La maschera d’oro – Capitolo 5

Illustrazione di Martina Sala

E poi fu Millanta,
che tutta la notte si canta,
che tutta la sera risuona,
e cela quel che ti perdona.
Ridendo ti accoglie
tra le sue gambe,
dolce di vizi,
calda di sangue,
e come un atlante
ci viaggi col dito
passandone il corpo,
bruciando appetito.
Se chiedi
non ti sarà dato,
desidera
e tutto otterrai.
Se dormi
è tempo sprecato
vivi sonnambulo
o ti perderai.
Ma bada ai tuoi sogni,
Scipione smarrito:
dall’alto del cielo
la Terra è lontana;
l’aroma che cogli
è fumo sbiadito
che s’alza leggero
ma poi non ti sfama.
Millanta è diversa
e tu non lo sai
resta al suo gioco
e non perderai.
Millanta è puttana
che t’ama davvero,
resta al suo prezzo
o torna nel gelo.

*

Scipione. Chi era costui? Magari voleva scrivere “scimmione”. Quando inizierò a capire le poesie di Federico Vespucci vi faccio un fischio. Miglior critico letterario del mare del sud, vedrete. Comunque, siamo a Millanta. Cioè, io sono ancora nella sala da pranzo del castello a mostrare le mie insuperabili doti poetiche, Matisbeo invece si trova a Millanta, la “città nuova” a nord di Tabù. E cosa ci fa Matisbeo a Millanta se vive a Nuisia? Ma soprattutto cosa ci fa in città se un attimo fa era coperto di sangue in un cimitero? Bene, facciamo un passo indietro.

Quando dico “un attimo fa” intendo “un anno prima”. E se provate a dire che non sono capace di raccontare le storie, perché non avevate capito che la storia di Matisbeo e Ginepria era avvenuta un anno prima, andatevi a leggere il libro di un Federico Vespucci qualunque, che sicuramente sarà più nelle vostre corde scordate. Volete tutto bello in ordine e preciso? Perfetto: io quando scrivo “ieri” penso a settimana scorsa, quando dico “qui” intendo “dall’altra parte del mondo” e se scrivo “adesso”, fate attenzione, parlo di qualcosa che è già accaduto, o che forse deve ancora accadere.

Dunque Matisbeo adesso è a Millanta. La città dei palazzi, del fumo, del ferro abbracciata dalle colline e abbracciatrice di un porto chilometrico. Millanta ha due punte – e non saprei come altro chiamarle – due cosi altissimi che, anche se ti nascondi bene, ti scovano comunque. Uno si trova proprio al porto ed è il faro, di cui ho già parlato, l’altro si trova in mezzo alla città ed è un palazzo che scavalca gli altri a mani basse. Senza quella torre, tanto sottile e tanto imponente, la città avrebbe un profilo diverso. Insomma, non sarebbe davvero “Millanta”, al massimo “millanta”. Sfogliando il diario di Federico Vespucci ho scoperto che gli abitanti di Tabù, con grande fantasia, chiamano il primo “Torre di Luce” e il secondo “Torre d’Avorio”. Se ci mettete pure la “Torre dell’Aquila Calva” nei giardini reali e la “Torre delle campane” – che sarebbe un campanile di Nuisia, ma ve l’ho risparmiato – vien da sé che a Tabù, oltre che ad essere fissati con le maschere, lo sono pure con le forme falliche, visto che ne piazzano una in ogni posto importante.

Matisbeo adesso è proprio sotto la Torre d’Avorio, che nel suo essere tanto imponente in realtà non è nulla di speciale: non ci stanno né i servizi segreti né i politici, ma soltanto qualche ufficio, la sede del giornale di Madama Zacinta e un mucchio esagerato di negozi di ogni tipo. Il ragazzo entra, schiva qualche passante, e si dirige sicuro verso un bancone all’ingresso,  dove una tipa dalla maschera piatta e affilata gli domanda, anticipandolo: “Desidera?”
“Una maschera!” risponde il ragazzo come per dire: “Non lo vedi che non c’ho niente in faccia?”
“Quanti anni hai? Lo sai che devi averne 18 per comprartene una?” Matisbeo ha una grossa stazza, ma il suo faccione rotondo è ancora quello di un bambinone.
“Certo! Oggi è il mio compleanno.” Auguri! È appena maggiorenne e va già a spassarsela nella città che “ridendo ti accoglie tra le sue gambe, dolce di vizi e calda di sangue”. Bravo il mio Matisbeo.
“Terzo piano. Tutta l’ala destra è adibita alla compravendita di maschere. Buona giornata.” e poi, rivolta ad un altro cliente “Desidera?”.

