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“La misura del tempo” di Gianrico Carofiglio: la dimensione temporale tra memoria e rimpianto

“Provate a parlare del tempo senza usare alcuna metafora, dice un famoso linguista. Vi ritroverete a mani vuote. Il tempo sarebbe ancora tempo, per noi, se non potessimo sprecarlo o programmarlo? Possiamo solo dire qualcosa sul fatto che va in grosso modo in una direzione e che la destinazione finale è nota”.

Per Gianrico Carofiglio, autore del romanzo “La misura del tempo” (Einaudi, 2019) il tempo è un’entità indefinibile, indecifrabile, frammentaria e incognita. Ogni essere umano fin dal principio è stato parte di un tempo, ha lasciato un segno (piccolo o grande che sia), per poi scomparire definitivamente.

Il romanzo finalista al Premio Strega 2020, pare, a uno sguardo superficiale, un giallo giudiziario, per poi rivelarsi durante lo scorrere dell’intera narrazione un romanzo di formazione capace di trasportare, in parallelo al processo in tribunale, timori e inquietudini del narratore.

L’opera fa parte di una serie di quattro libri aventi tutti il medesimo protagonista: “I casi dell’avvocato Guerrieri”. Tale constatazione non vuole però essere fuorviante in quanto il romanzo è autonomo e leggibile a prescindere dai volumi precedentemente pubblicati. 

TRAMA

La vicenda narrata si sviluppa linearmente per tutta la durata di un processo per omicidio, che vede come figura cardine dell’opera quella dell’avvocato difensore Guido Guerrieri. L’elemento principale che dà luogo allo svolgimento della narrazione è l’arrivo, nello studio legale del protagonista di Lorenza, donna di circa sessant’anni con cui l’avvocato Guerrieri aveva avuto una relazione 27 anni prima. Quella donna, che in passato, grazie alla sua bellezza ed enigmaticità, aveva conquistato e spezzato il cuore del protagonista, ora appare consumata dallo scorrere del tempo. 

La ragione di tale visita è una disperata richiesta d’aiuto: suo figlio Iacopo, di appena venticinque anni, è in carcere con l’accusa di omicidio. L’avvocato della difesa nel processo di primo grado si era dimostrato incapace di affrontare la complessità del caso, portando il giovane a rischiare l’ergastolo per un omicidio che, da quanto la donna dice, non ha mai commesso. 

Con molte remore Guerrieri accetta l’incarico e, insieme ai suoi collaboratori, inizia ad intraprendere un percorso di indagine, con lo scopo di costruire una valida difesa finalizzata all’assoluzione di Iacopo in tribunale. Questo caso è però diverso da quelli affrontati in passato: il protagonista è emotivamente coinvolto e si trova a fare i conti con quella ferita ancora aperta procuratagli da Lorenza, una donna mai completamente dimenticata. 

LA COSTRUZIONE DEL ROMANZO

La struttura del romanzo è caratterizzata dalla presenza di un narratore “embodied”, auto-diegetico, che, tramite una focalizzazione interna, racconta il susseguirsi degli eventi. È notevolmente marcato il punto di vista del protagonista, espresso mediante consistenti flussi di coscienza. In questo frangente, l’uso di un narratore interno risulta funzionale alla realizzazione della trama, permettendoci di penetrare nell’interiorità del personaggio che spesso dialoga con la sua stessa anima, logorata da tanti piccoli rimpianti. 

La fabula e l’intreccio coincidono, il ritmo della narrazione è asincrono, ma estremamente efficace nel mantenere alta e costante la “suspance” soprattutto nelle sequenze processuali. Senza un particolare ordine logico, alla fine di alcuni capitoli troviamo delle brevi analessi nelle quali il protagonista cerca, spesso con difficoltà, di ricordare la nascita, lo sviluppo e la fine della sua storia con Lorenza. 

