La maschera d’oro – Capitolo 3

Illustrazione di Martina Sala

Tabù non è cambiata per niente. Ricordo come ieri quando sono arrivato in questo posto dieci anni fa ed era tutto così come lo vedo adesso. Eccola lì, per esempio, la Locanda dell’Oca che Sbocca, dove la barista al posto della faccia ha – non l’avrei mai detto – una testa di oca, suo marito è un gallo e i suoi figlioletti – è un po’ inquietante – sono esseri umani (a quanto pare i bambini non portano maschere, almeno loro). Ricordo come ieri l’albero pazzesco dove è scavato il negozio del botanico, un tizio scemo con un pezzo di legno appiccicato in faccia, che saluta da lontano. Il fornaio, quanti ricordi, è sempre lui, quel ciccione con un sacco in testa: ma almeno sceglitela bella la maschera, che con quella pala in mano sembri un boia cattivissimo e invece sarai buono come il pane. Quell’altro che esce dal suo negozio è sicuramente il buon vecchio calzolaio, che per fortuna non indossa un calzino tipo passamontagna, ma ha una maschera tutta coperta di macchie di colore: forse voleva fare il pittore. Incredibile, la piccola libreria di Gianfido è ancora lì al suo posto, e quello è proprio Gianfido, sì, con la sua maschera da gufo, che mi abbraccia e mi dice “Ti ricordi di me? Sono Gianfido!”. E certo che mi ricordo di te, cavolo, Gianfido, come è bello rivederti, mica sono un pirata che ha sgozzato Vespucci settimana scorsa e che fa finta di essere lui pure mentre scrive!

      Mi diverto un casino a prendere in giro la gente, che mi guarda passeggiare per le strade ciottolate di Nuisia come si guarda Gesù Cristo risorto. Sì, sono proprio io, Federico stratosferico Vespucci, il poeta, l’esploratore. C’ho una maschera bianca, io, perché sono umile, ma non mi copre la bocca, così potete avere l’onore di ammirare il mio sorriso fantastico. Amatemi: sono qui per voi falliti! La gente corre ad abbracciare me e Filolone manco fossimo Buddha e Maometto. L’ambasciatore si comporta da vero profeta e allontana con gentilezza il bagno di folla. Io ci annego!

     I bambini ci tirano i vestiti, che teneri. Tiro uno schiaffetto alla mano di Cianciafichi che ne sta per accoltellare uno. Gli uomini ci stringono le mani. Le donne ammiccano. All’inizio è un po’ strano vedere tutte quelle facce mascherate, sembrano dei demoni impazziti, però poi ti abitui e tutto diventa incredibilmente figo. Cioè, guarda quello che cosa c’ha in faccia: tutto un groviglio di fiori e di rami che sembra aver derubato il botanico. Quell’altro con la faccia da porco – letteralmente – sarà sicuramente il macellaio del paese, e chissà che ansia per i maiali farsi ammazzare da un uomo-suino. Arriva a stringerci la mano uno con la testa da orso e Filolone lo guarda storto, che la sua è meglio. Una puttana con una maschera sottile a coprirle solo gli occhi mi rivolge lo sguardo più seducente della storia e quasi non mando a monte tutto il piano per correrle dietro. Ma ci vuole contegno! Dopotutto sono Federico Vespucci: mica posso andare a puttane io, almeno non prima di aver preso il tesoro.

     Ma guarda quell’altra, piena di piume che sembra uno struzzo, con quei capelli lunghissimi, bordeaux! Si vede che non è di qua: probabilmente viene da quell’altra città tutta moderna. Ha un vestito nero e le curve di una tigre, ma non mi guarda come mi guarderebbe una puttana: farà un altro mestiere, peccato. Viene verso di noi, interessante, e dopotutto verso di chi vorresti andare quando c’è Federico Vespucci in città? Filolone la saluta con riverenza inchinando leggermente il capo e Scarpetta fa lo stesso. Li imito e schiocco le dita per dare una svegliata a Cianciafichi, che abbassa la testa anche lui, borbottando. La folla non si sposta troppo, quindi capisco che la tizia merita sì un saluto del sottoscritto, ma non è di certo la regina di Tabù.

