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Fahrenheit 451. Semplicismo di massa, iconoclastia e totalitarismo

Moments of vision - Marco Codolo
Marco Codolo, Moments of vision

La funzione anticulturale è stata assunta dai mass-media (i quali tuttavia fingono di ammirare e rispettare la cultura).

Per la piccola borghesia, la cultura è sempre “culturame”. Il primato è, moralisticamente, dell’azione. Chi pensa è reo. Gli intellettuali, essendo depositari di alcune verità (sia pur magari contraddittorie) che la piccola borghesia sospetta essere quelle vere, devono venire almeno moralmente eliminati.

I nuovi valori consumistici prevedono infatti il laicismo, la tolleranza e l’edonismo più scatenato, tale da ridicolizzare risparmio, previdenza, rispettabilità, pudore, ritegno e insomma tutti i vecchi “buoni sentimenti”.

L’ignoranza vaticana come paradigma dell’ignoranza della borghesia italiana in Scritti Corsari (1975), Pier Paolo Pasolini.

Sembrerebbe un riassunto di Fahrenheit 451, ma è solo Pasolini, che rivelava quanto citato in un intervento sul Corriere della sera il 25 gennaio 1975. L’indagine sociale svolta dall’”intellettuale scomodo” lungo tutto il corso della sua vita ha illuminato la distopia del presente e ne ha messo in crisi i fondamenti, ma la voce del poeta si conserva nella memoria di pochi intrepidi, e la società continua a fare il suo corso, dedicandosi a quella medicina per l’anima che sono i consumi e tappando le orecchie impaurita a pensieri che si possano presumere dolorosi.

Fahrenheit 451: un breve sunto

Ventidue anni prima della pubblicazione di Scritti corsari (1975), Ray Bradbury partoriva il celebre Fahrenheit 451, un romanzo distopico che narra una realtà nient’affatto lontana da quella odierna se si indaga con occhio attento ogni angolo del volume.

In un mondo dove i pompieri non spengono incendi, ma li appiccano in case dove trovino libri, Guy Montag lavora per la squadra dei Vigili del fuoco, ma trova di non essere felice della vita che trascorre giorno per giorno. La conoscenza di Clarisse, una vicina di casa “strana” poiché pensa e scruta la realtà con fare investigativo, semina in Montag la sensazione di intrattenere con la ragazza un rapporto diverso dagli altri, e fa germogliare nel suo animo una serie di interrogativi cruciali sul senso della felicità e della società in cui vive, cui il protagonista sente la necessità di dare una risposta, che crede di trovare nei libri.

La società del futuro distopico di Bradbury è icasticamente rappresentata dalla moglie di Montag, che vegeta in un universo di relazioni che allo stesso tempo si estende oltre la casa ed è chiuso fra le quattro pareti domestiche. L’alienazione di Mildred è provocata da una vita condotta all’insegna del consumo di rapporti virtuali e beni materiali, e si traduce nell’inerziale dare credito alle logiche di un potere totalitaristico nascosto dietro la televisione, basato sulla conformazione di tutti per l’accesso ad una felicità semplice e immediata, proveniente dal soddisfacimento di bisogni innaturali e futili, ma soprattutto dall’eliminazione di ciò che fa stare irrequieti e pensierosi: i libri.

Uno sguardo sulle relazioni sociali: l’importanza della lettura

L’autore di Fahrenheit 451 mostra con efficacia il danneggiamento delle relazioni sociali del suo mondo a partire dalla messinscena dei dialoghi tra Montag e Mildred, il più delle volte inesistenti, spassionati, convenzionali, artificiosi:

Montag si sentì come una delle creature inserite elettronicamente nelle pareti fonocromatiche, ebbe l’impressione che le sue parole non superassero la barriera del cristallo. Poteva soltanto esprimersi a gesti, sperando che lei si voltasse a guardarlo.

Fahrenheit 451, Ray Bradbury

Questo universo di automi egocentrici e incapaci di comunicare opinioni e sentimenti si contrappone meravigliosamente ai rapporti che nascono invece tra i pochi lettori-criminali esuli che vengono presentati nella parte conclusiva del romanzo. Gli acculturati, nascosti fuori città per non essere fiutati dai segugi meccanici, hanno letto ognuno un libro diverso e ne hanno appreso gli insegnamenti, dopodiché hanno bruciato la prova del loro crimine, e sono diventati essi stessi il volume che hanno consultato.

È limpido ciò che Ray Bradbury ha voluto alludere attraverso queste immagini: leggere significa conoscersi e conoscere gli altri, fondare rapporti sinceri e naturali, maturare una coscienza critica da esercitare per smascherare la fasulla felicità relegata ai beni materiali, così generosamente offerta da chi sta al potere e non vuole che la gente diventi infelice pensando e magari sovvertendo un controllo totalitaristico esercitato silenziosamente.

