La maschera d’oro – Capitolo 7

La maschera d'oro
Illustrazione di Martina Sala

Mi risveglio comodo comodo nel lettone a baldacchino del castello di Tabù e per un attimo stupisco che la stanza non dondoli. Mi ci vuole qualche minuto per ricordare di non essere su una nave e quasi mi schifa il profumo delle coperte, tanto lontano dall’odore di pesce a cui sono abituato. Indosso la mia fedele maschera bianca e di nuovo mi trasformo in Federico Vespucci. Adesso sì che questo posto è familiare. Raggiungo la squadra delle meraviglie nell’altra stanza: Cianciafichi e Scarpetta, anche loro già mascherati, dicono di non essersi mossi per tutta la notte. Ciò mi solleva. Cianciafichi si è convinto che il tesoro che stiamo cercando è più importante dell’alcol e ieri ha rubato, pensate, soltanto tre bottiglie di vino dalle cucine. Scarpetta non ha manco provato a fuggire, che il mio timoniere da sobrio sa essere molto persuasivo.

L’ho conosciuto per caso, quel Cianciafichi, che stava per essere impiccato nella piazza di un villaggio nel sud dell’Europa. Faceva il commerciante di gioielli preziosi e aveva truffato le persone sbagliate. Non era la prima volta che fregava gente, ma di certo la prima che veniva scoperto. Se non avessimo appiccato fuoco al villaggio per saccheggiarlo, sarebbe morto sul patibolo. Dunque è saltato sulla mia nave, mi ha consegnato una manciata di perle preziose, ed è stato assunto a pieni voti nella ciurma. “Cianciafichi” è il suo nome d’arte – che quello vero nemmeno lo ricordo – e glielo abbiamo dato per la sua abilità incredibile nel raccontare frottole, appunto. Pensate che una volta ha convinto un mozzo che, se si fosse tagliato un dito il giorno del suo ventesimo compleanno, Poseidone l’avrebbe ricompensato con un dito nuovo di oro zecchino. E adesso sulla mia nave c’è un cretino se ne va in giro senza entrambi i mignoli delle mani. Però che risate. Cianciafichi ha lo stomaco di uno strozzino abituato a ubriacare i propri clienti per strappare gli accordi più assurdi e, cosa ancora più importante, è un esperto di gioielli. È per questo che l’ho scelto come scorta nella mia avventura. Dopotutto dobbiamo rubare un tesoro, no?

Sette capitoli e del tesoro ancora non ve ne ho parlato. E penso che non lo farò nemmeno a sto giro. Ma me lo segno, e presto spiegherò anche a voi i dettagli del mio piano. Oggi c’è qualcosa di più importante da fare: voglio visitare i giardini del palazzo, anche se li ho già visti ieri… e pure il giorno prima. Perché? Non vi interessa.

Raggiungiamo il mitico ambasciator Filolone, a cui ho già comunicato questo innato desiderio di immergermi nella natura ancora una volta. Oh Filolone, mia guida, portami là, che ci sono due cose che mi preme vedere. E nessuna delle due, puoi starne certo, c’entra alcunché con la gente che grida a notte fonda in mezzo agli alberi. La prima cosa che mi interessa è la statua d’oro massiccio del dio cervo che veneravano i vostri antenati: tali padri e tali figli, in quanto a stupidità. Non si sa mai che in qualche modo riusciamo a caricarcela sulla nave e portarcela a casa come bonus dell’esplorazione. La seconda cosa… no, la seconda non c’è.

Scarpetta sembra un po’ agitato mentre scendiamo all’aperto.
“Che hai, vespucciano?” gli sibilo all’orecchio, per non farmi sentire da Filolone.
“Niente, signore.” fa quello.
“Primo: vedo che cominci a capire chi comanda.” sorrido “Secondo: devi solo provare a fare un passo falso e Cianciafichi ti pianta un coltello nel cranio. Hai capito? Se pensi che abbiamo paura di farci scoprire sei un povero ingenuo: la figura dell’assassino se la fa lui, mica io.”
“Come farai senza i miei consigli?” risponde allora il marinaio cercando in tutti i modi di sembrare risoluto, ma senza riuscire a mascherare le vene tremanti sul collo.
“Mi stupisco che tu abbia ancora voglia di parlare tanto dopo che ti ho cavato metà dei denti.” ringhio.

