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Il mio nome è Yassine – Un racconto di Samuele Viganò

Florent Groc

Mi chiamo Yassine e sono figlio di genitori tunisini. Vivo da sempre in Italia, a Opera, periferia sud di Milano.
Ho quindici anni, occhi scuri, i jeans strappati e l’orecchino al lobo sinistro. Della barba ancora non c’è traccia, giusto un accenno di baffi.
Vorrei tatuarmi e suonare la chitarra… ma per il momento non sono io che comando.
Samir e Karima, i miei due fratelli, sono più piccoli di me e a tratti un po’stronzi. Il problema è che giocano in camera mia, che poi è anche la loro, e non ho uno spazio dove starmene in pace.
La cucina è il regno della mamma ed io ci sto alla larga per via della puzza di verdure bollite. Sul divano papà e i suoi amici stappano birre, ruttano e commentano il culo della presentatrice sportiva.
Il giardino o la mansarda costano troppo e non possiamo permetterceli.
C’è sempre rumore in casa, forse a causa della cultura dei miei genitori che quando parlano arabo strillano, o forse è più una questione di corde vocali.
Ogni mattina mi sveglio alle sei e quaranta. Il pullman passa pochi minuti dopo le sette, e per prenderlo dovrei correre. Meglio rallentare quindi… e arrivare tardi.
Colazione la faccio in classe, anche se a volte il professore mi sequestra i Ringo… ma non importa… tengo sempre un pacchetto di scorta nello zaino.
Riempito lo stomaco, cerco di dormire sul banco. La scuola ti leva ore di sonno, ed io me le riprendo!
Il mio educatore fa di tutto per tenermi sveglio, ma non mollo e lo prendo per sfinimento. Inizio a provocare i compagni. Li faccio incazzare. Oppure sperimento qualche verso che disturba la lezione. Il gabbiano, ad esempio, mi viene bene. Apro le braccia e le muovo come ali, poi comincio a gracchiare girando il collo a destra e a sinistra.
Tutti si girano, iniziano a ridere e a insultarmi. Mi dicono che sono un handicappato. Ma tanto poi smettono e tornano a parlare di fica.
Alla fine, devono ammetterlo: lasciarmi dormire è la soluzione migliore.
L’educatore personale ce l’ho dalle elementari, da quando mi hanno sbattuto in faccia un foglio dove compariva in grande la scritta DSA. Non so cosa voglia dire di preciso.
So che la mia memoria funziona da schifo e come se non bastasse scrivo peggio di una gallina. Nemmeno io capisco i miei scarabocchi, figuriamoci i professori.
Faccio verifiche facilitate e non vengo mai interrogato; i compagni conoscono questi ‘privilegi’ e mi chiamano mezzo scemo… ma cerco di non farci caso, in fondo è solamente gelosia.
Mille volte peggio quando mi danno dell’africano. Anche se rispondo che sono italiano questi stronzi insistono, “sei un immigrato Yassine? guarda che faccia clandestina…da dove scappi?”.
Per farli tacere tiro fuori la carta d’identità dal portafoglio… ma non gli basta leggere “italiana” in fianco a “cittadinanza”.
Il giorno dopo ricominciano con la storia dell’Africa, degli arabi e dei terroristi facendo una gran confusione. Forse sono DSA anche loro e non me lo vogliono dire.

INTERVALLI


Durante l’intervallo gironzolo per i corridoi. Ci sono alcuni studenti più grandi che non devi mai guardare in faccia, altrimenti iniziano a dirti “che cazzo mi fissi bambinetto” o insultano tua madre pur non conoscendola.
Altri vengono a chiederti le monete per la cioccolata delle macchinette. Io non discuto e gliele do, così mi lasciano stare e magari un giorno diventeranno miei amici…
Ad oggi non sono ancora entrato in quel gruppo, né tanto meno ho mai rivisto un centesimo.
Quando suona la campanella è un sollievo, anche se non posso certo dire di essere un amante delle lezioni.