Matisbeo vorrebbe insultarla, ma decide di aspettare qualche minuto, quando avrà una maschera per coprirsi la bocca. Sale qualche rampa di scale ed ecco aprirsi davanti a lui il corridoio delle meraviglie: un numero indescrivibile di facce senza volto, di ogni forma, colore e dimensione, si affaccia dalle infinite vetrine del terzo piano. E pensare che ciascuna di loro sarà un Filolone, un’Aquila Calva, un Gianfido e mica solo per un giorno, no, ma per un sacco di anni, fino a quando non sarà appesa a una tomba. Come si fa a scegliersi un’identità e a tenersela per tutta la vita? In effetti portare una finta faccia potrebbe aiutare. Insomma queste maschere fanno sia il problema sia la soluzione, e non si capisce più nulla.

Tra le maschere vuote camminano anche maschere vive: genitori che accompagnano i figli a comprarsi un volto, impiegati che si devono far riparare la faccia e se la tengono con due mani per paura che qualcuno veda che cosa c’è nascosto sotto, elegantoni che si portano dietro valigioni pieni di identità da svendere. Senza pensarci ancora, Matisbeo salta nel primo negozio che incontra e gli si para davanti il testone di cartapesta di un dragone cinese. Ottima presentazione per un venditore di maschere.

“Desidera?” ruggisce mellifluo dietro la sua testa multicolore “Oh, noto con piacere che oggi è un giorno speciale per lei, vero?”
“Buongiorno! Desidero una maschera, se possibile bianca.” fa Matisbeo tutto diritto.
“Vedo che ha le idee chiare…” annuisce il bestione mitologico “Bianco: il colore della pace, della nobiltà.”
“Il colore del viaggio, signore” aggiunge il ragazzino.
“Come no! Il bianco, la tabula rasa, la cartina geografica da tracciare.” continua il dragone con tono fin troppo sognante “Vorrebbe diventare un viaggiatore, dunque, un esploratore?”
“Non esattamente” risposta insolita per il nostro eroe “Non più almeno.”
“Curioso. Però… Immagino lei sappia come funziona, vero? Se si sceglie una maschera fiera e importante, allora da oggi sarà un uomo coraggioso e rispettato. Se ne sceglie una macabra e nera, allora diventerà malinconico, profondo. E vien da sé che se si sceglie una maschera che rappresenta il viaggio, beh, allora sarà un viaggiatore, e non potrà essere altrimenti.”
“Lo so. Diciamo che… si tratta più di un ricordo che di un’ambizione.”

“Come preferisce.” conclude il dragone e si dirige verso uno scaffale, rischiando di abbatterlo con il proprio muso. Afferra una maschera e la mostra con un gesto teatrale “Ebano bianco con intarsi d’argento. Questo legno simboleggia la stabilità, la robustezza d’animo, mentre l’argento, beh, che dire, l’argento è la saggezza, la spiritualità, il divino. È ispirata a quella di Federico Vespucci, l’esploratore, sa?”

“Veramente?” finalmente Matisbeo si sveglia dal suo letargo. Quell’altro annuisce contento: ha colpito nel segno. “Sa, sono stato io a vendere la sua maschera a Vespucci. È un carissimo amico di famiglia. Non potrei mai dimenticarmi di lui.” Eppure Vespucci del dragone se n’è scordato eccome: lo saprei se nel suo diario avesse parlato di un simile pagliaccio, e non l’ha fatto.

“Davvero?!” Matisbeo è sempre più esaltato “E quanto viene?”
“Duemila e cinquecento dobloni” sorride il giustiziere mascherato “Ma per lei potrei scendere a duemila.”
“Ora che ci penso forse non è adattissima a quello che vorrei essere.” l’entusiasmo di Matisbeo si è già spento “Sa, la spiritualità, il divino… non è che sia poi così religioso, insomma, capisce?”
“Capisco perfettamente.” risponde l’onesto commerciante, e capisce davvero perfettamente “Non c’è fretta. Sa, è importante pensarci bene. Il giorno in cui si sceglie la propria maschera è come un secondo compleanno.”
“Ha ragione. E oggi è il mio!”
“Tanti auguri allora!” ridacchia il dragone. Non sono esattamente sicuro che ridacchiare in quel modo sia la cosa migliore da fare dopo un “tanti auguri”.

