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Identità reale e apparenza sui social. Quanto si somigliano? – Un’analisi guidata da Kant e Hegel

Instagram

Per quanto Kant e Hegel siano pieni di differenze, attraverso un’analisi non convenzionale si potrebbero utilizzare alcuni concetti chiave della loro filosofia per esaminare la questione dell’identità umana, riferendosi sia a quella intuibile dalla realtà concreta sia a quella virtuale che traspare dai social network, e in particolare da Instagram. Ovviamente sono necessarie doverose premesse: cosa sia l’identità è un tema estremamente complesso e articolato, per cui è impossibile esaurire l’argomento in modo completo in un articolo. Comunque analizzarlo dal punto di vista qui proposto resta utile e interessante perché finalizzato aporre qualche domanda in più e rivedere qualche risposta spesso sedimentata in convinzioni poco consapevoli.

La proposta di lettura è considerare i concetti di categorie Kantiane e la concezione di verità Hegeliana, accorgendosi di quanto sia facile capirli e utilizzarli mediante dei semplici paragoni con esperienze accessibili a tutti nella quotidianità: la conoscenza di una persona dal vivo e le storie in evidenza e i post del relativo profilo Instagram. Queste osservazioni conducono inevitabilmente a riflettere sulle possibili conclusioni. Se entrambe le forme di identità, virtuale e reale, rimandano agli stessi concetti filosofici, quanto le due tipologie si somigliano? Quanto differiscono? Si influenzano? Oppure non sono minimamente collegate? Forse filosofare in questa sede permette di capirci qualcosa di più, con il rischio di confondere tutto ma in modo molto ordinato e razionale. Impossibile sbarazzarsi completamente di questa disciplina, proprio perché parte dal basso, da ciò che si ha sotto gli occhi, e innalza il pensiero attraverso il ragionamento. Come diceva Wittgenstein, la filosofia è fatta di scale che permettono di vedere il mondo correttamente, dalla giusta distanza. Però alla fine le scale si devono buttare, perché una volta in cima appaiono insensate. L’unica regola del gioco è divertirsi nella fatica degli scalini…

Storie in evidenza di Instagram come categorie trascendentali per accedere alla realtà

Kant nella sua trattazione filosofica teorizza una mente umana strutturata in categorie, ‘trascendentali’ in quanto esistono prima dell’esperienza, che permettono di conoscere la realtà categorizzandola in fenomeni, poiché è nella sua essenza inconoscibile. Esse sono dodici, raggruppate in quattro gruppi: quantità, qualità, relazione, modalità, appunto i modi con cui il soggetto si appropria dei concetti, formula giudizi, e concepisce i dati dell’esperienza. Le categorie operano una rivoluzione Copernicana in ambito conoscitivo in quanto la validità, l’oggettività e l’universalità della conoscenza del mondo dipendono dalla struttura a priori interna del soggetto che pensa, non dall’esterno. Come si collegano le categorie all’identità personale? Esse sono formulate come le articolazioni di un ‘io penso‘ che funge da unificatore di concetti, che mette in relazione l’individualità di ogni persona ai contenuti dell’esperienza che provengono da tali canali. Nella teoria della conoscenza Kantiana si vede quindi una soggettività che, solo grazie alla propria struttura, si relaziona al mondo esterno per conoscerlo, e quindi conoscere se stessa.

Si può provare anche a invertire il processo di conoscenza appena descritto, ovvero ipotizzare di voler accedere, dalla posizione esterna di uno sconosciuto, all’io individuale dell’interessato, percorrendo al contrario lo stesso percorso ipotizzato da Kant delle categorie che collegano io e mondo. Basta operare una piccola variazione nel suo pensiero e teorizzare le categorie come soggettive, quindi più personali, che rivelano dettagli inerenti all’identità che si sta indagando.

Questa prospettiva si può attuare considerando i diversi e approfonditi interessi di una qualsiasi persona, come il basket, la musica jazz, i film, il lavoro, la discoteca, e assumendoli come fattori che contribuiscono a determinarne l’identità, poiché ne formano i desideri, le passioni, i luoghi, le persone, gli atteggiamenti e i sentimenti vissuti. Su Instagram si può riscontrare, a un’attenta osservazione, la medesima dinamica di conoscenza: si osservano online le storie in evidenza che l’interessato mostra sul suo profilo e si colgono i canali mentali di accesso al mondo, i settori e gli scompartimenti ideali con cui egli guarda e organizza ciò che vive.

Infatti, nei profili Instagram più utilizzati e aggiornati, si riscontrano storie in evidenza raggruppate in modo estremamente razionale, schematico e ripetitivo: la sezione dedicata alle foto con gli amici, quella delle vacanze, del cibo, musica, del cane, dei paesaggi, ecc… Proprio come se fossero la concretizzazione delle categorie teorizzate da Kant, con l’unica differenza che quelle del filosofo sono uguali per tutti. In ogni caso, anche le categorie inventate in questa sede – quelle soggettive deducibili da Instagram – dimostrano come l’io si approcci al mondo categorizzandolo, razionalizzandolo in schemi ricorrenti, in categorie appunto, il cui contenuto rivela aspetti dell’identità, anche se rimane sempre più complessa di quanto si possa capire.