LEZIONI E DISTRAZIONI

A scuola mi piace guardare fuori dalla finestra, ma non sempre ci riesco perché i banchi con una bella visuale, e lontani dalla cattedra, sono ambiti. Per prenderli devi correre al cambio dell’ora.
Tante volte poi, anche se ne trovo uno decente, sono costretto a cederlo a Diego.
Ho provato a dirgli “no, sono arrivato prima e resto qui”, ma non è un tipo paziente “Non me ne frega un cazzo se sei arrivato prima Yassine, alzi il culo e te ne vai… altrimenti vedi”.
Fa il figo soprattutto quando ci sono le ragazze intorno. Lui è più grande di me e l’hanno bocciato due volte, per questo è il capo.
Dove ero rimasto? Ah, sì… la lezione e la finestra. Non c’è chissà che vista fuori dalla 305. Una palazzina popolare, qualche faggio striminzito, e due canestri con i tabelloni sfondati.
Se sei fortunato vedi la ragazza del quarto piano che esce sul balcone per fumare. Da lontano sembra figa… le t-shirt che indossa non scendono mai sotto l’ombelico, anche quando fuori si gela.
Fuma sigarette.
Le canne se le fanno nel parchetto vicino alla scuola.
Tanti compagni dicono di fumarle; serve per essere a tutti gli effetti un ragazzo di strada e rimorchiare le ragazze più grandi.
Ho provato a dire a Nicole della seconda a che sono un cannaiolo, ma è scoppiata a ridere e mi ha dato una pacca sulla spalla in segno di compassione.
Probabilmente dipende dal tipo di strada che frequenti… O dal motorino che hai. I miei genitori questa cosa non la capiscono e dicono che la bicicletta va bene uguale, ma non sanno mica come funziona, ai loro tempi erano tutti sfigati.
Per essere tra i migliori, non devi solo fumare e avere la moto. Servono anche i vestiti di marca. Senza scarpe Nike o Adidas sei fottuto e ti tirano le palline di carta, o ti sputano sulla giacca. Altri dicono che gli immigrati comprano solo cose da poveri. Alle medie portavo gli scontrini del Foot Looker per dimostrare che non ero un bugiardo. Non serviva a niente. Probabilmente perché non sono italiano al cento per cento visto che i miei sono nati in Tunisia.
Per fortuna, alle superiori, siamo in tanti a non sembrare italiani; quest’anno ci sono anche dei clandestini veri.
C’è Soubane, un pakistano robusto e perennemente sudato con il terrore dei piccioni. Una mattina, siamo andati in gita a Milano, vicino al duomo e a Starbucks; sulla piazza era pieno di uccelli e lui è diventato verde dalla paura.
Per prenderlo in giro ogni tanto mi metto a tubare. Lui si arrabbia e inizia a imprecare nella sua lingua. Gli altri compagni ridono e cominciano a guardarmi con più rispetto.
Ai più bulli non importa niente dei voti, e nemmeno delle sospensioni. Anzi ti mostrano il libretto pieno zeppo di richiami alla famiglia e si vantano se tu ne hai di meno.
Anche io ne ho presa qualcuna, di nota, perché disturbo i compagni e non sono capace di stare fermo.


