La maschera d’oro – Capitolo 2

La maschera d'oro - Capitolo 2 - Martina Sala
Illustrazione di Martina Sala

Due sono i modi in cui potrei descrivere il paese di Tabù. Il primo è dire ciò che io vidi quando approdai sulle sue coste più ospitali, una sera di primavera, che l’arena si colorava d’ambra e la superficie del mare pareva disseminata di milioni di fiamme. L’orizzonte alle mie spalle sfumava nel sole, mentre quello di fronte a me era interrotto, proprio al centro, dai monti rocciosi di Tabù. Nel punto dell’isola in cui io giunsi, si apriva un golfo accogliente, tanto che sembrava voler riequilibrare, con il suo vuoto, il pieno delle montagne dalla parte opposta. Mi guidava la luce elettrica di un antico faro, troneggiante al capo sinistro del golfo, con la sua struttura affusolata che dalla mia prospettiva sovrastava anche le vette sullo sfondo. L’altro capo dell’insenatura, invece, era occupato da quello che gli abitanti di Tabù si divertono a chiamare “Buco dell’Oracolo”.

Si tratta di una scogliera dalla forma peculiare, poiché all’interno di essa si apre un arco a sesto acuto che poggia sul mare. Si narra che uno dei sacerdoti del bosco, accusato di azioni corrotte, sia stato sfidato dal popolo a provare quanto fosse benvoluto alla divinità, gettandosi da quella rupe. La sua caduta si infranse rovinosamente sulla superficie dell’oceano, e lui rimase in fin di vita quanto gli bastò per riemergere con il capo, lanciare un grido disperato e tentare di raggiungere la costa. Ma fu la stessa scogliera a ritrarsi dalle sue mani di peccatore, aprendo in sé stessa quel buco che oggi è attraversato dai pescatori sulle loro imbarcazioni, in segno di buon auspicio, ma anche di monito.

Non esistono più i sacerdoti del bosco, ma la loro ancestrale dimora ancora rimane: è il tempio del Satiro, che sorge sulle rive del lago di Nemo, ai liminari dell’omonimo bosco. Si trova ai piedi delle montagne più antiche, ormai spente in colline, ed è circondato da un cimitero ampio quanto il passato della stessa Tabù, fintanto che ogni abitante viene lì sepolto. Il lago, e il fiume che ne sgorga, segnano il confine tra ciò che è dell’uomo e ciò che è di qualcun altro.

Al di qua di quelle acque, due città umane io vidi, l’una specchio deformato dell’altra, l’altra complementare inevitabile dell’una. Quella era fatta di torri, grigia di fumo e di acciaio, totem al progresso, tributo al futuro. Questa era fatta di persone. Più la prima città scemava nella seconda, più gli edifici si abbassavano in statura e l’acciaio degenerava in mattoni scheggiati. Nella prima vidi cento teatri, tremila cantieri, venti discariche, dozzine di ospedali, infiniti carceri. Forse ciascuno di questi edifici era uno soltanto, ma i vetri innumerevoli della Città Nuova moltiplicavano all’infinito gli elementi di se stessa, in un gioco caleidoscopico che imbroglia anche la mia memoria. Nella seconda, invece, io vidi il libro, la spada, il calice, la sella, in loco della biblioteca, dei monumenti al valore, della locanda, della scuderia, per un inganno dei ricordi che annulla il complessivo nel particolare.

Il secondo modo in cui potrei descrivere il paese di Tabù è attraverso le parole dell’ambasciator Filolone. Costui mi accolse al porto, con molta riverenza, tra i mercanti impegnati a concludere le ultime truffe prima del tramonto. Filolone indossa da sempre la maschera di un orso bruno, spigolosa, ricavata da un ceppo di nera quercia, che gli avvolge l’intero cranio. Se la maschera non mi avesse suggerito il paragone con un orso, probabilmente è proprio a quel medesimo animale che avrei pensato nell’osservare il suo corpo robusto e imponente. Sono forse gli uomini, a Tabù, ad evolversi nella forma delle proprie maschere? Tuttavia non è un orso minaccioso, Filolone, con le sue fauci serrate e lo sguardo stanco, ma suggerisce severità, saggezza, rispettoso timore. Probabilmente quando da giovane scelse per sé tale volto, l’ambasciatore era mosso da un ardente spirito di giustizia, dal desiderio di battersi ferocemente per gli ideali del paese, entrambe caratteristiche che col tempo si erano impigrite in un ubbidiente e burocratico letargo. A lui era stato affidato il ruolo di Cicerone nel mio viaggio, e mentre passeggiavamo lungo la spiaggia, diretti alla Città Vecchia, così mi descrisse il paese di Tabù:

“Devi sapere, Vespucci, che l’isola è degna di elogio: se fossi un uccello, dall’alto, potrebbe sembrarti… orologio! Il tempo comincia da nord, qui monti coi nomi dei venti adombrano il tetto dei lord, e coprono il sole ai viventi. Domina quindi Natura, alta dei monti è la cresta, che, quando procedi più ad est, s’abbassa in oscura foresta. Nemo si chiama quel bosco, non v’è alcuna guida o sentiero, chi entra, e vi entra davvero, si perde laggiù in nessun posto. Proceda, sì come lancette, lo sguardo dall’alto librato: vedrai che quel bosco si assolve, dirada in un soffice prato. Un tempio, su quelle colline, risiede da tempo immorale: lo fecero antichi fedeli, rifugio dal freddo e dal male. Oggi vi regna la morte.