“Vespucci” sorride alzando un sopracciglio tra le piume che le coprono la faccia “Bentornato. Passerà a trovarmi, spero”. Adoro già Tabù. “E come potrei non trovarla, se son dieci anni che la cerco?” rispondo malizioso senza capire nemmeno io il senso di quello che dico. La tipa ride e se ne va, misteriosa. Trattengo un grido di gioia: sono appena arrivato ed ho già una donna da portarmi a letto! Ma Scarpetta si avvicina al mio orecchio. “Madama Zacinto è la caporedattrice dell’unico giornale di Tabù ed è una delle personalità più facoltose dell’isola” mi dice con la sua voce timida ma esperta “Probabilmente vuole che tu conceda un’intervista a suo marito, che è il giornalista più…”. Lo allontano con uno spintone. Lo sapevo benissimo! Andiamo avanti Filolone, che qua Tabù mi sta già tirando matto!

*

Sette le porte di ferro. Dodici i grigi torrioni. Mille milioni di armi puntate a difendere i troni. Guardie dall’elmo di ferro, grigi nei gesti e nei suoni, attendono in mille milioni l’arrivo di noi vincitori. Il fiume divide gli umani da ciò che sta oltre davvero, così come a sud separava Nuisia da quel cimitero. E qui separa i sovrani da uomini meno potenti: da lì han diritto i regnanti a regnare al di sopra le genti. Traverso il ponte levato, sali la verde collina, ammira il castello sovrano che trona sul sopra la cima. E guardati attorno con cura, una volta arrivato lassù, che quella fortezza imponente è l’Alef di tutta Tabù.

     Volessi dire in versi la magnificenza del palazzo reale di Tabù, dovrei scrivere torrioni di rime arzigogolate e grovigli di metrica barocca. Dunque torno alla prosa, migliore consigliera di tanto splendore. Arazzi d’un rosso scuro, bordeaux, tappezzavano le pareti, fitti, raccontando la storia dell’isola nei loro ricami purpurei. Armi antiche pendevano dal soffitto e dai muri, come centinaia di spade di Damocle a ricordare la potenza della casata reale. Sculture marmoree impreziosivano ogni pertugio, raffigurando divinità cornute, eroi antichi che brandiscono rami dorati.

     La dolce confusione di Nuisia era qui sostituita da una quiete solenne, da un ordine elegante. Notai una curiosa contrapposizione anche tra le parti interne del palazzo e quelle esterne. Le prime, fatte di labirintici corridoi, si disponevano in una perfetta struttura a scacchiera dove era impossibile perdersi: ad ogni incrocio gli arazzi indicavano la direzione da seguire per raggiungere e la sala principale e l’aria aperta più prossima. Al contrario, nei chiostri colonnati e nei giardini smeraldini, ogni strada sembrava pensata per smarrirsi in se stessa. L’unico modo per non perdersi era non seguire alcuna direzione.

     Ma se ti perdi nel modo giusto, al centro dei giardini reali, puoi trovare per caso la statua d’oro massiccio di una pingue divinità che ricorda Buddha, ma ha la testa di un nobile cervo. Numerose sono le leggende su quella figura zoocefala, ma la più curiosa riguarda la fondazione del tempio del Satiro. Fu quella creatura, secondo le credenze, a tracciare con le sue corna dorate il perimetro del tempio ai liminari del bosco di Nemo. Da quel momento le riserve del regno si sarebbero rimpinguate di florido grano, il rigagnolo che attraversava l’isola si sarebbe riempito di flutti impetuosi, fino a diventare il fiume Daddone che esiste tutt’oggi. In onore dell’uomo dalla testa di cervo, gli abitanti di Tabù avrebbero iniziato ad indossare maschere che imitavano il suo volto, durante le celebrazioni a lui dedicate. Ma col tempo gli uomini avrebbero preso a consacrare ogni singolo momento della quotidianità alla loro divinità della fortuna, indossando sempre più spesso quelle maschere, che finirono per diventare una parte integrante del loro vestiario. Nei secoli a venire quei cervi si trasformarono in alci, cerbiatti, poi in orsi e in altri animali, infine divennero forme astratte e variopinte. E mentre il ricordo della divinità si perdeva nell’indefinito torrente del tempo, insieme a tutte le tradizioni ad essa legata, le maschere rimasero e vivono ancora, sui volti degli abitanti di Tabù.