“Tutto bene?” domanda Filolone rivolgendoci il suo grande testone da orso.
“Tutto bene, oh sommo conducente. Prosegua pure, stiamo parlando di cose private” faccio tutto pomposo, poi torno a rivolgermi a Scarpetta “Il tuo aiuto non è fondamentale, chiaro? Senza di te sarà comunque facile. Con te… beh, sarà facilissimo.”
Il superstite non risponde, abbassa la testa. Io chiamo Cianciafichi: “Il nostro amico qui presente ha visto il giardino e gli è venuta voglia di farsi una bella corsetta all’aperto, mi spiego?”
“Una simpatica fatina dei boschi…” commenta Cianciafichi.
“Esatto. E se questa fatina prova a fuggire…?”
“La schiaccio come una zanzara.”
“Perfetto. Ma attento: fallo prima che sia troppo lontano. Vedi laggiù, dove gli alberi sono più bui? Ecco, lì più o meno inizia il bosco di Nemo. Se ti lanci all’inseguimento, non superare quel punto.”
“Capitano, non ho paura, sono pronto a tutto.”
“Senti, se quell’idiota finisce nel bosco di Nemo, consideralo già morto. C’è roba pericolosa là dentro. Fammi solo il favore di non suicidarti pure tu: non me ne faccio nulla della tua carcassa.”

“Signore.” balbetta Scarpetta poggiandomi una mano sul braccio.
“Chiudi quella dannata bocca razza di infame.” sbraito in silenzio con una mimica degna di un palcoscenico. Poi noto che Filolone si è fermato con un sussulto e si è gettato a terra. Un colpo al cuore? Macché! Magari! Davanti all’orso che si prostra, si solleva la figura di una donna, all’ingresso dei giardini regali. È vestita di un unico manto immacolato che sembra spuntare dall’erba, come fosse una pianta tra le altre. La vela bianca le si avvolge attorno ai fianchi e termina in un nodo appena sopra il seno. Rimango ipnotizzato dai mille gioielli che ne coprono le braccia nude, pallide come il vestito; anche Cianciafichi li sta osservando con malizia: lo ha capito subito quanto valgono. Le rughe sul suo collo non bastano per privarla di eleganza. In realtà però, più che un albero rigoglioso, ora mi pare un arbusto spoglio e infreddolito. In cima a esso, appoggiata come fosse un ricordo, c’è una maschera. È fatta di abete bianco, che lo riconoscerei lontano un miglio visto che ci abbiamo costruito tutti i mobili della nave. La forma è quella di una goccia, ma al contrario, che piove verso l’alto e la punta è sul mento. Il volto di legno poi si collega a un cerchio che le cinge il capo, pieno di arricci e di intarsi, che sembra una corona di spine, ma pur sempre corona.

“Ludmilla?” dico e lo dico d’istinto.
La mano di Scarpetta, che era ancora posata sul mio braccio, si chiude in una stretta inaspettata e me ne libero con uno strattone, ma senza scompormi. Filolone lì per terra è colto da uno spasmo improvviso e sembra che stia vomitando. Capisco di aver sbagliato qualcosa… La donna diventa ancora più rigida e attraverso quel pezzo di legno che le copre il volto mi lancia uno sguardo che brilla, e brilla di rabbia. Ma poi quella rabbia viene tutta inghiottita, come se non se la potesse permettere, tradita da chissà quale segreto. E dalle labbra di legno, taglienti, esce una voce che non porta rancore, ma soltanto orgoglio: “Perché chiedete di mia figlia, Federico Vespucci?”. C’è un non so che di retorico in quelle parole, come se tutti conoscessero già la risposta, me compreso. Dovrei?

“Signore…” balbetta Scarpetta e anche nella sua voce c’è qualcosa di strano “La regina Nandaala…”

“Sua maestà!” esclamo a gran voce, ignorando la gaffe d’esordio ed esibendomi in un inchino “È un onore conoscerla, cioè, rivederla, ovviamente. La aspettavo ieri sera al banchetto. Tutto il tempo a parlare con Filolorso: se lo immagina che noia?”

“Ludmilla è sulla Torre dell’Aquila Calva. Come ogni mattina. Come ogni sera.” continua lei, piano, ignorando il mio ignorare “La prossima volta farò in modo di non frappormi sul vostro percorso, se era lei che cercavate.” fosse un duello, mi avrebbe appena ferito con una stoccata.

