La maschera d’oro – Capitolo 1

La maschera d'oro - Capitolo 1 - Martina Sala
Illustrazione di Martina Sala

Va’ dove il cielo incontra il suo specchio e troverai, poco più in là, un’isola grande quanto un deserto, che non ha nome per quelli di qua. Io che la vidi, ed ora son vecchio, temo di non rivederla mai più, eppure il suo nome ricordo di certo: come potrei discordarmi Tabù? Forse dirai che sembra leggenda, non crederesti in un posto così, eppure c’è molto di vero a Tabù e troppo a Tabù c’è più che di qui. Paesi di vetro e di ferro che svettano dritti nel cielo, distese di asfalto e cemento, mattoni, foreste, persone. Quello che vedi da noi Tabù ce l’ha di sicuro, ma quello che vedi laggiù sembra diverso da qui. Potessi viaggiare per mare, ci tornerei, a Tabù, e penso che, avendo una nave, forse ci andresti anche tu. Però l’orizzonte è lontano ed io a Tabù son già stato; quindi se scrivo e tu leggi, insieme viaggiamo così.

*

Immaginate di aver appena abbordato un veliero gigantesco insieme con i vostri compagni, mascherati dalla notte. Poi immaginate, e se non siete capaci di immaginare lasciatemi perdere subito, che questa storia non fa per voi; ovvio, se non siete pirati come me, forse potrebbe essere un po’ complicato, ma comunque uno sforzo fatelo. Immaginate, dicevo, di aver ammazzato tutte quante le persone che vi siete trovati davanti su questo gigantesco veliero: adesso è bello che vostro. Andate giù nella stiva, che di solito le cose preziose le tengono lì. Qui è tutto in ordine, si vede che i vostri compagni non ci sono ancora passati, profuma un po’ di Europa, ma adesso inizierà a puzzare di voi. Nella stiva ci trovate un vero e proprio tesoro, anche se ancora non lo sapete. Niente gioielli, monete, collane o tutte quelle cose che immaginate quando pensate ai pirati; niente trofei, niente armi, ma soprattutto niente amuleti o robe magiche, che nel mondo vero quelle non ci sono mica, mi dispiace deludervi. Ci trovate invece un tesoro che a guardarlo non vi sembra per niente un tesoro. È un diario.

Certo, qualche tizio che non sa divertirsi può venirvi a dire che le pagine di un libro sono ricchezze incredibili, ma io faccio il pirata e queste storielle non mi fregano. Aprite il diario, gli date un’occhiata veloce giusto per precauzione, prima di cercare le cose importanti, e poi l’ultima volta che avete letto qualcosa era al massimo il vostro manifesto di taglia su un giornale rubato. E invece all’inizio di questo diario ci leggete delle parole tutte strane che però si fanno leggere mica male: sono quelle che ho riscritto qui sopra, così potete capire meglio. Ora, non ho mai provato a fare il lettore, ma non ho mai nemmeno trovato motivi particolari per odiare quelli che leggono. Dopotutto se c’è gente che lo fa di mestiere, come io di mestiere navigo, vorrà pur dire qualcosa. Quindi immaginate, mentre il vostro equipaggio là di sopra fa quello che fanno di solito i pirati quando conquistano una nave, immaginate, voi che siete il capitano, di mettervi a leggere.

Quello che ha scritto il diario si chiama Federico Vespucci ed è un grande esploratore. Sicuramente non è un grande capitano come me, visto che si è appena fatto ammazzare in quattro e quattr’otto con tutti i suoi uomini. Però a quanto pare a esplorare non era niente male. Federico Vespucci un giorno arriva su quest’isola sperduta, che si chiama Tabù. Io ne ho visti di posti strani, ma Tabù sembra promettere ancora più stranezze. Infatti là, scrive Federico Vespucci, tutti quanti, abitanti e visitatori, sempre e comunque, indossano delle maschere. Non perché sono mostri deformi o perché si vergognano, ma semplicemente per tradizione. Strano, vero?

Arrivati a questo punto già pregustate che storia assurda racconterete a tutti gli altri dopo una buona bevuta. Allora andate avanti a leggere. Federico Vespucci a volte scrive in quel suo modo tutto particolare che fa sembrare le pagine una filastrocca. Altre volte è po’ più noioso e usa paroloni da professore per spiegare tutte quelle cose che in una filastrocca non c’entrano. Ma la cosa curiosa è che, tra una pagina e l’altra, il mio amico Federico, ci infila spesso e volentieri dei versi di poesia. Io non so se li ha scritti lui o se li ha copiati da qualche parte, ma queste poesie sono anche belle. Allora, tra una mezza filastrocca, una pagina tutta seria e una poesia improvvisata, vi vien voglia, e sembra assurdo, lo so, ma vi vien voglia di continuare a leggere.

E così scoprite che Federico Vespucci ha passato un solo mese sull’isola di Tabù, 10 anni fa, e ha raccolto nel suo diario tutto ciò che ha imparato su questa strana città di mascherati. Che ci sono mura altissime, un esercito fortissimo e un sacco di gente stramba. Ma questo io non ho voglia di raccontarvelo: piuttosto vi riscrivo tra un capitolo e l’altro le stesse pagine del diario di Vespucci, che io ho iniziato a fare lo scrittore una pagina fa e non so quanto durerò, mentre lui ci ha già scritto fin troppo. Il diario non ve lo copio tutto, anzi, vi metto solo alcune, poche parti, che questa è la mia di storia e, per quanto si intrecci alla sua, rimane la più importante. E poi, come vedrete, dovrò raccontare pure la storia di qualcun altro, quindi a occuparmi di un diario intero non finisco più.

