La follia nell’antica Grecia: solo le donne erano pazze

Diaulos - Emma Donato
Emma Donato, DIaulos – Illustrazione digitale

Se oggi al sospiro di “chi le capisce le donne?” seguono accuse di maschilismo e luoghi comuni della peggior specie, al contrario nel 400 a.C. la risposta era molto più semplice: il genere femminile, per sua stessa natura, tende alla più estrema follia. Il che era del tutto ammissibile nell’antica Grecia, dove riti orgiastici di danze sfrenate sulle montagne – come quelli praticati dalle Baccanti di cui parla Euripide nell’omonima tragedia – erano leciti agli occhi dello Stato, che anzi li incoraggiava. Dopotutto tollerare rituali del genere, purché si svolgessero entro canoni socialmente accettabili, era anche uno strumento di controllo delle masse, per evitare che il popolo sfociasse in una follia reale, caotica e distruttiva. In queste occasioni, dunque, alle donne era concesso di esprimere la propria istintualità in forme solo apparentemente libere e spontanee, ma in realtà controllate.

Da queste considerazioni potrebbero sorgere due domande: come mai le donne avevano tanto bisogno di sfogarsi ed esprimere se stesse? E da dove deriva questa tendenza degli inventori della democrazia a marcare in modo così netto le differenze di genere?

La follia come possessione divina

Per comprendere davvero la psiche tanto logica e razionale degli antichi, è necessario accedervi attraverso una porta oscura e anticonvenzionale: quella della follia, appunto. Nel mondo classico chi perdeva coscienza di sé era considerato posseduto da un’entità divina: le Muse ispiravano il poeta, il dio della guerra Ares infondeva furore delirante nei combattenti, le Ninfe mostravano visioni ai profeti, Dioniso toglieva il senno a chi beveva vino. Da questo elenco di esempi salta all’occhio come il concetto di follia nell’antica Grecia avesse un significato molto più esteso rispetto a oggi e non necessariamente negativo o disdicevole. Infatti nel V secolo a.C. folle non era soltanto il malato epilettico o il matto balbuziente, caratterizzati da un deficit fisico o mentale, ma più in generale chi superava i confini della razionalità, anche e soprattutto per il fatto di avere qualcosa in più rispetto agli altri. Folle era chi, posseduto da un dio, forzava i limiti della coscienza umana e aveva la possibilità di gettare lo sguardo dove gli altri non vedevano. Lo stesso Platone, nel Fedro, riconosce l’esistenza di un certo tipo di follia “iniziatica”, chiamata telestiké, che può addirittura condurre alla felicità.

Estasi e Trance: follie di genere

Esistevano però diverse modalità di vivere la follia e l’antropologo francese Gilbert Rouget le sintetizza in due macrocategorie: l’estasi e la trance. L’ékstasis (letteralmente “uscire da se stessi”) era un’alienazione della coscienza che si raggiungeva individualmente, in silenzio, solitudine e immobilità, che si manifestava attraverso allucinazioni e privazioni sensoriali, e che lasciava a chi l’aveva vissuta profondi ricordi di qualcosa che soltanto lui aveva sperimentato. Al contrario la trance si raggiungeva in gruppo, con una frenesia di rumore e movimento incontrollato, e si manifestava in una delirante sovrastimolazione sensoriale che non lasciava alcun ricordo dell’esperienza a chi l’aveva vissuta.

L’estasi era una pratica prevalentemente maschile e sperimentata da individui saggi ed esperti, chiamati iatromàntes, considerati veri e propri maestri delle pratiche estatiche. Per esempio erano iatromanti Pitagora, Epimenide, Zoroastro, Empedocle e secondo alcuni perfino Socrate. Anche nell’Antico Testamento compaiono profeti con le medesime caratteristiche degli iatromanti, chiamati naviim nel mondo ebraico, come Elia, Geremia e Samuele, i quali, grazie alle loro pratiche estatiche, erano in grado di elevarsi a Dio. Nel mondo classico facevano eccezione la Pizia di Delfi e la Sibilla Cumana, uniche donne a praticare estasi individuali, le quali però erano comunque sotto il controllo della divinità maschile per eccellenza, ovvero Apollo.

Al contrario la trance, follia molto meno nobile, era prevalentemente femminile. Questo stato di alienazione della coscienza si raggiungeva durante rituali con una struttura ricorrente, che avevano la funzione di una sorta di psicoterapia di gruppo. Nelle Baccanti, Euripide fornisce una descrizione accurata dei riti praticati dalle donne di Tebe in onore di Dioniso, il dio del vino e del teatro: al suono ripetitivo ed ipnotico di flauti e tamburelli, le donne di ogni classe sociale danzavano freneticamente e senza ordine, indossando pelli animali, fino ad esaurire le energie e a perdere la ragione. La follia delle baccanti non le innalzava verso un oltre divino, ma le abbassava ad uno stadio animalesco, privo di saggezza, che spesso portava a compiere azioni vergognose come smembrare a mani nude delle bestie vive.