Troviamo infine una fitta rete di richiami extratestuali: essi sono prevalentemente di impronta giuridica, ma anche di carattere filosofico e letterario. In questo sembra quasi, anche se non è mai stato esplicitamente confermato, che il narratore e l’autore vengano a coincidere: Carofiglio è stato, per molto tempo, un pubblico ministero ed è attualmente, uno scrittore e intellettuale. I confini tra finzione e realtà possono – ma forse vogliono – apparire sfumati: la finzione del contesto e della trama si amalgama all’esperienza giuridica e all’amore per la letteratura propria dell’autore che viene magistralmente traslata nel protagonista. 

GUIDO GUERRIERI E LORENZA: DUE SOGNATORI A CONFRONTO

Nonostante il romanzo sia incentrato principalmente sulle peripezie giudiziarie antecedenti e simultanee al processo di Iacopo, quello che rimane impresso e veicola le riflessioni del fruitore ha poco a che fare con la vicenda giuridica. Sono, infatti, quei momenti di riflessione introspettiva del protagonista, inseriti nei momenti più insoliti e improbabili dello svolgersi della trama, a conquistare l’attenzione del lettore. Proprio per questo è necessario concentrare l’attenzione e tracciare un profilo della figura del protagonista e di Lorenza. 

Marco Guerreri è essenzialmente un uomo insoddisfatto, a tratti insicuro e costernato dai rimpianti: la carriera giuridica, nella quale eccelle, è sempre stata una “scelta di comodo”, lontana da tutte le sue vere passioni e i suoi interessi. Afferma spesso, durante tutto il romanzo, di voler lasciare quella professione per sfruttare nel miglior modo possibile il tempo ancora a disposizione, ma non trova il coraggio di farlo. Nel momento in cui vede Lorenza, vorrebbe apparire impassibile, freddo e professionale, ma non riesce a rifiutare il caso, per quanto esso sia insidioso e l’imputato risulti a tutti gli effetti colpevole. Non ha mai perseguito i suoi sogni, non ha mai creduto completamente nel suo amore per la letteratura e la filosofia e, superata l’età in cui è ancora lecito sognare un futuro diverso da quello intrapreso, rimane solo con i suoi rimpianti.

“Qualcuno una volta mi aveva detto che le cose più belle da ricordare sono i sogni che avevi da ragazzo, soprattutto se, almeno in parte, li hai realizzati. Risuonano della nota struggente del passato e possiedono l’esaltazione indistinta del futuro. Il problema è che io non mi ero permesso di coltivare i sogni che avrei voluto: studiare le cose che mi appassionavano, scrivere, produrre idee. Per paura, avevo deciso che si trattava di illusioni pericolose. Così mi ero proibito di coltivarle. Il mondo degli adulti non ammette gli entusiasmi, era stato il mio confuso, infantile pensiero affacciandomi alla vita.”

Lorenza, al contrario del protagonista, ha seguito i suoi sogni, ha vissuto la vita che voleva vivere, ha scritto un romanzo, ha lavorato nel mondo editoriale ed è un insegnante. Quando però appare nello studio legale la sua immagine è sbiadita, consumata dalla vecchiaia. La donna dei flashback si contrappone violentemente a quella del presente: lo spirito libero, bohémien, anticonformista del passato è stato distrutto dal tempo che spietatamente si è preso i suoi sogni e la sua bellezza. 

Lorenza e Marco rappresentano due modi di vivere la vita diametralmente opposti: da un lato, la donna segue i suoi sogni e le sue aspirazioni senza pensare al domani, mancando di razionalità e concretezza, dall’altro il protagonista soffoca le sue passioni in favore di un futuro concreto, solido e razionale, vivendo però nel rimpianto. In entrambi gli scenari lo scorrere del tempo ha trasformato “l’età dei sogni e delle aspirazioni” in ricordi, rimpianti di ciò che erano e di ciò che sarebbero potuti diventare. Il dilemma non sta nella scelta in se, ma nella crescita, e i tempi a cui si guarda con nostalgia sono quelli in cui ancora si era liberi di scegliere.

“Qualcuno ha scritto che bisognerebbe essere capaci di morire giovani. Nel senso di morire davvero. Nel senso di smettere di fare le cose che fai, quando ti accorgi di avere esaurito la voglia di farlo, o le forze”

LA RESPONSABILITÀ MORALE

Nell’undicesimo capitolo il protagonista viene coinvolto in una conferenza dedicata ai giovani magistrati in tirocinio. Qui la narrazione si svincola quasi totalmente dalla trama a favore di una riflessione, precisa e puntuale, sulla responsabilità morale.