Ma torniamo al diario, appunto, che è da lì che tutto parte: da voi che immaginate di leggere, cioè, da me che leggo le pagine di un tizio che ho appena fatto fuori. E così scoprite, leggendo, che il caro Federico a Tabù ha pure trovato l’amore della sua vita. E che amore! Pieno di odio, come quelli veri. Pieno di verità, come quelli odiosi. Ma su questo per ora non dico altro, che l’amore è sincero se resta zitto.

Piuttosto, arriviamo al punto. A Tabù, vi spiega Federico, c’è un tesoro. Un tesoro vero questa volta, inestimabile, che tutti vogliono, ma solo uno ce l’ha. Un tesoro che dà non solo ricchezza, ma soprattutto potere, e quindi il miglior tesoro per un pirata. E Federico Vespucci, 10 anni fa, questo tesoro non solo lo ha visto con i suoi occhi, ma lo ha addirittura tenuto tra le proprie mani. Era un esploratore, un ospite, era stato accolto come una celebrità. Ed ora, 10 anni dopo, stava tornando a Tabù. È un vero peccato che il suo gigantesco veliero abbia incontrato me.

Immaginate di aver letto tutto ciò e di trovarvi sulla stessa nave di Vespucci, che sta tornando a Tabù, dove già lo aspettano. Immaginate di sapere, come ora sapete, che sono passati 10 anni e che Federico può anche aver cambiato voce e cambiato faccia. Ma poi immaginate che non vi serva nemmeno la faccia, perché su quell’isola di idioti se ne vanno tutti in giro con una maschera. Non sarà difficile immaginare, a questo punto, che cosa ho deciso di fare quella notte, dopo aver letto il diario di Federico Vespucci. Dopotutto i vestiti di quei cadaveri non sono messi così male. Chissà come ci stanno?

Il piano era geniale. Ma quello che è successo poi a Tabù ha finito per sconvolgere completamente la vita di questo povero pirata che adesso, di ritorno, si mette a fare lo scrittore, si mette a raccontare per non so chi, una storia che va raccontata. E spero mi perdonerete se non uso tanti paroloni strani, mentre racconto, o se non faccio filastrocche, ma per quello c’è Vespucci. Io cerco di prendere spunto un po’ da lui, ma preferisco scrivere come parlo. Così forse mi capirà qualcuno in più.

E comunque alla fine devo dire che non mi fa così schifo, scrivere. A volte è un po’ difficile, ma credo mi ci abituerò. Anche Federico pensava cose del genere quando ha iniziato il suo diario. Lo dice nella prima poesia che ha scarabocchiato subito dietro la copertina: dice che scrivere è un po’ una condanna, ma che vuole farlo lo stesso. Quasi quasi ve la metto qua sotto. Ma sì, perché no? Credo proprio che in questo mio racconto troverò il posto anche per qualche poesia di quel bastardo.

*

Sentimi adesso parlare d’inchiostro
spento dal mondo, ma pieno di trame;
io ti racconto di quello che è morto
e questo marasma ti sembra un reame.
Ma troppo
mi sento bruciare dal tempo malato
e del mio fantasma mi assale la fame
come se quello che ho scritto in passato
fosse migliore di ciò che so fare
oggi;
che il nome di scrittore
l’ho perso in mezzo al mare…
in una rima banale,
in un bacio di troppo,
e in te che leggi.
Portare l’anima unita alla penna
è una condanna nata da un dono.
Ma giuro
che scriverò ancora
e scriverò di te.

maschera
Illustrazione di Trediori


Credits:

Trediori
L’illustrazione del capitolo, realizzata da Cristian Magni, in arte Trediori, rappresenta l’inizio di un percorso che vorrebbe essere anche artistico, oltre che letterario. Nella sua semplicità, un volto vuoto, disegnato magari su un diario di viaggio, è come l’incipit di una storia, che potrebbe assumere infinite identità.

Instagram: @trediori
Sito web: Trediori

*

Martina Sala
Per la copertina del capitolo.
Martina Sala è una giovane studentessa dell’accademia di Brera, che ha prestato la sua tavoletta grafica per illustrare alcuni capitoli de La maschera d’oro.

Instagram: home.of.pandora


Intermezzo

Nicola Vavassori

Pubblicato da Nicola Vavassori

Nasce a Bergamo nello scorso millennio. Il liceo classico non riesce a disilludere del tutto il suo spirito da sognatore, per questo Nicola decide di inseguire la sua passione per la scrittura fino alla facoltà di Lettere Moderne, a Milano. Qui fonda l'Intermezzo con dei compagni di studio. Nel 2020 la casa editrice Divergenze lo premia come una delle migliori nuove voci della narrativa italiana, pubblicando un suo testo nella raccolta "L’Ultimo dei Brocchi." Il suo primo romanzo "La maschera d'oro" viene pubblicato a puntate sulla rivista.