La maschera d’oro – Capitolo 6

La maschera d'oro
Illustrazione di Martina Sala

Raccontare non è così male, visto? Sono un dannatissimo genio e mi sembra pure di star imparando delle parole nuove. A volte ancora fatico a trovare il modo giusto di metter giù quello che penso, ma se mi impegno e prendo un po’ spunto dal diario di Federico Vespucci piano piano il racconto vien da sé. Non che Vespucci sia un uomo da cui prendere esempio, eh, io guardo solo a quello che scrive! Che se me lo trovassi davanti lo butterei di nuovo in mare! La sera scorsa ho letto qualche capitolo agli altri, qui sulla nave. Per una ciurma di pirati analfabeti ascoltare storie è una manna dal cielo. E se a scriverle è il loro capitano, beh, hanno davvero di che divertirsi. “Bellissimo” mi fanno. Vero è che se avessero detto “Bruttissimo” li avrei buttati a cenare con i pesci, ma qualcosa mi dice che quello che ho scritto gli stia piacendo per davvero.

Seccasbirri a un certo punto mi fa: “Io però non ho mica capito perché sono tutti mascherati”. Ho imprecato e poi ho cercato di ricordargli che c’era la leggenda del dio cervo e che tutti si volevano vestire come lui, finché non si sono stufati di essere cornuti e hanno iniziato a mettersi in testa anche altre cose. Quello ha fatto finta di capire, ma era evidente che non fosse del tutto convinto sulla questione dei cervi. Allora mi sono ricordato di una roba che Vespucci aveva scritto nel suo diario e gliel’ho letta. E devo dire che ha funzionato: tutti sembravano avere un po’ più chiara la questione delle maschere, anche se erano un po’ confusi dalla filastrocca di sto genio che se non mette una rima a ogni frase non è contento. Quindi ho deciso di riscriverla anche qui, quella pagina di diario. Sapete com’è: vorrei evitare di trovarmi un altro Seccasbirri tra i miei lettori – che poi ancora non ho capito chi siano, questi lettori -.

*

Le chiesi “Perdono, donzella regale, che d’esile argento si taglia lo sguardo, ancora non riesco ad annoverare le splendide maschere a vostro stendardo. Perché le indossate in ogni momento? E come conoscer la vostra realtà? Come scegliete in un solo secondo il volto da esser per l’eternità?”

Mi disse “Messere, che vieni dal mare, non ti crucciare su quello che sono. Tu ti vergogni del tuo domandare, o non avresti mai detto ‘perdono’. Forse è un’altra la vera domanda che la tua voce prova a tacere: forse non conta il volto degli altri, ma solo il mio visto vorresti vedere.” Tremavo di debole attesa, ma lei la ruppe d’un riso. E dentro il suo volto d’argento Tabù mi sembrò il paradiso.

“Tutti gli adulti coscienti che vivono in quel di Tabù trovano sé in una maschera e non se la tolgono più.” sentenzia la donna “Vespucci, mi chiedi perché le indossiamo? Nel mondo chiunque le porta, ma non nella forma che amo… Ora considera i viaggi per mare, i luoghi diversi in cui sei finito e pensa agli sguardi, ai volti, alle voci: quanti di loro ti hanno mentito? Ogni persona del mondo di fuori veste una vita bugiarda e incrinata, la loro natura è spesso cangiante e non ti verrà giammai rivelata. Quando conoscon la gente di qui restano sempre straniti e perplessi: loro non portano maschere, vero, ma sappi che mentono sempre a se stessi.”

“Dunque la vostra è schiettezza: mostrate dal primo momento… chi siete, senza vergogna, si tratti di legno o d’argento. È segno di grande purezza, dichiarazione d’intenti, e gli altri non posson temere di scoprirvi, chessò… differenti.”

“Ricorda, messere, che questa certezza prima che agli altri serve a se stessi. Il male peggiore per l’essere umano è perdersi in mezzo ai propri riflessi. Se io ti chiedessi ‘Chi sei?’, oltre al tuo ‘Federico’, non riesci ad aggiungere nulla e resti, così, ammutolito. Perché Federico si sbaglia, cade, cambia obbiettivo, e non iniziare a scherzare dicendo che ‘ciò ti fa vivo’. Tu muori, in ogni nuova scelta, in ogni piega del tempo che ti attraversa senza riuscire a definire la tua identità e più invecchi più temi di sparire senza mai poter saziare quella domanda. Io invece sono chi ho scelto di essere e nulla mi definisce meglio del volto che indosso. Ma tu… chi sei?”

Non seppi rispondere.