L’avvocato Guerrieri pone il lettore di fronte a un dilemma: immaginando un carrello ferroviario lanciato senza controllo lungo un binario, sul quale ci sono cinque persone legate che verranno uccise, azioneremmo una leva per deviare il carrello su un altro binario sul quale è trattenuta nelle medesime condizioni un’altra persona? Probabilmente, a rigor di logica si, è meglio che muoia un solo uomo, e non cinque. Immaginiamo ora un’ulteriore situazione: trovandoci su un ponte sotto il quale passa il suddetto binario con il carrello impazzito, saremmo disposti a spingere giù un uomo molto grasso se siamo sicuri che il suo corpo fermerà il carrello? No, in questo caso non lo faremmo. 

Da entrambe le prospettive, in un ottica utilitaristica, stiamo compiendo il male minore, ma ad un’analisi più approfondita i due casi non sono simili come sembra. Nel primo caso, non vogliamo la morte del singolo legato al binario mentire nel secondo vogliamo intenzionalmente ucciderlo, anche se per una buona causa. Questo crea nell’essere umano un disagio morale derivante dall’indiretta responsabilità che si ha sulla vita dell’uomo. 

LA NASCITA DELLA SOCIETÀ: TRA HOBBES E ARISTOTELE

I conflitti giuridici, afferma il protagonista, rispecchiano spesso dilemmi morali, contrapposizioni tra modi diversi di vedere i valori e la loro gerarchia. Le visioni del mondo cambiano velocemente: meno di due secoli fa la maggior parte degli abitanti dell’Occidente valutavano giusta e morale la disuguaglianza tra neri e bianchi, che le donne avessero meno diritti degli uomini e che l’omosessualità andasse stigmatizzata come malattia. 

A questo punto l’autore ci chiede: quali delle nostre attuali convinzioni verranno respinte e/o considerate grottesche dalle generazioni future? E ancora, i diritti vengono dalla natura? L’argomento è dibattuto sin dalle formulazioni di pensiero dei filosofi classici, e prende forma in due posizioni contrastanti.

Da un lato, con una certa approssimazione, possiamo parlare di un “modello giusnaturalistico” costruito sulla dicotomia “stato di natura – stato civile”. Il punto di partenza è uno stato naturale antipolitico e non politico nel quale gli individui sono liberi, eguali, e non associati in alcun modo tra loro. Tale condizione diverge in base alle diverse posizioni filosofiche: per Hobbes, per esempio, è uno stato in cui gli uomini sono animati dalla “volontà di nuocere”, ossia da una naturale aggressività che li porta a soddisfare i propri desideri e a ricercare il proprio vantaggio a danno degli altri. Il passaggio allo stato civile avviene quando, mediante una o più convenzioni, (atti volontari e deliberati dagli uomini) si fuoriesce dallo stato di natura. In questo frangente lo stato civile formatosi viene concepito come artificiale, prodotto dalla cultura e non dalla natura. La legittimazione della società politica è basata sul consenso. 

Dall’altro la filosofia politica precedente a quella giusnaturalista ha accolto e tramandato un modello completamente diverso, sotto quasi tutti gli aspetti opposto: il “modello aristotelico”. Nelle prime pagine della Poetica di Aristotele viene esplicata l’origine della società in quanto polis o città, partendo dalla famiglia e proseguendo attraverso la formazione intermedia del villaggio; dall’unione di essi si forma la società che “ha raggiunto quello che si chiama livello dell’autosufficienza e che sorge per rendere possibile la vita e sussiste per produrre le condizioni di una buona esistenza” (1252a, La Poetica, Aristotele). Tale impostazione ha avuto una sorprendente continuità attraverso i secoli precedenti all’affermazione delle teorie di Hobbes e al modello giusnaturalistico. 