     Soltanto un luogo sovrintende a quell’intreccio di vie boscose, ed è la torre dell’Aquila Calva, al centro dei giardini reali. È una torre solitaria, assoluta da qualsiasi altra struttura, tanto slanciata che sembra incredibile rimanga stabile nonostante le intemperie. Come un minareto sovrasta le torri più alte del palazzo ed ospita la postazione di guardia dell’Aquila Calva, il saggio Maometto che tutto sorveglia all’interno del palazzo. Il vecchio centenario conosce ogni segreto della reggia e osserva con i suoi occhi di vetro i gesti dei cortigiani, le corse delle lepri, il frusciare delle fronde. È lì che mi portò Filolone a notte fonda, dopo il mio arrivo. Qui il vecchio mascherato da uccello ci aspettava seduto al suo posto di guardia, impassibile nell’atto di fumare un lungo calumet profumato.

     Il viaggio per mare era stato estenuante, ma la vista ripagò la veglia. Sotto di noi si dipanava il disegno di cento siepi e realizzai che non vi erano mura ad incorniciare i giardini imperiali, ma essi comunicavano direttamente con il resto della collina e in lontananza si perdevano nella selva oscura del Bosco di Nemo. Davanti ai nostri occhi, invece, al di là del cerchio di mura d’ingresso, una tempesta di fuochi variopinti punteggiava il panorama nella vallata al di sotto del castello. Raggiungeva il mare, dove una luce intermittente, più brillante delle altre, indicava la presenza dello slanciato faro. In lontananza, verso nord, si potevano scorgere le torri di Millanta, che parevano le canne illuminate di un organo immenso. Il cielo proponeva altrettante costellazioni di luci, che facevano capolino tra i nuvoloni così come un sorriso dolce tradisce un volto rabbuiato, se messo di fronte alla persona giusta.

     “Vivere è come viaggiare per mare” dissi a Filolone “Se assecondi il vento del destino, puoi raggiungere porti meravigliosi”. L’ambasciatore stava fumando il calumet dell’Aquila Calva e me lo porse gentilmente, annuendo alla bellezza del proprio paese. Il fumo danzava verso l’alto, sottile ed elegante, come i nastri di una ballerina. Vegliammo tutta la notte al cospetto di quello spettacolo, disquisendo di filosofia, di poetica, di alchimia e di tutto ciò di cui due perfetti sconosciuti possono disquisire quando il buio assopisce gli animi.

Poi, senza preavviso, il tempo, prima addormentato, si fece carne all’orizzonte, colorandolo d’una lama incandescente. Ed ecco l’alba, che fa del cielo un quadro, che vale più di cento campane. Il sole si mostrava all’uomo. L’aurora nasceva con dita di rosa, gentile e timida tanto da arrossarsi in viso. Esitava pudica.

Fu in quel momento che concepii questa semplice poesia:

Il sole già sorto, in arancio,
contorna orizzonti di nuvole immobili
e muto, dall’alto, non visto,
carezza le creste di tetti infiniti.
Alberi senza radici dividono il cielo,
adesso più azzurro,
da popoli troppo minuti
per essere parte di questa veduta.
Così, pur più in alto, capisco
che questo insieme comprende anche me.
E credo che questo sia il senso
che di più si avvicini alla vita.

*

Bello sto castello. Ci accolgono mille milioni di guardie, ovvero una decina di tizi in armatura. Questi qua non hanno maschere, ma elmi pesanti: trovata furba. Vengo accompagnato nella mia camera lussuosissima, con tanto di letto a baldacchino e balconcino con vista Bosco di Nemo. La sera mi chiama Filolone e mi domanda se ho voglia di andare a fare un giro con lui sulla torre dell’Aquila Decrepita. Ci vado.