“Per quanto riguarda come si sceglie, prima di tutto serve coscienza. Quindi finché non si fanno i 18 tutti i ragazzi girano senza. Quando son pronti, è un giorno speciale e t’assicuro che viene da sé. Qualcuno la eredita dagli antenati, altri ne provano cinquantatre. C’è chi la cuce insieme alla mamma, c’è chi la intaglia con il papà, qualcuno la compra senza guardare lasciando al destino quel che sarà.

Dunque se vedi un adulto che gira col volto svelato, attento a quel che hai di fronte: potresti venire ingannato. È senza la faccia il burlone che dentro è rimasto bambino, o chi per ignava ragione rifiuta qualunque cammino. Ha nuda la faccia il pezzente, privo di un’identità, o chi nel profondo del petto ha perso la sua dignità. Idem se porti una maschera in volto, ma non la curi come te stesso, sporco di fuori e sporco anche dentro: della tua anima quello è l’ingresso. Se poi la tua maschera è rotta: vergogna, sei rotto anche tu! È questa la legge non scritta che vige per tutta Tabù.”

“Così non esiste occorrenza, donzella, per scorgere oltre quel viso esteriore?” risposi e di nuovo sorrise all’idea che in quelle parole celassi un amore.

“Invero, messere, un modo è presente, ma chiederlo altrove è assai sconveniente. A ciò io mi taccio e taci anche tu e questa domanda non farmela più.”

*

Solo a rileggerlo mi viene il mal di testa. Allora? Qual è l’unica occasione in cui ci si toglie la maschera? Di certo non ve lo spiego adesso, se no dove sta la sorpresa? E chi è questa donzella chiacchierona? Un personaggio secondario, ve lo assicuro: dimenticatevela. Dopo aver letto questo passaggio ai pirati, quelli, forse un po’ annoiati dai paroloni, si sono messi a chiedermi a gran voce come ha fatto Matisbeo a recuperare la sua maschera da pecora. Quindi torniamo con la mente a Millanta e al nostro eroe corpulento a caccia di lupi. Adesso corre a perdifiato tra i vicoli della città. Ad ogni svolta scorge per un pelo la sagoma del lupo mannaro che salta dietro un altro muro. Gli fila dietro. È bastato il primo scatto per togliergli il respiro, eppure non la smette di correre, non si arrende. Scherzavo, si è già fermato. Prosegue annaspando verso l’ultimo punto in cui ha intravisto il ladro. Si appoggia a un lampione, si asciuga la fronte e riparte camminando, come chi ha perso la speranza. Eppure la speranza sembra farsi beffa di lui, perché anche il lupo si è messo a camminare e pare sia arrivato a destinazione.

Sotto la polvere di un cielo profanato dal fumo, la città di Millanta si spegne contro le montagne. Più si avvicina alla natura, più la civiltà si fa spazzatura. Le case, che già nella periferia soffocavano tutte vicine in un ammasso di stradine e pareti ammuffite, ora sono rimpiazzate dalle macerie: resti di pareti distrutte, bidoni dell’immondizia rovesciati e pattume ovunque. I volti cangianti degli abitanti di Tabù, che già nei paraggi della Locanda del Capro erano nudi o poco amichevoli, ora sono per terra, a mascherare l’asfalto, insieme ad altri detriti. E là, proprio in mezzo alla distesa deforme che Millanta nasconde negli angoli più inesplorati di se stessa – un po’ come fanno tutti -, c’è un solo edificio ancora in piedi, forse una fabbrica abbandonata. È proprio lì che il lupo stava entrando, per una porticina. E fu in quel momento che il nostro eroe, Matisbeo, raccolse tutto il coraggio che si portava dentro, strinse i denti come una belva, si sgranchì le nocche delle mani, gonfiò il petto e decise senza esitare che sarebbe tornato indietro.

“Centodieci dannatissimi dobloni! E non hai nemmeno comprato la spatola che ti avevo chiesto!” immagino che il papà di Matisbeo gridasse qualcosa del genere mentre lo prendeva a ceffoni una volta tornato, ma il ragazzino non ci sentiva, sordo per il classico fischio che ti buca la testa ogni volta che si viene colpiti a un orecchio. E di colpi ne aveva presi parecchi, Matisbeo, per essersi presentato a casa senza maschera e senza soldi. Ovviamente la colpa non era di un ladro schifoso che lo aveva fregato, ma sua, di Matisbeo, per essersi andato a cacciare in un posto di periferia troppo pericoloso. La mamma aveva pianto lacrime di rinoceronte davanti al marito che, oltre la sua impassibile maschera d’ottone, menava il figlio, sopraffatto da uno dei suoi soliti attacchi di rabbia. Tanti auguri Matisbeo, patetico e sfacciato, cresciuto a cazzotti come un uomo di mare. Senti cosa ti dicono? “Sei la vergogna di questa famiglia.” Fossi in te correrei a nascondermi il volto da qualche parte.

