Dostoevskij – La felicità è solo nel dolore

Dostoevskij

Nato a Mosca nel 1821 e considerato insieme a Tolstoj uno dei più grandi pensatori e scrittori della letteratura russa, anche Fëdor Dostoevskij ha dedicato parte della propria riflessione al tema del dolore. Dopo la morte della madre per via della tisi e del padre, probabilmente ucciso da uno dei contadini della sua proprietà, Fëdor inizia a soffrire di epilessia. Venne inoltre condannato a morte tramite fucilazione per la partecipazione a riunioni sovversive a cui assisté come curioso uditore. Pena che gli fu cancellata quando si trovava già sul patibolo pronto per essere fucilato. Trauma che gli acuirà l’epilessia. Visse spesso di stenti, inseguito dai suoi creditori perché giocatore d’azzardo, dalla cui esperienza abbiamo il romanzo Il giocatore. Non è un caso che anche il personaggio del romanzo L’idiota, il principe Myskin, soffra di epilessia. Attraverso di lui Dostoevskij cerca di riflettere, non sulle modalità di nascita o di cura di questo male, ascrivibili all’ambito medico, ma relativamente ai contraccolpi esistenziali.

Infatti, la produzione letteraria di Dostoevskij è incentrata sul tema del dolore e sull’altro grande tema ad esso collegato: ossia la presenza del male nel mondo e quindi nell’uomo. Per lo scrittore russo è sbagliato considerare che la realtà in cui vive l’uomo sia totalmente dominata dalla ragione o dalla razionalità e quindi determinata al progresso. Tutt’altro: il dolore, la pena, la sofferenza sono realtà ineliminabili e forse proprio dentro di esse bisogna cercare la felicità. Ed è per questo motivo che lo scrittore russo cerca di indagare la crudeltà e la sofferenza come in Memorie del sottosuolo dove, a proposito della razionalità, leggiamo:

Signori, perdonatemi, se vado filosofando; ma son ben quarant’anni di sottosuolo; Permettete che io che m’abbandoni un po’ alla fantasia. Vedete: la ragione, o signori, è una bella cosa, è indiscutibile, ma la ragione è solo ragione e soddisfa soltanto alla capacità raziocinativa dell’uomo, mentre il volere è la manifestazione di tutta la vita, cioè di tutta la vita umana, con la ragione e tutti i pruriti. Sebbene la nostra vita, in questa manifestazione molto spesso si presenti abbastanza miseramente, tuttavia è vita e non soltanto un’estrazione di radice quadrata. Io, per esempio, voglio vivere in modo assolutamente naturale per soddisfare tutta la mia capacità di vivere e non soddisfare soltanto la mia capacità raziocinativa, cioè una ventesima parte di tutta la mia capacità di vita! Che cosa sa la ragione? La ragione sa soltanto ciò che ha saputo imparare […]

Nelle Memorie dal sottosuolo l’intenzione di Dostoevskij , non è solo quella di mettere in discussione il ruolo della ragione, ma soprattutto quella di indagare il male presente nel mondo e nell’uomo. Perché se l’universo obbedisce a semplici leggi di natura, l’uomo può sia voler vivere in armonia con l’universo che avere la volontà di distruggerlo.

Quindi per lo scrittore russo, potremmo dire che l’uomo deve essere accettato e ascoltato così come si presenta nella realtà, senza il velo dell’inganno e della menzogna, perché le grandi idee possono celare sotto una maschera splendente, un volto di oscurità. Le Memorie del sottosuolo impongono la ricerca di una verità e di una sincerità assoluta che possano portare alla luce la crudeltà e la meschinità del genere umano senza riserve. Ora, secondo la lettura fatta da Pareyson (da cui si procede qui per l’analisi dell’opera dello scrittore russo) di Dostoevskij, il cuore dell’uomo è ciò in cui si svolge la lotta tra il bene e il male e se sono pochi i casi in cui l’individuo compie il bene, la sua vita dedita al peccato mostra lo spiraglio di un’apertura al bene. E ciò può avvenire solo tramite il dolore. Solo quando il senso di colpa genera la sofferenza ci si può redimere e quindi nascere come uomo nuovo. Bisogna cercare, in un certo senso, la felicità nel dolore. E scrive Pareyson a tal proposito: «Dostoevskij non teme né il peccato né il delitto, purché attraverso il dolore l’uomo possa comprendere la natura del male, e capovolgerne il destino di perdizione in annuncio di salvezza».

La felicità nel dolore

La partita fondamentale dell’uomo si gioca nel momento del dolore insopportabile, in cui la legge della redenzione è chiamata a sostituire quella della negazione. Il dolore può avere il suo effetto salvifico, purificatorio solo se esso è il contraccolpo dell’annientamento del male. La sofferenza in questo senso è la fiamma che brucia lentamente il male. La sofferenza, inoltre, già rappresentando il castigo interiore, non è ancora rimorso e pentimento e sostiene Pareyson: «Disperazione e pentimento sono due cose completamente diverse, perché la disperazione può essere cattiva e implacabile e cioè costituisce la sofferenza che accompagna il peccato senza saperlo lavare, mentre invece il pentimento è la sofferenza che già supera e cancella la colpa, cioè è l’atto che conferisce alla tortura morale, fatalmente inerente al peccato, la sua forza redentrice». La disperazione è quindi il segnale che l’uomo non è riuscito ancora a superare il male. Mentre il pentimento, che tortura e strazia l’anima dell’uomo, è il segno che l’uomo è riuscito a vincerlo. In terzo luogo, la figura di Dio è presente sia nella disperazione che nel pentimento, però solo chi saprà affidarsi a lui otterrà la salvezza. Mentre chi ne rifiuterà la figura sarà destinato alla sofferenza. Sotto questo punto di vista il male ha un carattere positivo. Attraverso le sofferenze ed il dolore l’uomo compie un cammino. Una sorta di iniziazione verso una vita spirituale più ricca.

L’intera opera di Dostoevskij è caratterizzata dall’idea della positività dell’esperienza del male. Idea che si basa sulla concezione della necessaria discesa agli Inferi per ottenere il “lascia passare” per il Paradiso. Secondo Pareyson: «Dostoevskij è infatti uno dei più profondi analizzatori dell’ambiguità, cioè della complessità dei comportamenti, della compresenza di motivazioni contrarie in uno stesso atto, delle sottili ambivalenze dei sentimenti, di quella che è stata chiamata la “polarità della natura umana”». Come abbiamo già visto nella citazione di Memorie dal sottosuolo e quindi come sostenuto dallo stesso Dostoevskij, le motivazioni che risiedono dietro l’azione degli individui sono chiaramente molto complessi e vaghi, di difficile classificazione.

È un variegato e caotico incrocio di motivi che spinge l’uomo ad agire, motivi di cui spesso neanche egli stesso ne è a conoscenza. È variegato come lo sono tutti i personaggi dell’opera dello scrittore russo. Essi spesso si identificano con Dostoevskij stesso, con la sua vita e con le sue esperienze dolorose. I suoi romanzi sono delle vere e proprie tragedie e la luce dei riflettori è puntata sull’uomo e sul suo destino. Il fatto che la felicità o il bene, come abbiamo visto, passi attraverso il soffrire sembra quindi essere per lo scrittore russo una legge universale e il suo ottenimento tramite questo processo rappresenta una gioia immensa. Il dolore ci insegna a compiere il bene, istruendoci su noi stessi. C’è una relazione tra felicità è dolore: il regno dei cieli sembra ottenersi solo tramite lo sforzo.


https://it.wikipedia.org/wiki/F%C3%ABdor_Dostoevskij
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