Le foto postate come tappe della dialettica della verità Hegeliana

La significativa figura di Hegel tratta un’importante quantità di argomenti nella sua filosofia, e in particolare è originale il concetto di verità, che riguarda in generale il rapporto di conoscenza tra coscienza e oggetto. La verità Hegeliana è dialettica, perché intesa come risultato di un processo che prevede una tesi, la sua negazione, e una conclusione sintetica che apre a un nuovo inizio, contenente tutto il percorso. Il medesimo concetto di verità si può riscontrare ancora una volta, in questa riflessione sull’identità personale, nel processo di conoscenza di una qualsiasi persona. Infatti la verità di una persona è la conoscenza che si ha di essa, della sua evoluzione, ed è fatta anche di negazioni della sua identità, che in ottica Hegeliana non rendono il soggetto più falso, difettoso, ma anzi più complesso e quindi più vero, più se stesso. Ad esempio la sconfitta in una partita di calcio può essere intesa come momento di falsificazione dell’identità di un giocatore che si concepisce come calciatore, poiché tale sport occupa gran parte della sua vita. Hegel invece sottolinea l’importanza del momento negativo in quanto non lo considera un errore da dimenticare, ma il passo essenziale per raggiungere una conclusione e aprire a una nuova tesi. Nel caso dello sportivo – e di qualsiasi persona – egli è se stesso proprio in virtù dei fallimenti, anche se sembrano la falsificazione della sua persona. Hegel avverte invece che la vera identità compiuta, la verità autentica, è quella finale, che contiene più negazioni, sbagli, ostacoli, perché apre a conseguenti nuove conclusioni.

Ancora una volta emerge un paragone con Instagram, infatti i profili mostrano delle sequenze di post che ritraggono gli utenti in contesti molto diversi, che sembrerebbero escludersi a vicenda, ad esempio una ragazza potrebbe postare delle foto scattate in occasioni formali, ma anche al mare in costume, a una festa con gli amici, a un convegno, situazioni insomma discordanti che in un altro contesto non sarebbe facile comprendere. Istintivamente infatti si fatica a immaginarsi la stessa persona seriosa al lavoro in un contesto giocoso personale. In questo pregiudizio è illuminante la concezione di Hegel del cammino di una verità in evoluzione contenente tutte le proprie negazioni, perché aiuta a vedere caratteristiche contrastanti appartenenti alla stessa persona senza destare sospetti di incoerenza del soggetto con la sua identità. Hegel insegna a vedere l’io come il protagonista di un processo dialettico, dotato di infinite sfaccettature e mai statico, che delinea la sua identità personale attraverso i momenti di falsificazione e riformulazione, passaggi riscontrabili nelle foto postate su Instagram.

Instagram rappresenta quindi l’identità?

Attenzione alle conclusioni affrettate, non si può in alcun modo affermare che identità personale reale e apparenza sui social siano la stessa cosa. Infatti un fattore molto variabile e non preso in considerazione in questa analisi è il modo con cui una persona si relaziona ai social network: si può vivere senza avere un profilo, ma ciò non significa che non si esista. Allo stesso modo si possono postare tante foto ad alta definizione, con persone famose, in luoghi costosi, e essere poco ricercati o economicamente agiati nella vita reale. L’apparenza non sempre rispecchia l’essenza, ma sicuramente il modo in cui si decide quali aspetti di se stessi pubblicare sui social e quali tacere rivela qualcosa sull’identità, poiché si seleziona con un criterio che, anche se inconsapevole, è personale.

In conclusione c’è quindi un rapporto stretto tra identità reale e identità social, nonostante quella vera sia difficile da spiegare e ancor di più da rappresentare. In Instagram comunque l’identità in qualche modo è implicata, e la prova ne è la sensazione di familiarità che si avverte quando sembra di conoscere qualcuno solo perché lo si segue online vedendo sempre cosa fa, cosa prova, chi frequenta, a cosa si interessa, come vive. Ma bisogna ricordare che si considera solo ciò che il soggetto sceglie di mostrare, e in questo filtro si gioca la possibile somiglianza tra apparenza e realtà, o la incolmabile lontananza tra l’idea di una persona formulata attraverso i social e il suo io reale. Ogni tentativo di analizzare e paragonare l’identità con i social si scontra con la difficoltà di definire cosa essa sia esattamente, per questo i concetti di Kant e Hegel possono tracciare un sentiero di studio originale, per vedere le cose in modo diverso, almeno più consapevole.


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Pubblicato da Anna Rivoltella

Innamorata della vita, mi piace riconoscerla e scoprirla in ogni incontro, e vederla attraverso il pensiero di grandi menti che hanno influenzato la nostra storia, per questo motivo studio filosofia. Sono del 2002 ma ho anticipato la scuola di un anno, come una premessa della fame di vivere che mi ritrovo, per paura di perdermi qualche istante di bellezza. Infatti scrivo per fissare alcune idee in modo chiaro e non perderle nel continuo caos di avvenimenti e pensieri. Dove e come io esista ha minore importanza, per ora studio alla Statale di Milano e abito a Bergamo, non so come definirmi perchè sono sempre alla ricerca di autenticità e forse questa è la mia migliore presentazione.