“Filolone, si alzi. Che fa?” continua poi la regina Nandaala, rivolta all’orso “Da quando si prostra come un verme?” quello si rimette in piedi a fatica e sbiascica qualcosa, ma la regina continua a parlare, di nuovo rivolta a me: “Ieri sera, Vespucci – come immagino le avrà riferito il mio ambasciatore – ero ad assistere il mio povero marito che è costretto a letto da un malanno improvviso. Per questo né io né lui abbiamo potuto presenziare al vostro banchetto di benvenuto. Ma aspettavo di incontrarvi oggi. A quanto pare però la mia presenza è meno gradita di quanto lo sia l’assenza di mia figlia Ludmilla.”

“Mannaggia a Filolorso che non mi dice queste cose! Sei un ambasciatore. Ambascia!” mi indigno, ed effettivamente l’orso non m’aveva detto proprio nulla a riguardo.

“Ma io, veramente…” balbetta Filolone. La regina lo squadra senza capire, poi alza gli occhi e decide di lasciare perdere “Ditemi Vespucci, chi sono loro?” chiede piuttosto, indicando con il mento Cianciafichi e Scarpetta e per un attimo sono grato che sua maestà non li ritenga degni di parola.

“Sono i miei due fedeli compagni di viaggio” spiego “Lui è Ciancio, la mia guardia del corpo, inseparabile timoniere del mio veliero. E lui è Scarpino, poverino, è muto, lo tengo con me per compassione. Vero Scarpino?” Quello emette un mugolio affermativo, terrorizzato. Poi la regina si muove, spostando per la prima volta le sue radici di seta. Mentre ci supera, con aria più stanca che annoiata, chiede: “Filolone, ha visto Hililù?” sembra uno scioglilingua “Speravo di incontrarlo qui nei giardini come al solito.”

“Andrò io stesso a cercarlo, vostra maestà” risponde l’ambasciatore, impaziente di farsi perdonare “Devo riferirgli qualcosa da parte vostra?”

“Mio marito ha bisogno delle sue erbe medicinali anche oggi, la tosse è peggiorata.” spiega la regina poi si rivolge anche a me “A presto, Federico Vespucci” e a quel nome si accompagnano gli stessi occhi di quando l’aveva pronunciato la prima volta. Anche se non mi appartiene, mi sento accusato direttamente. Si allontana e lungo la sua schiena vedo penzolare una lunga treccia di capelli crespi e bruni. Ma non posso seguirla a lungo con lo sguardo, perché l’ambasciatore si è già avvicinato a me, pieno di agitazione.

“Messer Federico” mi fa “Perché ha usato quel nome?”
“Che nome?”
“Il nome della principessa Ludmilla.”
“Si può sapere che problemi ha quella pazza con sua figlia? Che nasconde?”
“A me sembrava che ce l’avesse con te.” commenta Cianciafichi.
“Signori, non dovreste parlare in questo modo della regina” si scandalizza Filolone “In ogni caso immagino che Nandaala si sia offesa soltanto perché l’avete scambiata per la figlia, e non per altro.”
“Filolcoso, certo che sei proprio un… Lasciamo stare. Scarpa, tu ne sai qualcosa?” ma Scarpetta ha preso troppo sul serio il gioco dei mimi e ancora mugola come un muto. Una gabbia di matti.
“Ma messere, dunque perché ha scambiato la regina per…”
“Senti orsacchiotto. Tu vai a chiamare Upupa o come diavolo si chiama lo spacciatore di questo castello, che al re serve un po’ di erba per stasera. I giardini me li visito da solo. E anche voi due, Cianciascarpe e Fichetta, fatevi una gita nel bosco di Nemo e lasciatemi un po’ di pace.”
“Capitano, ma perché…”

E finitela con questi perché! Io non ce la posso fare se andiamo avanti così! Che raccontare senza poter raccontare è una vera tortura. Vi mentirei fino in capo al mondo se solo quel nome, quel dannatissimo nome, l’unico che ora riesco a pronunciare in modo decente, non fosse il centro stesso di questa storia. Se solo potessi ometterla, come ho fatto fin’ora, come un personaggio secondario. Se solo potessi ignorare tutti i perché che mi hanno portato di nuovo in questo giardino. Ma ora sono costretto a scriverlo, anche se non andrebbe mai scritto. Sono costretto a spiegarvi… o forse no? Forse posso rimandare ancora il problema. Ma certo. Taccerò. E sarà di nuovo Federico Vespucci a fare le mie veci in questo ingrato compito, mentre io faccio le sue su quest’isola.

*

In te sento il dolore di un ricordo
del mio futuro ancora da pensare
che tu un giorno, forse, dirai nostro
e io sarò incapace a farti male.