Legno di effigi, tombe di marmo, sporche di pioggia, morse dal tarlo. Ciascuna vi accoglie, o ha un tempo accolto, una maschera appesa, vuota di un volto. E quel camposanto, cosparso di bare, s’affaccia sul fiume, sul lago e sul mare: qui stanno le foci del fiume Daddone, che scende dal lago e scinde le zone. Guarda dall’alto e nota, finora, che dell’orologio hai percorso mezz’ora, e più che ti muovi in senso d’orario, più alla Natura s’impone un divario.

Sorge Nuisia, città della gente, che fu costruita dai nostri antenati, qui gli edifici eran fatti di sassi ed ora col tempo li abbiam migliorati, ma restano grezzi e pieni di vita. Ogni persona racconta una storia, di giorno lavorano ai propri negozi e passan la notte a fare baldoria.

Se poi la lancetta conclude il suo giro, alla Natura non resta più niente, poiché quel paese s’innalza di torri e nasce Millanta, città del presente.  Là si lavora la roccia dei monti e si sviluppa la tecnologia: vi sono scienziati dotti e fecondi, ma la Natura vi sfuma e va via. Attorno a Millanta, come uno scudo, spuntan le rocce di prime colline e se ricominci il corso del tempo torni sui monti, alti di cime.

Tabù resta il nome dell’isola tutta e delle due parti che paion divise, quaggiù le pensiamo in un unico corpo e tale scissione nessuno decise. Forse Nuisia, una volta, era la Nuova Città di Tabù… e là, dove sorge Millanta, stava la Vecchia, che or non c’è più. E forse la previa Millanta era più nuova dell’altra Nuisia, e non si chiamava Millanta, ma forse Malecca, Zirbante, Dionisia… Ma, in tutto codesto cambiare confuso, soltanto una cosa non cambia e vaneggia: al centro di quell’orologio, che vedi dall’alto, troneggia una reggia. Di mura giganti si cinge il palazzo, dove, dai tempi del giorno fatale, siede il sovrano con tutta la corte e tutto governa sul suolo reale. Tabù risplende al suo volto, nessuno ricorda da quando, ma oggi potrai tu vederlo: è lì che noi stiamo andando.”

Mappa di Tabù
Mappa di Tabù – Schizzo di lavoro ad opera dell’autore

*

Attraccate al porto con molta fatica, d’altronde il veliero è gigantesco e soprattutto non è nemmeno vostro. Scendete sul pontile dopo aver istruito metà dei vostri compagni a rimanere sulla nave di Vespucci, qualsiasi cosa succeda, senza parlare con nessuno. L’altra metà dei vostri compagni, invece, si trova ancora sulla vostra nave pirata, al largo. Questa notte dovrà ammainare le vele e costeggiare l’isola fino a raggiungere il Buco dell’Oracolo: quella scogliera particolare di cui parla Vespucci, che sembra fatta apposta per nascondersi dentro. Se passa qualche pescatore, gli dico, ammazzatelo e mangiategli il pesce.

Scendo sul pontile, appunto, ma non sono da solo. Il mare mi ha insegnato a non fidarmi nemmeno dei miei compagni, ma una scorta mi serve. Per questo scelgo il pirata che puzza di meno e che regge l’alcol di più: Cianciafichi, il muscoloso timoniere. Sarà lui ad accompagnarmi a Tabù a patto di non aprire mai bocca, nemmeno lui. Dopotutto se parlasse bestemmierebbe alla seconda frase e tutto il piano geniale salterebbe in quattro e quattr’otto. Sto imparando ad usare i congiuntivi, visto?

Decidete di portare con voi anche Scarpetta. Chi è Scarpetta? Ottima domanda. L’ho conosciuto la notte che abbiamo assalito il veliero gigantesco di Vespucci, o meglio, la mattina seguente. Mi sveglio prestissimo, all’alba, ma non è il gallo a cantare: è un deficiente dell’equipaggio di Vespucci che ci siamo dimenticati di ammazzare. Appena ha visto arrivare i pirati si è coraggiosamente tuffato dal veliero, ma una stringa di cuoio della sua scarpa si è impigliata in un chiodo sporgente. Così è rimasto appeso come un prosciutto tutta la notte mentre noi sterminavamo i suoi amici. La mattina dopo ha deciso che preferiva la morte al sangue alla testa. Peccato che abbia scelto l’orario sbagliato per gridare “Aiuto, vi prego, tiratemi su!”. Quindi abbiamo deciso di torturarlo malamente per qualche giorno, prima di ammazzarlo, ma nonostante i denti che gli abbiamo strappato è riuscito comunque a blaterare qualcosa di utile. Scarpetta dieci anni fa era stato a Tabù insieme al gradissimo e bellissimo Federico Vespucci. Conosce già il posto, ma soprattutto sa come raggiungere il tesoro dell’isola. Quindi si è offerto di sua spontanea volontà di accompagnarmi. Si è subito reso utile mostrandomi dove Vespucci teneva la sua scorta di maschere. Gli esploratori e i turisti, mi ha spiegato Scarpetta, indossano maschere bianche, che coprono l’intero volto, senza nemmeno una fessura per la bocca. Tuttavia, per me, che ero il nuovo Vespucci, era riserbata una maschera particolare che lasciava scoperte le labbra e il mento.