La felicità, ovvero l’ignoranza

Così il capo-pompiere di Montag, Beatty, spiega al protagonista le ragioni per cui i vigili del fuoco brucino i libri, riferendosi alla popolazione:

Non dargli armi sdrucciolevoli come filosofia, sociologia o altri strumenti per collegare le cose, perché è là che si annida la malinconia. Chiunque sappia smontare una parete TV e ricostruirla è più felice di chi cerca di calcolare, misurare e risolvere l’universo […] Combattiamo la misera marea di quelli che vorrebbero renderci infelici con teorie e pensieri in conflitto […] siamo importanti, per il mondo felice com’è adesso.

Fahrenheit 451, Ray Bradbury

Il collegamento con il pensiero leopardiano sulla ragione, che è in grado di evolvere l’uomo alla condizione di portarlo a sentirsi infelice, è immediato. Il potere, in Fahrenheit 451, pone rimedio a questa verità cancellando ogni fonte di sapere, pericolosa per ogni individuo e per il potere stesso. Infatti la lettura fonda una capacità di esercizio critico necessario e sufficiente per orientarsi nella vita di tutti i giorni, fondamentale per non lasciarsi tradire e per distinguersi da un conformismo di massa, esito di una felicità intesa solo nelle cose materiali, traguardo di un consumismo fomentato dai nuovi padroni del mondo: il capitale e la televisione.

Da Fahrenheit 451 ad oggi: semplicismo e odio

<<Le cose hanno acquistato una massa>>. <<E siccome avevano una massa, sono diventate più semplici>>, disse Beatty. <<Un tempo i libri interessavano a poca gente, un po’ dappertutto. Gente che poteva permettersi di essere diversa>>. E così i libri si bruciano, e la massa di conformati consumisti soffoca quelle poche minoranze di intellettuali fastidiosi che vogliono dispensare infelicità. Chiunque riveli pensieri da supporre veritieri è malvisto e odiato dalla maggior parte della società, che si rifiuta di aprire gli occhi nonostante non gli venga chiesto di acconsentire aprioristicamente a quanto detto dai pensatori, ma solamente di ragionarci sopra.

Il pensiero semplicistico dilaga anche oggi dove accedere a verità più faticose da giustificarsi è difficile e stancante, dove la felicità si preferisce nei beni di consumo, e affoga l’arte, la cultura, la letteratura, che bruciano metaforicamente, proprio come fanno i libri di Fahrenheit. Pier Paolo Pasolini è stato brutalmente ucciso da chi odiava la naturalezza con cui scovava il tarlo nelle fondamenta della società di oggi, e così anche Roberto Saviano ha molti detrattori, nonostante la sua voce si impegni per offrire una visione meno semplicistica della realtà, slegata da collegamenti facili all’apparenza. Agli occhi della società, l’intellettuale è colui che vuole rendere le cose più complesse, contorte, ma non infastidisce solo per questo motivo: l’uomo colto, con disinvoltura, si mostra più “evoluto” rispetto agli altri, poiché scorge la realtà con più risoluzione e trae conclusioni sempre più plausibili.

Il conformismo nell’ignoranza per la felicità materiale

Ricorderai il ragazzo che veniva a scuola con te e che era eccezionalmente dotato, quello che rispondeva sempre alle domande e sapeva tutto, mentre gli altri stavano al loro posto e lo odiavano. […] Dobbiamo essere tutti uguali: non tutti nati liberi e uguali, come dice la Costituzione, ma tutti resi uguali. Ogni uomo deve essere l’immagine degli altri, perché allora tutti sono felici, non ci sono montagne che li fanno tremare, cime con cui devono confrontarsi. Ecco perché un libro è come un’arma carica nella casa del vicino.

Fahrenheit 451, Ray Bradbury

L’astio diffuso nei confronti degli intellettuali, l’accontentarsi poco ambizioso di una felicità materiale e il pensiero semplicistico provocano il dilagare della disinformazione, che trova un pubblico predisposto ad abbracciare le menzogne, poiché semplici e immediate come ciò che si può tastare con i sensi; e concorrendo con una marea di falsità e chiacchiere, la cultura e l’arte annaspano più che mai. Fondati nel 1790 per bruciare libri di propaganda inglese nelle Colonie. Primo pompiere: Benjamin Franklin: anche Fahrenheit 451 disegna un mondo distopico in cui il potere può esercitarsi in modo totalitario solo grazie alla disinformazione; peggio, una realtà in cui le menzogne sono fondamentali affinché sia garantita la felicità.