So che tutto questo fa sembrare la scuola un posto infernale. In fondo sono un disagiato con DSA.
Ma non sono pazzo.
É vero, non scrivo come Fabio Volo. Ma vorrei vedere lui in casa mia, con mia mamma e mio papà che parlano un po’ arabo e un po’ italiano.
So che l’istruzione obbligatoria è importante, me lo dicono spesso la professoressa di italiano e Sem, l’educatore. E mi accorgo degli sforzi che fanno per farmi stare bene.
Non tutti i compagni, poi, sono stronzi o ti fregano le monetine. Ma cosa devo dirvi? Mi andava di parlare di tutte quelle cose difficili da dimenticare quando hai la mia età.
Gli adulti ti guardano e ti trattano come un bambino solo perché ancora non è spuntata la barba, e i bambini non ti fanno giocare a calcio perché sei più alto di loro.
A quattordici, quindici anni è un gran bordello. Non sei ne adulto, ne bambino… Sei a metà.
Inizi a voler fare le cose che fanno i grandi ma hai ancora voglia di tirare due calci al pallone. Sei attratto dalle ragazze ma non sai come conquistarle. Sogni la libertà ma devi chiuderti in casa a risolvere i monomi che non servono a niente.
Quando sarò grande e avrò la barba mi ricorderò di questi anni.
Mi piacerebbe aprire un posto per ragazzi DSA italiani che sembrano stranieri.
Glielo dirò chiaro che li comprendo. Che ho vissuto le stesse cose.
Ma che poi, per fortuna, passa.
E diventi adulto…


Mentirei se vi dicessi che all’inizio è stato facile.
Sempre in ritardo, con i capelli spettinati e lo zaino senza quaderni ma pieno di merendine.
Il suo nome è Yassine.
Non voleva un guardiano e non voleva sentirsi diverso.
“Non mi starai addosso tutto il tempo… dico bene?!” É incominciata così, sguardo diffidente e gambe smilze che tamburellavano sul pavimento in attesa di una risposta.
In effetti non ero lì solo per lui, la coordinatrice mi aveva affidato anche Giada e Vincenzo.
Rincorrevo adolescenti in fuga… in fuga da famiglie assenti, dalle risa di scherno dei compagni, dai voti insufficienti e dal nervoso di chi fa più fatica degli altri.
Tutta l’energia di cui erano pieni non sapevano proprio dove metterla. Gli adulti insistevano perché la investissero nei libri, gli amici consigliavano di bruciarla tra una cartina e l’altra nel parchetto dietro la scuola. I genitori sognavano il figlio ingegnere.
Ma come fai a crescere fintanto che sei continuamente tirato da una parte all’altra?
Stanchi di aspettare, alcuni iniziano a correre.
Yassine era tra i più veloci… per parecchi chilometri l’ho inseguito da lontano, arrancando e sudando da un’aula all’altra.
Poi si è voltato…
Questo è il suo racconto.
Lui se ne frega dello stile, dell’estetica, della grammatica. Non censura i fatti scomodi, quelli che i grandi a volte fingono di non vedere.
Lui racconta… e le sue parole raggiungono profondità inaccessibili ad una mente adulta.
Profondità che solo l’immatura adolescenza può toccare…

 

Samuele Viganò – l’autore
Nasce a Milano nel 1992. Terminato il liceo scientifico, viene assunto come venditore e tecnico di biciclette in una multinazionale francese. Nel 2016 decide di assecondare i suoi interessi umanistici iscrivendosi alla facoltà di Filosofia presso l’Università Statale di Milano, dove è attualmente laureando.

Dal 2019, lasciatosi alle spalle la vecchia professione, intraprende l’attività di educatore scolastico presso un istituto di formazione professionale a Saronno. Interessato alle dinamiche adolescenziali e al mondo della scuola, “luogo dove i ragazzi incominciano a plasmare le loro esistenze”, scrive alcuni racconti con l’intento di confondere la sua prospettiva con quella di chi siede sui banchi di classe.

Nel 2020, durante il periodo di lock down in seguito alla pandemia di Covid-19, struttura un progetto di supporto didattico in collaborazione con il Comune di Macherio, al fine di sostenere gli studenti nello svolgimento delle consegne scolastiche.

In ambito culturale ha contribuito alla redazione di alcuni articoli di un giornale locale e svolge l’attività di volontario presso Cinema Nuovo di Sovico. 

Credits:
Florent Groc
per il dipinto in copertina.
Sito: http://www.florentgroc.fr/
Instagram: https://www.instagram.com/florentgroc/

 

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