Matisbeo ripensa a tutto questo mentre aspetta il tramonto tra le lapidi del cimitero. C’è tornato spesso nell’ultimo anno, un luogo simpatico dove passare le serate, direi.  In particolare sale sempre in cima alla collinetta dove si trovano i resti del tempio del Satiro. Qua, appesa ad una delle tombe più anonime e antiche, c’è la maschera da anatra che s’era messo un anno prima per avventurarsi nel bosco di Nemo. La guarda negli occhi, la osserva, poi rilegge le parole che lui stesso ha inciso con un chiodo sulla pietra della lapide: “In memoria dell’alce smarrita nel bosco di Nessuno.” Ginepria… la prima vittima di cotanta stupidità. Matisbeo ti piange ogni sera, lo sai? Ha pure smesso di voler fare l’esploratore dopo quella disavventura. E direi che ha fatto bene: non ci serviva un altro Vespucci. Adesso, Ginepria, il ragazzo ti parla come si parla coi morti

“Io volevo solo capire chi sono.” balbetta rivolto alla maschera da anatra.
“Ma tu già lo sai, a che ti serve una maschera?” si risponde con la voce di Ginepria, da bravo psicopatico.
“Tutti ce l’hanno. Come potrei stare senza?”
“Hai bisogno che sia una maschera a scegliere chi sei?”
“Sì, ma quella maschera l’ho scelta io. Quindi mi scelgo da solo.”
“E non puoi scegliere di non portarla?”
“Mi piacerebbe avere più scelta.”
“E chi ti impedisce di avercela?”
“I soldi. Solo per quello.”
“I soldi ti impediscono di diventare chi vorresti essere? Dici sul serio?”
“I miei non se la passano bene in questo periodo, sai, con il ristorante…”
“Non mi segui. Se hai un obiettivo devi fare di tutto per raggiungerlo. Non sarà tuo padre o il tuo portafoglio a fermarti!”
“Questo lo so ma…”
“E certo che lo sai: sono nella tua testa! Finiscila di stare lì seduto coperto di lividi e vatti a riprendere ciò che ti spetta.”
“Ma dove?”
“Alla fabbrica abbandonata!”
“Dici davvero? Si sta facendo buio, in realtà… io non ne sono sicuro…”

Ma mentre parla da solo è già scattato in piedi e cammina a pugni serrati verso l’ombra di Millanta illuminata dal tramonto. Non male, vero? Arrivati a questo punto avevo tutta la ciurma ammassata sul ponte ad ascoltare le mie cavolate. Mi sembrava di essere tornato nella sala da pranzo del castello di Tabù a gridare le mie avventure davanti a quella corte di fessi. “E poi?” chiede Seccasbirri, che da quando ho raccontato di lui si sente il protagonista di tutte le storie.

E poi Matisbeo raggiunge quella discarica, raccoglie una spranga di ferro da terra – cosa comune da trovare in quel postaccio – e si nasconde nella sera, quatto quatto, aspettando un segno. E il segno arriva: il ladro salta fuori da quella stessa porticina in cui si era infilato, come se per tutto il giorno non avesse fatto altro che attendere il ritorno del ragazzone. Ma stavolta lupo non è più. Con una metamorfosi adesso il pelo nero si è fatto grigio, gli occhi rossi sono diventati azzurri e la bocca strapiena di denti si è trasformata nelle piccole labbra di una pecora. Sta indossando un lungo cappotto nero e si allontana con uno zaino a spalla. Aulla testa porta il copricapo di Matisbeo – e lo farei pure io se fossi un ladro che non si vuole far scoprire -. Il ragazzo trema di odio e di paura insieme: quell’uomo gli ha rubato pure il volto, adesso. Ripensa alla violenza del padre e in un attimo la mente viaggia fino al bosco di Nemo, dove dei mostri dagli occhi rossi avevano assalito Ginepria davanti ai suoi occhi inermi. Non aveva potuto fare nulla lui, che era solo la vergogna di Tabù. Ma ora basta. Sono finiti i sogni vani e le lacrime davanti a una tomba. Sono finiti i giorni da agnellino.