Il mascheriere mostra un altro copricapo, molto più grosso e peloso: “Ho soprannominato questa Wakan Tanka.” spiega “Il bisonte muschiato bianco. Vera pelliccia di bisonte sintetizzata. Simboleggia la forza sovrannaturale, ma anche l’audacia, lo spirito di avventura. Crede di voler diventare un uomo con queste caratteristiche?”
“Ehm…” Matisbeo ha paura di chiederlo, giustamente.
“Duemila. Scontato a mille e otto apposta per lei.” il dragone continua a parlare con il tono che uso io quando voglio truffare qualcuno.
“Un po’ ingombrante, non trova?”
“In effetti… Ingombrante è ingombrante” detto da uno che ha un catamarano di cartapesta al posto della faccia “Magari vuole qualcosa di più… cioè di meno… Vediamo un po’. Potrei proporle… Sì! Questa è davvero speciale. Mezzo volto – così dimezziamo anche il prezzo – ma resta comunque un gioiellino. Bianca, come desidera, con decorazioni in polvere di smeraldo. Avrei anche quella con le pietre intere, ma… intuisco che preferirebbe questa, ecco. Lo smeraldo simboleggia l’eleganza, il fascino, la curiosità. Siamo sui Mille. Per lei facciamo settecento. Credo di non avere nulla di più economico nel mio negozio. Ma ripeto: in questo caso il rapporto qualità-prezzo è invidiabile. Vuole provare come le sta?”

“Nulla a meno di cento quindi?” chiede timido Matisbeo.
“Ma per chi mi ha preso?” un voltafaccia inaspettato “Hai capito dove ti trovi? Qui alla Torre d’Avorio non ti offriranno mai nulla a meno di cinquecento dobloni, nemmeno nel negozio più scadente.”
Matisbeo sobbalza e scivola via “Sa dove posso trovarne a cento?” bisbiglia.
“Non farmi perdere altro tempo!” ruggisce la bestia “Uno come te è da Bazar del Capro! Sparisci!” Al che Matisbeo sparisce, con la testa bassa e ancora nuda.

Il Bazar del Capro è il tipico posto dove andrei se dovessi vendere in mezza giornata un carico d’oppio di Nassau. Una bottega che cade a pezzi nella periferia più sudicia di Millanta. Scaffali decrepiti che espongono attrezzi di ogni tipo e, qua e là, qualche maschera. Sempre che si possano definire maschere quei calzini imbottiti appesi al legno. Ovviamente è tutto molto buio e maleodorante eppure – colpo di scena – dietro il bancone non c’è un tizio mascherato da caprone, bensì un pelato che non porta alcuna maschera. Sul tavolo c’è una sorta di targhetta che dovrebbe dire il suo nome, ma non vi si legge nulla – tanto, visto l’andazzo, sarebbe stato qualcosa come “Cristoforodemo”.

A vederlo, Matisbeo si stupisce non poco. Non è il primo uomo senza maschera che incontra nella periferia di Millanta, ma il ragazzo non si sarebbe mai aspettato di vedere conciato in quel modo addirittura il proprietario di un negozio. Sempre che si possa definire negozio quell’angolo di mondo abbandonato, che solo a nominarlo per chiedere indicazioni faceva storcere il naso alla gente.

“Buongiorno?” ormai il ragazzo lo sta domandando a se stesso.
“Che ti serve?” domanda Cristoforide, con una voce profonda, ma inaspettatamente disponibile per uno che vende schifo in un posto che si chiama Bazar del Capro.
“Una maschera, gentilmente.”
“Bene, sei nel posto giusto. Per cosa ti serve?”
“In che senso?”
“Vuoi cambiare identità? O è per… affari?”
“No, cioè, io avrei solo bisogno di una maschera. Per me intendo.”
“È la tua prima maschera?”
“Prima? L’unica. Credo.” a queste parole Tremotino trattiene una risata svelando una dentatura più gialla della mia. “Molto bene. Quella lì ti piace?” indica uno scaffale alla sua destra.

‘Quella lì’ è una maschera azzurra, o meglio di un grigio che alla luce del sole probabilmente somiglierebbe all’azzurro. Non si riconosce nessuna forma particolare, ma a malapena i fori per gli occhi e per la bocca. Matisbeo l’aveva scambiata per un asciugamano. Se dovessi fare una rapina, insomma, sarebbe molto adatta, se non addirittura alla moda.
“Se possibile ne vorrei una bianca.” tenta Matisbeo “E che venga meno di cento dobloni.”

