamento della quarantena. Troppo spesso un’ottica individuale prevale su sentimenti di condivisione e solidarietà che pur il lockdown ci ha insegnato.

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Pubblicato da miriamballerini

Nata nell'ultimo inverno del secolo scorso in Brianza, cresce (o almeno ci prova) in provincia di Como. Da qui inizia ad andarsene, dopo il diploma. Nel 2018 infatti si iscrive alla facoltà di Lettere a Milano e intraprende la sua carriera da pendolare. Innamorata (senza essere ricambiata) della scrittura, dall'autunno del 2019 inizia a collaborare con alcune riviste online. Per l'Intermezzo si occupa di società perché coltiva ancora l'illusione che la cultura possa salvare il mondo.