T’aspetto ogni notte,
per mezzo istante,
ma non voglio mai scoprire
se il tuo futuro starà mai
nei miei ricordi.

Perché ho paura di viverti.

Forse se mi togliessero l’amore il mondo funzionerebbe un po’ meglio. Mi sono innamorato così tante volte che ancora non capisco dove trovi il coraggio di rifarlo ancora. Eppure mi ostino a ripetere la solita danza, un ballo che al contempo è partita di scacchi, volo in mongolfiera. Senza mancare il ritmo della musica devi riflettere la tua prossima mossa e quella dell’avversario, il tutto mentre perdi fiato e salgono le vertigini. Insomma, una gran confusione e per un sorriso che, dopotutto, è così precario…

A prescindere dal fatto che una donna sia o meno quella giusta, amo sempre con rispetto: ciascun momento lo assaporo fino infondo e, a chi ricambia, regalo la gioia del sentirsi unica. Ma ogni volta si torna sempre allo stesso problema. Quando la donna che amo arriva a dirmi, con il fare sognante di una bambina, che “non si è mai sentita così bene” io tremo. Ciò che bruciava dentro la testa mia non è un fuoco di cieco entusiasmo, ma due veleni. Da un lato un inconfessato senso di onnipotenza, tanto vile quanto appagante: che son io colui che la rende tanto felice, io e nessun altro. Dall’altro lato… l’insoddisfazione, che pizzica una nota grave sulla corda di un violoncello. Perché io “così bene” lo provo ogni volta, e quasi me ne sento in colpa, ma so che lo proverò anche la prossima.

Ho dunque mai amato? Mi chiedo. Tutte le storie d’amore della mia vita potrebbero stare su quella corda di violoncello appena scoccata. All’inizio vibravano ampie, ben lontane dall’equilibrio che cercavo, ed ogni tremore era un’imperfezione, un difetto. Poi, ad ogni storia successiva, l’amore sembrava perfezionarsi, correggersi con l’esperienza in direzione dell’unione ideale. La vibrazione diveniva sempre più rapida e impercettibile, vicina alla stabilità che desidero. E ciò che mi chiedo ad ogni nuovo amore è se quella corda si sia finalmente fermata, o se invece non si tratti soltanto dell’ennesimo “penultimo” sussulto. Che non si possa raggiungere, quell’immobilità tanto agognata se non nella morte? Che l’amore possa esistere soltanto in presenza di una crepa? Dunque non dovremmo cercare la perfezione, ma solo l’imperfezione più sopportabile?

Con queste domande in testa ero approdato a Tabù. Inizialmente Lei sembrava una delle molteplici “uniche donne” incontrate nel corso dei miei viaggi. Sapevo di amarla fin dal primo momento, ma sapevo anche che si trattava di un amore… speciale come tutti gli altri. Eppure presto intuii con gioioso timore che qualcosa di nuovo c’era. Forse una cosa e una soltanto, a mia insaputa, rendeva quest’amore un amore diverso: non si sarebbe mai potuto realizzare.

Sì perché innamorarmi altrove non aveva mai creato alcun ostacolo che non potesse essere superato con un po’ di buona volontà. Se una locandiera si lasciava sedurre dalle mie poesie e decideva di trascorrere la notte con me, nulla mi aveva mai vietato di fermarmi in quel porto per qualche mese più del previsto, quanto bastasse affinché l’amore si consumasse fino a spegnersi. Né al contrario qualcuno o qualcosa si sarebbe opposto se un’impavida damigella avesse deciso di salpare sulla mia nave, anche al rischio di essere piantata in Asso come un’Arianna qualunque. Nel caso degli amori più intensi, c’era capitato di sostare nello stesso luogo anche un paio di anni. Ma stavolta no. Questa volta, a Tabù, né mi era concesso restare, né a Lei era concesso partire.

Infatti a richiamarmi in patria c’era un’altra donna, l’unica più importante di qualsiasi sposa per un uomo di mare: mia madre Batilde. Poco prima di salpare ricevetti una sua lettera: s’era gravemente ammalata di un male improvviso, ma al contempo insisteva affinché partissi verso l’isola di Tabù. Per qualche strana ragione sembrava tenerci più di me a quel viaggio nel paese delle maschere. Decisi dunque di partire, ma di non stare sull’isola per più di un paio di settimane. Alla fine vi rimasi il doppio, per via di quell’amore, ma oltre non mi sarei potuto spingere, pena lasciare mia madre a morire da sola.