Dunque eccomi lì, sul molo, assieme a Cianciafichi e Scarpetta. Ci viene incontro un tizio bello grosso che al posto della faccia ha una grossa testa di orso. Palesemente si tratta di Filolone, l’ambasciatore che parla a filastrocche che ha accolto anche Vespucci dieci anni fa. Indossa una lunga tunica bianca che sembra una coperta pesantissima. È in quel momento esatto che accade qualcosa di apparentemente insignificante, ma in realtà fondamentale: per la prima volta mi rendo conto che, se non voglio farmi scoprire subito, devo imparare a fare un po’ il Federico Vespucci, e questo significa imparare a fare un po’ il poeta.

“Salve signor Filolone, che mi porti in questa regione. È passato… molto tempo. Di rivederti sono molto contento!” dico, recitando lentamente le parole che mi sono preparato la notte prima. Non ho mai visto un orso incurvare le sopracciglia, ma lo sguardo di Filolone attraverso la maschera non lascia dubbi. Forse ho sbagliato qualche rima e l’ambasciatore ha già capito che non sono il solito Vespucci. Ci riprovo, e questa volta improvviso.

“Vengo dal mare e ti voglio salutare!” esclamo “Ne ho passati di guai!” pausa “Ma tu come stai?”. Filolone mi mostra i palmi delle mani in segno pacifico e capisco di aver fatto centro questa volta. Poi però inizia lui a parlare: “Messer Federico Vespucci, con tutto il rispetto, conosco bene la sua indole da grande poeta ed ho avuto modo di apprezzare numerosi dei suoi componimenti. Tuttavia le chiedo con grande umiltà di abbassarsi al mio livello ed utilizzare un’eloquenza prosastica, almeno mentre visitiamo la città. Se poi vorrà deliziarci della sua poesia, a palazzo, saremo tutti ben lieti di ascoltarla. In ogni caso la ringrazio per avermi domandato delle mie condizioni: attualmente sono del tutto soddisfatto del mio ruolo a corte e conduco serenamente una vita morigerata.”

È in quel momento esatto che ho anche realizzato il significato di “finzione poetica”. Scarpetta si lascia scappare un risolino; dopo lo ammazzo di botte. Cianciafichi è impassibile: credo non capisca nemmeno quello che sta succedendo. Ma che gusto ci trovava Vespucci a far parlare Filolone come un cretino nel suo diario? Io questi poeti proprio non li capisco. Però capisco di aver fatto una figura da pesce lesso con l’ambasciatore. Per fortuna Filolone sembra proprio essere uno dei tanti che esegue gli ordini senza fare domande, cioè l’esatto opposto di quello che sono io. Quindi sfrutto la sua riverenza – sto imparando anche a usare i paroloni, visto? – e mi atteggio:

“Non preoccuparti, mia nobile guida!” dico con tono solenne “Volevo soltanto dare un assaggio della mia arte a te, che te la meriti davvero! Dieci anni sono passati dal mio ultimo viaggio in questo meraviglioso paese. Non vedo l’ora che mi mostri quanto è cambiato.”

L’uomo con la maschera da orso sospira di sollievo.

Bene, abbiamo finito con i convenevoli! L’isola ve l’ho presentata, non resta che iniziare l’avventura.



Credits:

Martina Sala
Per la copertina del capitolo.
Martina Sala è una giovane studentessa dell’accademia di Brera, che ha prestato la sua tavoletta grafica per illustrare alcuni capitoli de La maschera d’oro.

Instagram: home.of.pandora


Nicola Vavassori

Pubblicato da Nicola Vavassori

Nasce a Bergamo nello scorso millennio. Il liceo classico non riesce a disilludere del tutto il suo spirito da sognatore, per questo Nicola decide di inseguire la sua passione per la scrittura fino alla facoltà di Lettere Moderne, a Milano. Qui fonda l'Intermezzo con dei compagni di studio. Nel 2020 la casa editrice Divergenze lo premia come una delle migliori nuove voci della narrativa italiana, pubblicando un suo testo nella raccolta "L’Ultimo dei Brocchi." Il suo primo romanzo "La maschera d'oro" viene pubblicato a puntate sulla rivista.