La posizione dell’autore si discosta per vari aspetti da entrambe le teorie nell’affermare che la natura è un’entità moralmente neutra: “Comprende cose meravigliose e cose spaventose. Non fa differenze tra bene e male. In natura non esistono né premi né punizioni, solo conseguenze”. Le leggi sono dunque (riprendendo il pensiero di Jeremy Bentham, filosofo e giurista ottocentesco) delle invenzioni umane, mutabili e imperfette. Le leggi e i diritti “naturali” sui quali si fonda la società sono legati intrinsecamente con la natura umana e sono volte ad esprimere delle pretese di carattere morale. 

“Anche la legge naturale in tutte le sue varianti è un invenzione umana, travestita da scoperta o da rivelazione per darle maggiore autorevolezza”.

ACCETTARE L’ERRORE PER COMPRENDER L’OPACITà DEL REALE

Tornando al romanzo, ci troviamo, secondo l’autore, di fronte all’esistenza di differenti sistemi morali che si contrappongono, e ognuno di essi è caratterizzato dalla pluralità dei punti di vista. La professione dell’avvocato, in un processo penale, si lega dunque alla consapevolezza della mancanza di una risposta univoca: come “contrappasso”, coloro che praticano questa professione, ricercando le soluzioni e le risposte ai casi che gli si presentano ogni giorno, sono “condannati” a convivere con “l’incertezza e l’opacità del reale”.

Su questa considerazione conclusiva, Carofiglio porta a sostegno della sua tesi la figura di John Keats, e in particolare il concetto di “capacità negativa”: caratteristica principale dell’essere umano è la capacita di rimanere sospesi tra incertezze e dubbi. Essa si contrappone alla “capacità positiva” di “intervenire su ogni problema che incontriamo applicando, subito, un atteggiamento improntato alla soluzione”. 

La posizione di Keats, condivisa anche dall’autore, è fondamentale in senso stretto per coloro che svolgono la professione avvocatizia, ma in una prospettiva estesa è una convinzione valida che dovrebbe guidare il giudizio umano in ogni ambito. 

“Solo accettando l’incertezza e l’errore possiamo osservare in profondità, cogliere le sfumature e i dettagli, porre nuove domande, anche paradossali, e dunque allargare i confini della conoscenza e della consapevolezza”. 

LA MISURA DEL TEMPO

Fin dalle prima pagine percepiamo come il titolo del romanzo, nonostante non venga mai esplicitamente motivato, penetri nel testo come un ombra, che segue passo per passo l’intera narrazione. Lo scorrere del tempo è interpretato dall’autore in un’ottica relativa: durante “la giovinezza” per esempio, la nostra percezione del tempo è diversa rispetto “alla vecchiaia”. Il tempo della memoria è definito come confuso e frammentario, il presente tende invece verso un futuro incerto e costernato dai rimpianti.

“Il tempo è molto più esteso per i giovani, perché sperimentano in continuazione cose nuove. La loro vita è piena di prime volte, di improvvise consapevolezze. Il tempo scorre veloce quando si invecchia perché, di regola, si ripete sempre uguale. Le possibilità di scegliere si riducono, le vie sbarrate si moltiplicano, fino a quando tutto pare ridurlo a un unico, piccolo sentiero. Non hai voglia di pensare a dove conduce, quel sentiero, e questo produce un’anestesia della coscienza. Aiuta ad attutire la paura della morte, ma sbiadisce i colori”

Il modo in cui il protagonista del romanzo vive la sua vita si oppone nettamente al concetto di “tempo” espresso da Seneca in “Epistulae ad Lucilium”: per l’autore classico, che segue il suo percorso filosofico basandosi sul principi dell’autarchia, bisogna lottare contro la velocità del tempo e affrettarsi a vivere. Il valore della vita prescinde dalla sua lunghezza perché la qualità prevale sulla quantità e procrastinando (come d’altronde fa Marco Carrera) si corre il rischio di morire giorno per giorno.