“Una maschera bianca a meno di cento dobloni…” ripete Mariottide, e si mette a frugare con una mano dietro al bancone “Ho questa”. Estrae un ammasso di lana e, dopo esserselo girato tra le mani, lo indossa sulla sua capoccia e se lo cala sul muso. La maschera prende forma: è una testa di pecora, lercia di lana grigiastra, floscia; sembra migliore delle altre appese al muro – almeno rappresenta qualcosa -, ma non ha nulla a che vedere con quelle della Torre d’Avorio.
Matisbeo sospira e chiude gli occhi come quando si deve inghiottire una medicina schifosa. Quindi decide: “La prendo.”
“Perfetto.” risponde l’altro alzando le spalle e levandosi il copricapo.
“Che cosa simboleggia la pecora?”
“E io che cavolo ne so?”
“Scusi. Quanto viene?”
“Quanto hai?”
“Volevo qualcosa a meno di cento dobloni, come le ho detto.”
“Quanti ne hai, ragazzino?”
“Cento, centodieci.”
“Bene. Viene Centodieci.”
“Ma aveva detto…”
“Cosa?”
“Nulla… È che dopo dovrei andare a comprare anche delle pinze per mio padre. Quanto costa quella azzurra?”
“Centoventi.”
“Ma è orribile!”
“La prendi o no?” Tribarro è spazientito e butta la testa di pecora sul bancone.
“Va bene…” si rassegna il ragazzo. “Tanto con una lavata…” pensa “Se la faccio rattoppare alla nonna. Tiene pure caldo d’inverno. Non è così male.”

E uscendosene dal Bazar del Capro con la sua nuova maschera da pecora, Matisbeo si sente già un agnellino nuovo. Ha speso tutti i soldi che il padre gli ha concesso e non potrà nemmeno comprargli quelle pinze da cucina che gli servivano tanto. Però finalmente ha una maschera, ha un volto, è diventato qualcuno.

Osserva quella testa di pecora con uno sguardo un po’ schifato e per un momento ha l’impressione di starsi guardando allo specchio. Quello che ha tra le mani è proprio lui: non un copricapo qualsiasi, ma lui, Matisbeo, la sua faccia. È il suo volto, dopotutto, quello che un po’ lo schifa. Ancora una volta il ragazzo chiude gli occhi come a doversi tuffare nel vuoto e con una mano allarga l’imboccatura della maschera preparandosi ad indossarla. È finalmente pronto. Oggi è il giorno in cui Matisbeo diventa Matisbeo. Oggi è il giorno in cui un uomo ha scelto la propria maschera.

Un colpo violento. Una spinta. Un bagliore rosso e denti aguzzi. Matisbeo in quegli occhi ci perde il respiro: per un attimo crede di essere tornato nel Bosco di Nemo, quando quelle creature gli avevano portato via Ginepria. Invece stavolta si tratta di un uomo vestito di nero, che ha afferrato con due mani la testa dell’agnello. Il suo volto è coperto dai tratti bestiali di un lupo dagli occhi rossi.

Con un ultimo strattone l’animale ottiene la sua preda e Matisbeo si ribalta all’indietro, sul marciapiede. Il ragazzo si rialza immediatamente e vede il ladro sparire dietro una curva. Deve inseguirlo, deve riprendersi a tutti i costi la propria identità.



Credits:
Martina Sala
Per la copertina del capitolo.
Martina Sala è una giovane studentessa dell’accademia di Brera, che ha prestato la sua tavoletta grafica per illustrare alcuni capitoli de La maschera d’oro.

Instagram: home.of.pandora


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Nicola Vavassori

Pubblicato da Nicola Vavassori

Nasce a Bergamo nello scorso millennio. Il liceo classico non riesce a disilludere del tutto il suo spirito da sognatore, per questo Nicola decide di inseguire la sua passione per la scrittura fino alla facoltà di Lettere Moderne, a Milano. Qui fonda l'Intermezzo con dei compagni di studio. Nel 2020 la casa editrice Divergenze lo premia come una delle migliori nuove voci della narrativa italiana, pubblicando un suo testo nella raccolta "L’Ultimo dei Brocchi." Il suo primo romanzo "La maschera d'oro" viene pubblicato a puntate sulla rivista.