Baccanti Euripide
Le baccanti smembrano Penteo in una scena della tragedia di Euripide

La malattia delle vergini

Un’altra follia unicamente femminile è descritta in uno dei trattati dei Corpus Hippocraticum riguardo alla Malattia delle vergini, ovvero quella che nella cultura occidentale moderna è studiata come isteria o “malattia dell’utero”. L’autore del trattato afferma che la donna, rispetto all’uomo, è per sua natura più debole, irrazionale, incline alla depressione e alle emozioni forti. Per questo nelle donne trascurate dagli uomini, ovvero vedove e vergini, avverrebbe un fenomeno biologico tale per cui il sangue mestruale, non trovando facile sbocco verso l’esterno, rifluirebbe verso il cuore e il diaframma, sede rispettivamente di emozioni e intelligenza. L’intorpidimento di questi due organi causerebbe una serie di effetti patologici: paure assurde ed incontrollabili, isteria, istinti omicidi e suicidi. Le credenze popolari consigliavano di consacrare un mantello nel tempio di Artemide, ma l’autore del trattato le sbeffeggia, e prescrive piuttosto come unico rimedio quello di trovarsi un uomo.

Malattia o Stress etnico?

Patologie del genere si osservano non solo in rapporto a gruppi femminili, ma più in generale in società che impongono agli individui stress e forme di disadattamento che, interiorizzate, divengono la radice di comportamenti devianti e patologici. Si tratta di uno “stress etnico”: una forma di malessere psicologico che deriva da pulsioni e spinte emotive indotte dalla società sull’individuo. L’uomo viene valutato sulla base di standard politico-militari, per questo percepisce un senso di frustrazione rivolto a se stesso riguardo al fatto di essere povero, solo, senza gloria né fama, o peggio di aver macchiato il proprio onore. È il caso di Aiace Telamonio che, come racconta il tragediografo Sofocle, massacra i buoi e i montoni degli Achei, accecato dalle allucinazioni di Atena, convinto di compiere la propria vendetta sui compagni che si erano rifiutati di rendergli le armi del defunto Achille. Tornato in sé e pieno di vergogna, Aiace decide di suicidarsi per ripristinare il proprio onore, mentre Odisseo riconosce in lui la condizione di tutti gli esseri umani, che valgono meno di ombre. Non è poi un caso che Aristotele, nel Problema XX, ritenesse la malinconia come la nobile malattia degli uomini più geniali.

In una donna, invece, valutata sulla base della sua funzione riproduttiva, la stessa forma di disagio mentale si applica alla sfera familiare e si manifesta al suo massimo durante la pubertà, ossia il periodo di maggiore fragilità psicologica di un individuo. Nella mentalità greca è l’uomo il solo fautore dell’azione politica, l’inventore della città, il vero soggetto dell’etica; la donna invece è considerata passionale e “pre-politica”, più debole di corpo e di carattere, più sensibile a quella forma speciale di follia che è l’amore. Paradossalmente una donna nell’antica Grecia, anche quando si dimostra migliore dell’uomo, sta agendo in funzione di un uomo o della sua stirpe. È il caso di Antigone, che seppellisce il fratello morto nonostante le leggi della città lo vietino in quanto criminale, e con questa sua azione non afferma una giustizia assoluta, ma adempie il proprio dovere nei confronti del gruppo familiare. Al contrario donne indipendenti e che affermano la propria individualità come Medea o Clitennestra, sono considerate degli antimodelli.

Per concludere sulla follia

Le “follie femminili”, quindi, nella maggior parte dei casi, nascono dal profondo disagio di categorie socialmente represse, che ritualizzano le proprie nevrosi all’interno di culti come quello delle Baccanti. In particolare la “malattia delle vergini”, che si manifesta nella difficile accettazione del proprio corpo, soprattutto in una fase psicologicamente delicata della propria esistenza, può trovare un parallelo contemporaneo con l’anoressia. Il che ci fa domandare se, a distanza di millenni, siamo davvero così distanti dalle ideologia discriminatorie del mondo classico.

 

Credits:

Emma Donato
Per l’opera Diaulos – illustrazione digitale
L’opera è ispirata alla figura della sirena come descritta nella letteratura greca e medievale. E’ circondata da elementi che richiamano le due culture, come il Diaulos (flauto a due canne) che suona, uniti agli stilemi ricorrenti dell’artista. Le sirene sono creature legate all’aria e all’onniscenza, concetti richiamati nei dettagli del viso della figura rappresentata: il terzo occhio e il triangolare simbolo alchemico dell’aria. Il piccolo umano al suo cospetto è trascinato dal suo canto in una sorta di trance.

Emma Donato, in arte Sassoraviolo, classe 2000, frequenta l’Accademia di Belle Arti di Firenze e studia animazione alla scuola internazionale di comics.
Instagram: @sassoraviolo
Facebook: Terrah’s Drawing

 

Fonti:

Giulio Guidorizzi, Ai confini dell’anima. I Greci e la follia
Gilbert Rouget, Musica e trance
Euripide, Le Baccanti

 

https://www.intermezzorivista.it/ http://vulcanostatale.it/2018/05/baccanti-rewind-carnefice-diventa-vittima/ https://it.wikipedia.org/wiki/Le_Baccanti

Nicola Vavassori

Pubblicato da Nicola Vavassori

Nasce a Bergamo nello scorso millennio. Il liceo classico non riesce a disilludere del tutto il suo spirito da sognatore, per questo Nicola decide di inseguire la sua passione per la scrittura fino alla facoltà di Lettere Moderne, a Milano. Qui fonda l'Intermezzo con dei compagni di studio. Nel 2020 la casa editrice Divergenze lo premia come una delle migliori nuove voci della narrativa italiana, pubblicando un suo testo nella raccolta "L’Ultimo dei Brocchi." Il suo primo romanzo "La maschera d'oro" viene pubblicato a puntate sulla rivista.