“Fa’ così, caro Lucilio: renditi veramente padrone di te e custodisci con ogni cura quel tempo che finora ti era portato via, o ti sfuggiva. Persuaditi che le cose stanno come io ti scrivo: alcune ore ci vengono sottratte da vane occupazioni, altre ci scappano quasi di mano; ma la perdita per noi più vergognosa è quella che avviene per nostra negligenza. Se badi bene, una gran parte della vita ci sfugge nel fare il male, la maggior parte nel non fare nulla, tutta quanta nel fare altro da quello che dovremmo. Puoi indicarmi qualcuno che dia un giusto valore al suo tempo e alla sua giornata, e che si renda conto di com’egli muoia giorno per giorno?”

Seneca, “Epistulae ad Lucilium”

LA DIMENSIONE DEL TEMPO TRA CAROFIGLIO E IL NOVECENTO

L’ingombrante presenza del tempo nel romanzo di Carofiglio ci riporta, seppur in un’ottica meno estrema, a quella dimensione letteraria novecentesca propria di autori come Italo Svevo, Proust, Joyce e Virginia Woolf. 

In essi tale concezione è relativa e soggettiva: così come i personaggi degli autori sopracitati, anche Marco Carrera “dilata il tempo” in lunghi flussi di coscienza che si prolungano per più pagine. Pensiamo, per esempio, al momento in cui nel XII capitolo, il protagonista, nel corso di una cena con Lorenza, sentendola parlare inizia ad elaborare un pensiero, sempre più profondo, su come la distanza che li aveva separati per tutti quegli anni avesse reso quella conversazione anomala. Tale tecnica narrativa si spinse nel novecento alle estreme conseguenze in “Ulysses”, romanzo di James Joyce. In esso la barriera tra la percezione del reale e la rielaborazione mentale si estingue: i pensieri dei personaggi sono registrati e proposti liberamente, senza l’uso dei dialoghi o della punteggiatura.

Altro elemento di comunicazione con la letteratura del novecento è il ritorno alla  memoria: il confronto con essa spinge il protagonista ad affrontare delle questioni irrisolte che inevitabilmente riemergono, influendo sulle scelte e sui comportamenti. Il protagonista, durante i flashback riguardanti Lorenza, realizza che quel conto in sospeso, mai saldato, è sempre rimasto li, sedimentato dallo scorrere del tempo. Per quanto il paragone tra le due opere sia esiguo, Marcel Proust in “À la Recherche du Temps perdu” utilizza la memoria involontaria, suscitata da una sensazione provata in passato che si ripresenta nel presente, per ritrovare il tempo perduto.

RAPPORTANDOCI CON IL ROMANZO

“La misura del tempo” di Carofiglio si rivela essere un romanzo amaro, di profonda riflessione sull’importanza del tempo e su come spesso, in qualsiasi direzione l’uomo si muova, avrà dei rimpianti. La memoria di ogni uomo continente ferite, conflitti irrisolti, sofferenze che il tempo placa ma che più o meno consapevolmente, influenzano il modo di essere e di partecipare nel mondo di tutti noi. 

Il romanzo è da apprezzare in particolare per l’esercizio intellettivo che il fruitore è spinto a compiere: ragionando, per esempio, sulla responsabilità morale o sul concetto di tempo, inevitabilmente riflettiamo tali osservazioni sul nostro personale vissuto. Nell’undicesimo capitolo entriamo quindi anche noi a far parte dell’uditorio di studenti che ascolta l’avvocato Guerrieri e nel momento in cui il protagonista porta alla luce le ferite derivanti dai conflitti irrisolti, emergono in parallelo anche le nostre. 


FONTI:
Roberto Nobbio, Thomas Hobbes, Einaudi, 2004. 
https://www.treccani.it/enciclopedia/jeremy-bentham_%28Dizionario-di-filosofia%29/
http://temi.repubblica.it/micromega-online/norberto-bobbio-etica-e-politica/

Francesca Manzoni

Pubblicato da Francesca Manzoni

Classe 1999, sono nata e cresciuta a Bergamo dove mi sono diplomata presso il liceo scientifico L. Mascheroni. Dal 2018 ho intrapreso gli studi di Lettere Moderne presso l’Università Statale di Milano. Nonostante un profondo legame con la letteratura coltivo da sempre un insaziabile sete di conoscenza per ciò che concerne il mondo del cinema, con l’obbiettivo di spingermi oltre le apparenze.