Il cinema d’autore – Pregi e difetti di una pellicola autoreferenziale

Cinema d’autore

Il cinema, la settima arte, la trasposizione visiva della verità e dei sogni, un rifugio dalla realtà e un modo di comprenderla a fondo. Il cinema può darci la consapevolezza di qualcosa che non riusciamo a comprendere oppure può farci sognare mondi e realtà lontane dalla nostra. Potremmo definirlo come la realizzazione di universi differenti che o non esistono o se esistono sono difficili da guardare ad occhio nudo.

La creazione di una pellicola è un processo lungo e complicato, ogni film possiede una sua filosofia, ogni regista, insieme al rispettivo direttore della fotografia ha un modo di vedere il mondo e di interpretarlo. Spetta poi al pubblico valutare se la visione del mondo del regista e dello sceneggiatore si sposa con la sua.

Non sempre questo avviene: spesso ciò che l’autore cerca di comunicare, la sua visione del mondo non vengono compresi. Questo avviene soprattutto quando si tratta di “cinema d’autore”, inteso come un linguaggio “specchio” della personalità del suo creatore .

Il cinema d’autore oggi e il rapporto con lo spettatore

Questa constatazione ci spinge a concentrare l’attenzione su colui che fruisce del prodotto, lo spettatore e conseguentemente a intraprendere una serie di riflessioni.

Si sente spesso dire che il cinema, in particolare quello italiano è in crisi. Non è facile sostenere il peso di un passato glorioso ed è opinione comune pensare che la peculiarità delle pellicole tricolore stia piano piano esaurendo.

È interessante come Nanni Moretti in un intervista rilasciata in occasione dell’uscita del film “Mia madre” abbia sottolineato come il pubblico “non sia sempre innocente”. Spesso la radice del problema sta nella mancanza di un ricambio generazionale:

i ragazzi vanno a vedere un altro tipo di film, in un altro tipo di sala cinematografica”.

È come se il cinema d’autore avesse assunto oggi un ruolo marginale, restando nell’ombra dei successi passati.

Una progressiva perdita di consensi

Considerando i film che hanno incassato maggiormente in Italia negli ultimi anni, vediamo trionfare o i blockbuster o le pellicole che con un neologismo estremamente efficace potremmo chiamare “cinepanettoni”. Il cinema d’autore, quello che, rispecchiando la personalità del regista (e del corrispettivo sceneggiatore), dovrebbe spingere a un immedesimazione dello spettatore in una realtà o affine o desiderata, perde progressivamente il suo consenso.

È infatti dal lontano 2014 che le pellicole italiane non hanno un riconoscimento a livello mondiale, ogni anno le selezioni degli Accademy Award scartano titoli e infrangono speranze. La causa di questa progressiva perdita di consenso non va erroneamente individuata in una mancanza di corrispondenza con i successi passati.

Per quanto il cinema italiano, dal neorealismo alle successive pellicole d’autore abbia lasciato un segno indelebile nella cinematografia italiana, l’odierna regia di Paolo Sorrentino, Matteo Garrone, Nanni Moretti riesce ancora a stupirci. Anche per quanto riguarda l’aspetto recitativo, il cinema italiano negli ultimi anni ha messo in risalto personalità estremamente valide, per citarne alcuni Alessandro Borghi, Toni Servillo e Pierfrancesco Favino.

Ovviamente è impossibile fare un paragone con le pietre miliari del cinema italiano. Coloro che hanno fatto la storia vivono ancora oggi nella memoria dei posteri: il cinema di oggi li ha già consacrati rendendoli istituzionali. Ci riferiamo, per citarne alcuni, per la regia a Fellini, Visconti, Rossellini e per la recitazione Anna Magnani, Gina Lollobrigida, Sofia Loren.

Il ricambio generazionale

Come sottolineato da Moretti, il problema sta nel ricambio generazionale, nella poca curiosità di un pubblico giovane che in qualche modo segue il “sogno americano” trovandosi inevitabilmente attratto da pellicole “a grosso budget”. Esse si presentano al pubblico come estremamente accattivanti e dinamiche. Se l’obiettivo del cinema è quello di far vivere allo spettatore una realtà parallela con lo scopo di trasmettere un emozione, il problema del cinema italiano può essere individuato, nel contenuto.

Le pellicole d’autore si presentano come troppo autoreferenziali, chiuse in se stesse e impossibilitate ad un apertura verso il mondo esterno. Questo atteggiamento non è compatibile con un mondo dove le distanze si stanno pressoché annullando, dove il cosmopolitismo traspare in ogni settore, anche quello cinematografico. Ciò non vuol dire che i titoli non siano validi o di alta qualità ma che il cinema italiano è sceso a compromessi con se stesso nel ritagliarsi una fascia di pubblico non particolarmente ampia.

Due successi a confronto: “la vita è bella” e “la grande bellezza”

Valutando i titoli proposti negli ultimi anni si nota come le pellicole italiane “di alta qualità” siano diventate prodotto per un “élite” di fruitori.
Per esporre ciò basti paragonare gli ultimi due film italiani premiati agli Oscar: da una parte troviamo “la vita è bella” di Roberto Benigni dall’altra “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino. Premettendo che in entrambi i casi ci troviamo di fronte a pellicole di altissima qualità, possiamo analizzare una differenza sostanziale.

Il film di Benigni è estremamente “fruibile”, adatto a tutti e di facile comprensione. Nonostante le importanti tematiche si sposa con una fascia di pubblico estesa. Un riscontro concreto lo si individua anche a livello di numero di spettatori, la pellicola si trova infatti all’ottavo posto tra i film che hanno incassato maggiormente nella storia del cinema italiano.

Per quanto riguarda la pellicola di Sorrentino, il film è estremamente autoreferenziale, è un opera estetica, di lunga durata e ardua comprensione. È infatti difficile, per uno spettatore senza particolari conoscenze cinematografiche comprendere alla prima visione il significato profondo del film. Con Sorrentino ci rendiamo conto che il “grande cinema italiano” è un prodotto che a fatica comunica senza impedimenti con lo spettatore. Questo non vuol dire che il prodotto sia qualitativamente meno valido, ma il pubblico al quale ci si rivolge è sempre più circoscritto e selezionato.

Il compromesso dell’identità nel cinema

Il dibattito è aperto, non esiste un modo di fare cinema giusto e uno sbagliato, nessun titolo prevale per validità. Un opera ha bisogno di un suo carattere distintivo per essere valido, nel caso cinematografico quella del suo regista e del suo sceneggiatore. Allontanarsi dal proprio stile per compiacere il pubblico vorrebbe dire sottrarne l’essenza stessa.

Questo è un concetto che vale per ogni ambito artistico, dal cinema, all’arte figurativa, alla letteratura di ogni genere. È un compromesso che ogni artista deve fare con se stesso e con il pubblico. L’autore ha il compito portare la sua visione del mondo cercando allo stesso tempo di permettere a coloro che lo vorranno di comprenderla.


Francesca Manzoni

Pubblicato da Francesca Manzoni

Classe 1999, sono nata e cresciuta a Bergamo dove mi sono diplomata presso il liceo scientifico L. Mascheroni. Dal 2018 ho intrapreso gli studi di Lettere Moderne presso l’Università Statale di Milano. Nonostante un profondo legame con la letteratura coltivo da sempre un insaziabile sete di conoscenza per ciò che concerne il mondo del cinema, con l’obbiettivo di spingermi oltre le apparenze.