La regressione dell’arte in Fahrenheit 451 e oggi

In un universo in cui “semplice” e “utile” sono le parole d’ordine, la cultura è il negozio di un uomo che è poco tenuto in considerazione, perché ciò che dice è complesso, infastidisce e non ha impatto diretto sulla vita quotidiana, ormai sempre più relegata ai beni di consumo. Entro queste circostanze, l’arte si indebolisce sempre di più, la TV diventa una materia scolastica e una commedia si abbassa a un punto tale da sembrare il fill-in di un compito d’inglese del liceo.

Una commedia, comincia fra dieci minuti sul circuito parete-a-parete. La mia parte è arrivata stamattina per posta, io ho messo giù qualche suggerimento per i riempitivi. È una nuova idea, scrivono il copione con una parte mancante: la conduttrice, che in questo caso sarei io, inventa quello che deve dire nei punti lasciati in bianco.

La televisione è “reale”, immediata, ha dimensioni. Ti dice cosa pensare, anzi te lo grida: “deve essere giusto”, “sembra essere giusto”. E ti precipita alle sue conclusioni così in fretta che la mente non ha il tempo di rispondere: “Quante sciocchezze!”.

Fahrenheit 451, Ray Bradbury

Fahrenheit 451, l’iconoclastia e la sottomissione al benpensantismo

Occorre, per ultimo, ragionare sull’aspetto iconoclasta del mondo di Fahrenheit 451, poiché non è abbastanza chiarire che distruggendo i libri si favorisca il totalitarismo esercitato su una massa edonista e conformista, senza capacità critica per reagire: è necessario suggerire l’entità di questo potere. Per convincersi di quanto sia possibile perdere la capacità di orientarsi criticamente senza libri, supponiamo che oggi vengano distrutti solo gli esempi che, secondo la mentalità dei contemporanei, siano negativi: l’eliminazione di tali parti della storia nega all’individuo della nuova generazione la possibilità di orientare il proprio pensiero prendendo ad esempio negativo ciò che si ha bruciato e distanziandocisi. L’assenza di appigli storici condanna ogni individuo ad essere schiavo di sé stesso e del proprio benpensantismo.

Allo stesso modo, in Fahrenheit 451, chi popola la distopia è insieme il potente e il sottomesso: per questo motivo, Ray Bradbury ha scelto di non dare al suo mondo un governo che fosse esplicito, lasciando intendere al lettore quanto la popolazione fosse in realtà solo sottomessa a sé stessa.


Fonti:

  • Fahrenheit 451, Ray Bradbury – Oscar Moderni, traduzione di Giuseppe Lippi.
  • Scritti corsari, Pier Paolo Pasolini – Garzanti

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Credits:

Marco Codolo
per l’opera Moments o Vision

L’opera vuole essere una critica all’imposizione di massa, al materialismo e alla cultura dittatoriale. Un libro può sembrare un oggetto minuscolo, ma ha un impatto enorme sul mondo. Dovrebbero esserci più libri premuti sui nostri occhi, che aprano la nostra mente, che ci rendano insaziabili di sapere, di scoprire, di fluttuare tra pianeti e mondi che ancora non esistono, che probabilmente non esisteranno mai e che, forse, sono così affascinanti proprio per questo.

Marco Codolo, classe 1991, in arte CheYos. Disegna da sempre, per una crescente necessità di elaborare e di comunicare attraverso i propri lavori, stando dietro le quinte. Negli scorsi anni ha presentato tre personali in varie gallerie d’arte e locali del suo paese d’origine, Portogruaro. Ha partecipato a vari festival dell’illustrazione autoprodotta, girando tra Bologna, Roma e Lucca, e arricchendo sempre di più il proprio stile. Recentemente ha scoperto nel disegno digitale nuovi stimoli e possibilità. I suoi lavori esplorano prevalentemente il mondo del subconscio e dell’assurdo, spesso i soggetti principali sono organi umani, ma anche volti femminili, creature strane, insomma, tutto ciò che vede, immagina, sogna e che, soprattutto, non esiste. Il suo è uno stile grafico che guarda all’illustrazione, predilige il bianco e nero, con soggetti bianchi in primo piano e sfondi molto dettagliati a creare contrasto.

Instagram: @marco.cheyos
Facebook: CheYos

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Pubblicato da Diego Ghisleni

Nasce a Bergamo nell'agosto del '99. Qui frequenta il Liceo Scientifico, maturando presto un crescente distacco emotivo dalle materie d'indirizzo. In controtendenza rispetto al gran numero dei promessi ingegneri del suo ambiente, sceglie coraggiosamente di seguire la via della sua passione, iniziando a frequentare il corso di Lettere in Università Statale di Milano. Attualmente scrive per la rivista "Intermezzo", occupandosi di letteratura e critica letteraria.