Così salta alle spalle del furfante, brandisce la spranga e nel colpirlo alla nuca con tutta la propria forza per un attimo ha l’impressione di star fracassando il cranio a sé stesso, al Matisbeo pecorella, che crolla davanti a lui senza fare un suono. Bel colpo. Il ragazzo osserva il corpo per qualche secondo e freme, incredulo del proprio gesto, ma eccitato insieme. Deve assolutamente nascondere quel piccolo inconveniente che gli è rimasto davanti. Subito afferra il cadavere per le gambe e lo trascina in mezzo al pattume. Non credeva che un uomo pesasse così tanto. Gli leva il cappotto, sperando di alleggerirlo un po’. Per non lasciarlo in mezzo alla strada, decide di indossarlo, poi continua a trascinare. Giunto abbastanza lontano, infila il corpo dietro un muro di mattoni e lo ricopre alla bene e meglio con i calcinacci che si trova attorno. Non prima però di avergli sfilato lo zaino. Lo apre.

Un cellulare. Una corda. Un mazzo di chiavi. Vestiti di ricambio. Le chiavi di un’auto. Una pistola. Matisbeo la estrae con delicatezza, accarezzandone il ferro. “Oh santo cielo…” ripete. Poi un altro pensiero lo attira. Apre di nuovo lo zaino e si mette a frugare. Eccola, la maschera del lupo: non poteva che essere lì. La tira fuori e la osserva per un po’, pieno di odio. È un copricapo fatto per avvolgere tutta quanta la testa, coperto di un pelo nerissimo. Gli occhi brillano di un rosso tanto profondo che vien voglia di guardare altrove. Le fauci scoperte paiono arricciate in un sorriso diabolico. C’è qualcosa di erotico in quella maschera, come se la bestia rimandasse un’espressione maliziosa, godereccia. Il ragazzo nemmeno pensa più alla testa di pecora rimasta sepolta sotto i detriti, sul volto del ladro. Piano, infila se stesso nel lupo.

Il rumore di un motore spezza il silenzio. Matisbeo sobbalza. Ributta la pistola e tutto il resto nello zaino e si guarda attorno. Un furgone avanza su quello che rimane della strada, diretto verso la fabbrica. Si ferma. Ne scendono altri tizi e tutti quanti – Matisbeo lo ha notato subito – portano i denti e lo sguardo di un lupo. Il ragazzo rotola fuori dal suo nascondiglio: e direi che è meglio trovarsene un altro che non sia vicino a un cadavere. Avvista un cumulo di rottami poco distante. Striscia per raggiungerlo. Inciampa in un lembo del cappotto del ladro. Si aggiusta la maschera da lupo sul volto.

“Valterio! Mi spieghi che diavolo stai facendo?” Uno dei lupi è proprio davanti a lui. In un momento la paura si cancella e al suo posto compare il vuoto della resa. Matisbeo alza lo sguardo come un verme.
“Sono caduto.” risponde senza sapere il perché.
“Vieni, imbecille! Ti stiamo aspettando da mezz’ora.” grida il tizio, che nella notte sembra poco più di un’ombra.
“S-sì” balbetta Matisbeo.
E l’altro: “Ti muovi o cosa? Ci manca solo che salti tutta la rapina per colpa tua.”

“E poi?” Seccasbirri proprio non ce la fa a trattenersi “Capitano, che cosa succede dopo?”
E poi e poi e poi! Branco di bucanieri falliti! Va bene che devo per forza raccontare di Matisbeo, ma la storia non è mica solo sua. A questi qua non frega proprio niente di sapere che cosa abbia fatto il loro capitano su quell’isola di pazzi. Pensano solo a Federico Vespucci che ci prova con una tipa e a un ciccione che va a caccia di lupi. Sapete cosa vi dico? Basta così! Seguire quello che mi chiede il pubblico? Che grandissima noia! Questa è la prima e l’ultima volta che gli do corda. È arrivato il momento di tornare alla mia di storia.



Credits:
Martina Sala
Per la copertina del capitolo.
Martina Sala è una giovane studentessa dell’accademia di Brera, che ha prestato la sua tavoletta grafica per illustrare alcuni capitoli de La maschera d’oro.

Instagram: home.of.pandora


https://www.intermezzorivista.it/

Nicola Vavassori

Pubblicato da Nicola Vavassori

Nasce a Bergamo nello scorso millennio. Il liceo classico non riesce a disilludere del tutto il suo spirito da sognatore, per questo Nicola decide di inseguire la sua passione per la scrittura fino alla facoltà di Lettere Moderne, a Milano. Qui fonda l'Intermezzo con dei compagni di studio. Nel 2020 la casa editrice Divergenze lo premia come una delle migliori nuove voci della narrativa italiana, pubblicando un suo testo nella raccolta "L’Ultimo dei Brocchi." Il suo primo romanzo "La maschera d'oro" viene pubblicato a puntate sulla rivista.