Leggere il diario di Vespucci è tipo leggere il futuro. Fino a adesso è andato tutto liscio secondo quanto c’era scritto. Arriva Filolone al porto, mi porta al castello, poi mi porta sulla torre dell’Aquila Calva. Io che me lo sono letto tutto so benissimo quello che succederà domani: mi porteranno a vedere i giardini, poi mi daranno dei vestiti eleganti e alla sera ci sarà un grande banchetto in mio onore. Fantastico. Spero solo ci sia ancora il calumet da fumare in cima a quella torre.

Mentre saliamo mille milioni di scalini domando a Filolone come sta il vecchio tossico con la testa da piccione. È morto: ora delle guardie speciali fanno i turni al suo posto. Arriviamo in cima ed eccone una, mascherata da aquilotto, che ci saluta con riverenza. Per fortuna il vecchio non si è portato il fumo nella tomba: il calumet è ancora lì, appeso ad un gancio del muro. Non è il massimo pensare che è lì da dieci anni, ma dopotutto quel tizio se lo sarà fumato per almeno mezzo secolo, quindi tanto vale. Contro le mie aspettative, è Filolone ad raccoglierlo: lo prepara con calma e se lo accende. Hai capito l’ambasciatore? Di giorno fa il Cicerone (che non so cosa vuol dire, ma lo scrive Vespucci), e di notte fa il Cianciafichi.

Il paesaggio è pazzesco, però io qua non ci sto fino all’alba, che io c’ho sonno. Mi chiedo se i miei compagni si sono infilati con il galeone nel Buco dell’Oracolo come gli avevo ordinato. E mi chiedo come se la starà passando Cianciafichi in camera con Scarpetta: spero solo che non lo faccia secco.

Filolone mi passa il calumet. Lo ringrazio con un sorrisone. Bene, adesso gli mostro con che disinvoltura tira un pirata. Gli faccio due o tre cerchi di fumo con la bocca e quello mi guarda come un mago. Decido di aggiungere la ciliegina sulla torta, per convincere Filolone che sono un vero poeta:

“Vivere è come fumare” dico “Sai bene che ti ammazzerà, eppure è così figo farlo di notte…”

Come in risposta alle mie parole, un grido disumano risuona nell’aria, alle nostre spalle. Io ne ho visti di posti dove ci sono bestie immonde, ma nessuna ha mai fatto un suono del genere, sempre che chiamiamo suono quel lamento demoniaco che si era levato lontano lontano chissà dove. Filolone è scattato in piedi e a giudicare da quanto trema direi che sotto la maschera è bianco come un orso polare. Io pure non sono più rilassato come in un villaggio vacanze.

“Non dirmi che veniva dal bosco qui dietro… Siete proprio dei geni a costruirvi un parchetto dietro casa che comunica direttamente con l’Inferno.” commento.

Ma Filolone sembra aver perso il senno “Devo andare.” ripete, balbettando. Non sembra più il calmo ambasciatore che mi si era presentato al porto.

“Oh non lasciarmi qua da solo, orsacchiotto.” esclamo.

“Non capisci.” per la prima volta mi dà del tu “È risaputo che ci siano cose orrende nel bosco di Nemo, ma quel grido… Quel grido io lo conosco. Io la conosco fin troppo bene quella voce.”



Credits:

Martina Sala
Per la copertina del capitolo.
Martina Sala è una giovane studentessa dell’accademia di Brera, che ha prestato la sua tavoletta grafica per illustrare alcuni capitoli de La maschera d’oro.

Instagram: home.of.pandora


 

 

Nicola Vavassori

Pubblicato da Nicola Vavassori

Nasce a Bergamo nello scorso millennio. Il liceo classico non riesce a disilludere del tutto il suo spirito da sognatore, per questo Nicola decide di inseguire la sua passione per la scrittura fino alla facoltà di Lettere Moderne, a Milano. Qui fonda l'Intermezzo con dei compagni di studio. Nel 2020 la casa editrice Divergenze lo premia come una delle migliori nuove voci della narrativa italiana, pubblicando un suo testo nella raccolta "L’Ultimo dei Brocchi." Il suo primo romanzo "La maschera d'oro" viene pubblicato a puntate sulla rivista.