Edith Bruck, “Il pane perduto” – Scrivere per riallacciare i due mondi – Premio Strega e Premio Viareggio-Rèpaci

Scrivere per ricucire lo strappo tra sé e la giovinezza: ha un potere cicatrizzante la narrazione per la giovane Edith; è per dedicarsi alla sua ricostruzione narrativa che la protagonista – e autrice – del Pane perduto, dopo essere sopravvissuta all’olocausto e alla conseguente marcia della morte nazista, decide inizialmente di non seguire la sorella Judit, in viaggio verso la Palestina. L’opera nel 2021 ha vinto il Premio Strega Giovani, il Premio Viareggio-Rèpaci 2021 per la sezione narrativa, e si è classificata terza al Premio Strega.

Il pane perduto racconta molto più della storia di un’ebrea che ce l’ha fatta: la giovane Ditke non è semplicemente sopravvissuta, bensì rediviva, e la sua prima morte coincide con lo smarrimento del nido di casa all’età di tredici anni, quando i fascisti ungheresi deportano la sua famiglia nei primi lager. Da questo momento in poi la narrazione onnisciente, quasi stesse ricostruendo la storia di una terza persona qualsiasi, cede il passo all’Io per narrare un’altra vita: comincia il resoconto di un’esperienza in prima persona, ineffabile, comunicabile mai compiutamente, attraverso la quale la tredicenne ungherese si trova scaraventata “senza lievitare” in un mondo tremendamente adulto. Il titolo dell’opera alluderebbe infatti alla perdita della prima vita dell’autrice, quella serenamente infantile, in cui esser donna non chiedeva che di confrontarsi con le prime mestruazioni.

Da adesso sei una donna, e avrai quella cosa lì ogni mese” le indicò la fonte senza dire altro e senza pronunciare il nome del pube, come fosse il posto della vergogna.

Edith Bruck, Il pane perduto

“Il treno, il treno! Lo stesso di Endre” sfuggì dalla mia bocca, improvvisamente adulta, quando la nostra triste carovana sui carri trainati da cavalli giunse alla stazione attraverso il villaggio, con qualche lacrima al nostro passaggio e qualche segno della croce dietro le finestre chiuse.

Edith Bruck, Il pane perduto

La deportazione nei campi di concentramento chiama necessariamente una cruda presa di coscienza della realtà, che concerne un’importante quanto tragica maturazione dell’individuo. Tuttavia, allo stesso tempo, quest’evoluzione drammatica consiste in un vero e proprio smarrimento identitario: ne è la causa il trattamento impietoso dei prigionieri da parte dei nazisti. Se gli studi filosofici rilevano l’importanza del ruolo di riconoscimento intersoggettivo e di azione efficace nell’ambiente come punti fermi su cui fondare la propria identità, il trattamento nazifascista destruttura completamente tali capisaldi, condannando il prigioniero a smarrire completamente sé stesso, a essere altro, o meglio, consegnato agli altri. I deportati ebraici, infatti, perdono ogni capacità di prevedere azioni riuscibili – i soldati tedeschi uccidono senza alcuna motivazione inferibile – nonché la possibilità di fidarsi tra di loro – chi riesce a procurarsi del cibo lo mangia di nascosto, per sopravvivere.

Scrivere è ricordare: farlo è complesso e doloroso – specie per una deportata senza identità e con memorie che sarebbe meglio per lei dimenticare –, ma fondamentale per trarre un insegnamento dalla propria esperienza passata. Ricordare è obliare, e l’oblio è una cura psicologica, che necessariamente interviene a digerire il lutto in melanconia; se l’uomo potesse ricordare tutto ciò che esperisce, egli verrebbe sommerso da una quantità di informazioni tale da non consentirgli di ragionare per associazioni, e dunque di compiere l’atto rammemorativo.

