Il naufragio dell’esistenza

Il naufragio dell'esistenza
Il naufragio dell’esistenza – Illustrazione di Francesco Chiarotti

Bello, quando sul mare si scontrano i venti
e la cupa vastità delle acque si turba,
guardare da terra il naufragio lontano:
non ti rallegra lo spettacolo dell’altrui rovina,
ma la distanza da una simile sorte.

Questo passo, tratto dal secondo libro del De rerum natura di Lucrezio, è al centro dell’analisi condotta da Hans Blumenberg nel libro “Naufragio con spettatore. Paradigma di una metafora dell’esistenza”. Nel passo del poeta latino uno spettatore guarda, o meglio contempla, l’altrui rovina giovandosi della propria posizione di sicurezza. Nient’altro che una descrizione in versi della filosofia epicurea. La distanza fisica dello spettatore dal naufragio si trasforma in distanza metaforica, alludendo all’insegnamento epicureo, secondo cui la filosofia può istruire a vivere lontano dai mali di questo mondo. Questo altro non è che un vorticare di atomi totalmente indifferente all’uomo. Il mare ne è l’esemplificazione, dove in un attimo tutte le grandi imbarcazioni dell’uomo vengono semplicemente inghiottite, insieme ai suoi sogni, senza quasi lasciare tracce. Solo attraverso la contemplazione della possibilità di rovina, l’uomo può cercare di vivere sereno.

Blumenberg analizza questa metafora e il suo evolversi nell’arco di duemila anni. Ma prima di affrontare l’analisi occorre spiegare cosa sia una metafora per il filosofo tedesco.

Le Metafore come fossili di senso

Blumenberg mette in luce ciò che può accadere all’uomo quando si imbarca in questo mondo e il suo naufragio esemplifica nient’altro che la precarietà dell’esistenza. Ora, è chiaro che quest’idea non sia da ascrivere a Lucrezio, perché la metafora presente nel De Rerum Natura non espone un tipo di conoscenza esclusiva del poeta latino, ma un’idea popolare assai diffusa.La metafora, spiega Blumenberg, rinvia a un atteggiamento nei confronti dell’esistenza condensato da una coscienza collettiva, come una sorta di fossile di senso. Tale senso è tramandato dalla voce degli antichi sino ai giorni nostri e, nel caso di Lucrezio, è quello che l’uomo come individuo ha attribuito al mondo.

Si tratta quindi di un tipo di significato che non può essere raggiunto dal pensiero astratto, fin troppo racchiuso nelle sue categorie logiche. E dove non arriva il pensiero si creano le metafore che sono appunto: “forme di cicatrizzazione, sono il segno di una ferita, di una anomalia del pensiero concettuale, che viene avviata a guarigione, riconnessa al tessuto circostante“, (come scrive Remo Bodei nell’introduzione al libro). Ciò accade poiché la cultura, come sedimento di esperienze fatte, di saperi di vita vissuta, è ciò che ci consente di familiazzare col mondo. Una metafora, in sostanza, è una strategia del pensiero che consente all’uomo di creare ed interpretare l’ambiente in cui è gettato.

Il percorso nel tempo del naufrago

Le immagini della navigazione prima di Lucrezio: Esiodo e Giovanni

L’uomo è un animale che conduce la sua intera esistenza sulla terraferma. Eppure, quando questi deve immaginare il corso delle sue imprese ricorre alle immagini della navigazione. La terra, dei quattro elementi, è l’unico che “appartiene” all’uomo. Icaro, cercando di dominare l’aria con ali di cera crolla inesorabilmente. Prometeo ruba il fuoco agli dei per donarlo agli uomini e viene punito. E anche il mare sembra un confine da non valicare. Le terre sono state divise dalle acque per volontà degli dei, e imbarcarsi implica quindi l’evadere un divieto divino.

Ma per l’uomo superare i divieti è anche ciò che contraddistingue il senso della sua esistenza. Quindi nella via per il mare c’è sempre un elemento di empietà. Già Esiodo, sapendo che il fratello era pronto a partire per il mare, gli intima di tornare al sicuro sulla terraferma, ché il mare è il regno di Poseidone, anarchico scuotitore dei flutti marini. E ancora, anche Giovann nell’Apocalisse scrive che nello stato messianico non ci sarà più il mare. Infine, Odisseo sfida il mare e le sue potenze vendicative “per inseguir virtute e canoscenza” e la sua fine è nota a tutti.

Quindi, sin dall’antichità, ancor prima di Lucrezio, l’uomo rappresentava il mare come confine da non valicare, come ambiente ostile e pericoloso, come stolta avventura che si intraprende solo per aumentare la propria “liquidità” (non a caso oggi con lo stesso termine indichiamo il denaro) al posto di rimanere nella calma e conosciuta terra, a coltivare i campi, attività certamente più congeniale all’uomo.

Viene da sé, quindi, che se la navigazione è un atto “empio”, il naufragio è una sua diretta conseguenza. Ma questa scena del mare anarchico e del naufrago manca ancora di una figura fondamentale, che invece è ben individuata dalla penna di Lucrezio: lo spettatore. Questa figura sembra rappresentare l’individuo che conosce la misura, che non vuole, appunto, andare oltre i limiti imposti dagli dei. Non commettere il peccato di Odisseo, che la cultura greca ci ha tramandato con il termine “hybris”. Ed è questa la posizione Lucreziana: la calma e la sicurezza della posizione dello spettatore che gioisce, non della rovina altrui, ma del suo solido terreno teorico, quello della filosofia, che gli insegna la moderazione.