Dal canto suo, neppure Lei, la donna di cui mi innamorai sull’isola, sarebbe potuta partire con me lasciando Tabù, poiché era non solo la principessa del regno, ma soprattutto l’unica erede al trono ancora in vita. A dire il vero innamorarsi di una principessa non è una novità per un avventuriero, abituato ad essere accolto con sfarzo nelle più rinomate corti del mondo e, anche se per me era la prima volta, avevo letto di nobildonne pronte a lasciare la propria terra natia fin dai tempi di Medea. Ma per quella fanciulla sembrava esserci qualcos’altro, un vincolo molto più profondo di una banale successione al trono: lei apparteneva a Tabù come un albero appartiene alla terra e il solo pensiero di separarsi dalla prigione di cristallo della propria cultura sembrava turbarla fino al punto che le radici si stringevano, si annodavano a quelle della propria famiglia, abbracciando i sassi della tradizione seppelliti nel sottosuolo. L’isola di Tabù rappresentava per la principessa l’unica grande maschera che non era disposta a levarsi, pena la perdita ultima della propria essenza.

La incontrai la seconda volta che scesi nei giardini del castello, un eclettico intreccio di sentieri e frutteti dall’ampio respiro, che più si allontanano dal palazzo, più s’infittiscono, fino a piombare nell’oscuro intreccio di legni che è il bosco di Nemo. L’Aquila Calva, sulla sua torre, impedisce che ciò che sta al di là di quel confine mai tracciato ne passi al di qua, nel mondo dei vivi. L’ambasciator Filolone, mia nobile guida, si defilò quando scorse, sulla riva di un laghetto, la sagoma di una donna. Senza accorgermi della scomparsa di Virgilio, proseguii da solo verso di Lei, che era intenta a raccogliere un mazzo di tulipani. Se ne avvicinò uno al volto tenendo la corolla tra le dita, come per bere da un calice, e ne colse il profumo socchiudendo gli occhi. Il suo sorriso era incompleto, frenato agli angoli da una patina di malinconia, eppure riusciva comunque a sembrar libero.

Quando mi notò, la Nausicaa aprì appena le labbra e si finse sorpresa e un poco impaurita. Poi la bocca tornò a incresparsi e s’abbassò col mento, divertita, a recitare imbarazzo. I suoi occhi tornarono presto a spiarmi, attraverso la maschera che li dissimulava. Era essa di un’eleganza senza pari: così sottile e poco ingombrante rispetto agli stravaganti copricapi che giravano in città, lasciava in vista gran parte del suo volto, nudo, con una malizia innocente. Ciò che più mi colpì non fu tanto l’argento prezioso di cui sembrava forgiata, bensì le sfumature del metallo, che risultava scuro sulla parte sinistra del volto, e brillante sulla destra. A separare i due emisferi, non una soglia aggraziata, ma un confine spigoloso, diagonale, una crepa. Eppure quell’incrinatura non perdeva di raffinatezza, anzi si risolveva in armonia con gli altri intarsi arricciati attorno agli occhi.

Ero ancora in silenzio, a osservare il suo volto senza osare avvicinarmi, quando lei, con voce serena, parlò. “Chi sei?” chiese, misurando ogni lettera.

“Federico” dissi soltanto e lei sembrò ripeterlo in un sussurro, come ad assaporare il mio nome. “E tu?” Per un attimo non disse nulla, poi si avvicinò, alzò il capo e asserì: “Io sono Ludmilla Orolandi, la maschera d’argento.”



Martina Sala
Per la copertina del capitolo.
Martina Sala è una giovane studentessa dell’accademia di Brera, che ha prestato la sua tavoletta grafica per illustrare alcuni capitoli de La maschera d’oro.

Instagram: home.of.pandora


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Nicola Vavassori

Pubblicato da Nicola Vavassori

Nasce a Bergamo nello scorso millennio. Il liceo classico non riesce a disilludere del tutto il suo spirito da sognatore, per questo Nicola decide di inseguire la sua passione per la scrittura fino alla facoltà di Lettere Moderne, a Milano. Qui fonda l'Intermezzo con dei compagni di studio. Nel 2020 la casa editrice Divergenze lo premia come una delle migliori nuove voci della narrativa italiana, pubblicando un suo testo nella raccolta "L’Ultimo dei Brocchi." Il suo primo romanzo "La maschera d'oro" viene pubblicato a puntate sulla rivista.