Una rammemorazione che, hegelianamente, superi il passato conservandone la lezione è ciò che si può dire d’una memoria esemplare. Dacché il crimine nazifascista è sostanzialmente un errore umano, la responsabilità dei campi di concentramento dovrebbe essere concepita quale un peccato originale, trasmissibile di generazione in generazione in ogni coscienza umana. Ciò non vuol dire che si dovrebbe ricordare lo sterminio degli ebrei in modo ossessivo, ma che lo si deve fare costantemente e senza abusare del ricordo che si ha di tale avvenimento, dove s’intende per abuso un uso non esemplare della memoria; solo questo suo tipo d’impiego permetterebbe di assorbire gli insegnamenti del passato per riconoscerne gli stessi crimini nel presente.

Si diceva che ricordare è doloroso: lo è solo se ci si confronta con la lezione che il passato trasmette. Viceversa, un ricordo che si limiti a riprodurre l’esperienza passata senza interiorizzarla non grava sulla coscienza dell’individuo, che ricava da esso solamente l’illusione di essersi lavato lo spirito dalla colpa. Talvolta ai più basta raccontarsi di non essere stati direttamente coinvolti come criminali nei lager tedeschi per giustificarsi di fronte alle vittime dell’olocausto.

Arrivate a casa nel villaggio, sconvolte dall’emozione, ci hanno guardate da nemici, con stupore, incredulità e paura delle nostre vendette o denunce. I vicini si difendevano dicendo: “Io non vi ho fatto male, io non ho preso niente, io non ero cattivo, gli ebrei hanno portato anche il comunismo, i nuovi padroni, io ho dato a tuo padre anche un prestito, io ho conservato il miglio che mi ha affidato vostra madre, io l’anatra, io…”

Edith Bruck, Il pane perduto

Sono proprio questi individui a favorire la sopravvivenza dell’odio nel secondo dopoguerra, poiché, non riconoscendo gli orrori del passato, o congelandoli in esso, non sanno trovare gli stessi nell’immediato presente; Edith Bruck scrive Il pane perduto proprio per appellare ogni lettore a riconoscere l’odio mascherato dalla quotidianità. Per questo motivo, forse simbolicamente, l’autrice sceglie di far cominciare a scrivere la sua protagonista solo dopo aver suggerito la continuazione della tragedia in tempi di pace: Ditke e Judit non trovano nessuno che sia disposto a riconoscerle quali vittime della storia, nessuno che si prenda cura di loro; le due sorelle sentono di appartenere a un mondo completamente diverso dal pianeta abitato da quanti non hanno passato le loro stesse disgrazie: <<Il nostro avanzo di vita non era che un peso, mentre ci aspettavamo un mondo che ci attendesse, che si inginocchiasse>>.

[…] oggi sono molto turbata per il Paese [Italia] e per l’Europa, dove soffia un vento inquinato da nuovi fascismi, razzismi, nazionalismi, antisemitismi, che io sento doppiamente; piante velenose che non sono mai state sradicate e buttano nuovi rami, foglie che il popolo imboccato mangia, ascoltando le voci grosse nel suo nome, affamato com’è di identità forte, urlata, e italianità pura, bianca; che tristezza, che pericolo.

Edith Bruck, Il pane perduto

Così, nel capitolo di chiusura del suo romanzo autobiografico, Edith Bruck scrive una lettera a Dio che richiama vagamente alla mente la chiusa di un’opera lirica medievale, in cui era topico che il trovatore si rivolgesse a un messo amoroso affinché portasse l’opera all’amata. Allo stesso modo, l’autrice domanda a Dio che la memoria di lei resti, non solo per mezzo del suo ultimo sfogo letterario, presso lettori che raccolgano il messaggio della sua vita come un insegnamento, affinché avvertano sé stessi e gli altri contro gli odierni e futuri cortei d’odio di tutto il mondo.


https://www.intermezzorivista.it/

https://it.wikipedia.org/wiki/Edith_Bruck

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Pubblicato da Diego Ghisleni

Nasco d'estate, nel 1999, a Bergamo, dove ancora oggi risiedo. Frequento il corso di Lettere presso l'università Statale di Milano. Spendo la maggior parte del mio tempo libero a progettare il futuro scrivendo. Amo viaggiare perché mi consente di accedere a esperienze che restano più facilmente impresse nella mente e nella poesia in cui si traducono. Scrivo attualmente per la rivista culturale "Intermezzo".