La recezione della metafora Lucreziana della modernità: Montaigne e Pascal

Spostandoci un pò più in là con gli anni, Montaigne recepisce benissimo il messaggio dell’immagine Lucreziana e del suo spettatore. L’uomo va a teatro perché, dalla sicurezza del proprio posto a sedere, può godere dei dolori rappresentati. E’ indubbio che l’uomo sia fatto anche di qualità negative, come invidia, gelosia, ambizione smodata, ma Montaigne, scettico, non giustifica affatto la sua posizione di spettatore, e interpreta il passo lucreziano nell’ottica dell’innata malignità di gioire delle disgrazie altrui per la propria autoconservazione (nel capitolo De Solitudo”, contenuto nei Saggi”). Già qui si inizia a intravedere un primo spostamento di significato della metafora: se per Lucrezio la posizione dello spettatore è quella della teoria filosofica epicurea, (qui) in Montaigne è più l’astuzia dell’uomo che, senza rischiare, guadagna piacere.

Non molti anni più in là, anche Pascal, per descrivere la condizione dell’uomo, utilizza la metafora della navigazione, rompendo però la diade Naufrago-Spettatore. “Vous étes embarqué”: sei già a bordo, il gioco è già iniziato. Pascal spiega che vivere significa essere già gettati in mare. Si è da sempre in pericolo, si è da sempre naufraghi, ossia non vi sono certezze assolute. Per questo, secondo Pascal, è molto più razionale, rispetto all’idea di Lucrezio e di Montaigne, chi rischia la scommessa di credere in Dio, o quantomeno in una speranza. Lo spettatore guarda sulla nave e vede se stesso, non c’è più una solida roccia da cui contemplare, ma tutto è mare e ogni porto trema sotto i nostri piedi. Ciò che ci rimane è accettare il rischio, unica forma di speranza di questa umanità naufraga.

Nietzsche e lo slancio in mare

Nietzsche comprende benissimo la lezione di Pascal e ne accetta la morte dello spettatore. Ma si spinge oltre: non solo siamo già imbarcati fin dall’inizio, ma siamo anche tutti già naufragati. Non c’è tempo per la navigazione: si è già aggrappati a una piccola trave, relitto della nostra imbarcazione, immagine delle morali e delle tradizioni del passato, che Nietzsche – in tutta la sua produzione filosofica – cerca di decostruire, mostrandone gli inganni.

In un frammento di appunti composti da Nietzsche per la costruzione del suo capolavoro “Così Parlò Zarathustra”, che prende il nome di “Del Tumulto”, il filosofo tedesco scrive:

Quando Zarathustra venne (viene?) sputato a terra da un naufragio, si meraviglia cavalcando su un’onda: “Dov’è rimasto il mio destino? Non so dove finire. Perdo me stesso”. Si getta nel tumulto. Poi, sopraffatto dal disgusto, cerca qualcosa per consolarsi – se stesso.

La vera scelta non è, come per Pascal, accettare il rischio, ma ancora di più scegliere lo scoglio, scontrarsi con l’imprevedibilità del mare. Perché la trave, l’appiglio, per l’uomo libero è inutile. L’uomo libero sceglie il naufragio e, come premio, non avrà più un porto sicuro, la terraferma in cui essere salvo, ma un nuovo mondo tutto ancora da scoprire. Quindi Nietzsche recepisce la lezione di Pascal, ma ne porta all’estremo le conseguenze, tutte nell’ottica della sua epoca. La salda terraferma del cristianesimo non esiste più, è la terra della morale, ma il nuovo uomo che prefigura Nietzsche è “Al di là del bene e del male”.

Il senso del naufragio

La metafora del naufragio si è evoluta col cambiamento culturale dell’epoca in cui i pensatori sono vissuti. “Il mondo moderno si era progressivamente emancipato dalla teologia e dalla tradizione medioevale, abbandonando l’idea rassicurante di un cosmo centrato e finalizzato secondo i disegni di Dio”, scrive ancora Remo Bodei nell’introduzione al libro. Quindi il venire meno di questa concezione ha creato il bisogno di nuovi paradigmi di senso per affrontare l’esistenza, per fornirle senso. E l’evolversi del senso della metafora del naufragio ne è l’esemplificazione. Siamo partiti da uno Spettatore superiore al Naufrago, passando per la volontà di non rischiare, per finire con la volontà, opposta, quella di naufragare.

Ma arrivati a questo punto verrebbe da chiedersi: se si è da sempre naufraghi, da cosa è composta l’imbarcazione che ci porta a naufragare all’infinito? Forse tramonto della tradizione medioevale e la conseguente volontà di potenza che si accende nell’uomo, il quale si scopre artefice del proprio destino, potrebbe legittimare l’aggressività di questo nuovo uomo? E dunque non è il mare a far paura all’uomo, ma sé stesso.


Credits:
Francesco Chiarotti
per l’illustrazione Il naufragio dell’esistenza.

Digital collage, interamente realizzato con Photoshop. L’opera mostra uno yacht affondare, simbolo dell’ esistenza moderna, guidato dal l’individuo, che ne è il medesimo spettatore. Questi guarda sicuro dall’alto di una scogliera, credendosi in salvo, ma la sua figura è sfocata e oscura; destinata, in realtà, a scomparire insieme alla sua esistenza.

Francesco Chiarotti, 26 anni. Appassionato di musica, cinema e streetwear, convoglia nelle sue illustrazioni le tendenze che più lo catturano. Da sempre disegnatore, da un po’ di tempo anche grafico e illustratore. Abita a Barcellona, ama i colori e le forme, e ne cerca il giusto compromesso. “Toglietegli tutto, ma non il gaussian blur.”

Instagram: @fran.cescano
Behance: Francesco Chiarotti