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Premio Strega – Giulia Caminito, “L’acqua del lago non è mai dolce” – Navigare una vita senza vento a favore

“Per tanto tempo siamo stati ai margini dei discorsi, abbiamo con affanno tentato di recuperare il senso delle conversazioni altrui che riguardavano qualcosa che ci era impossibile, perché una cosa o la possiedi o non la possiedi, o puoi toccarla, leccarla, spolverarla, romperla o non puoi, e il non avere è stato il mio avamposto.”

Fin dall’infanzia la vita di Gaia, protagonista de L’acqua del lago non è mai dolce di Giulia Caminito, è segnata dall’assenza e dalla privazione. La periferia di Roma di fine anni Novanta non regala nulla e anzi sottrae serenità, garanzie e occasioni alla famiglia della ragazza, costretta a lottare per poter abitare un alloggio che non sia uno scantinato. La madre Antonia, capofamiglia dall’immensa forza d’animo, tenta in tutti i modi di sopperire alle esigenze dei quattro figli e del marito invalido: dopo anni di preghiere inascoltate, proteste all’Ater cittadino e uno scambio di domicilio, ottiene l’occupazione di un appartamento ad Anguillara Sabazia, sulle sponde del lago di Bracciano.

In questo paesaggio-sentimento dalle rive limacciose Gaia cresce, tuffandosi in un lago che rispecchia l’immobilità della sua condizione di ragazza intelligente ma priva di mezzi in un mondo castale, diviso tra chi può permettersi di scegliere un futuro migliore e chi non può. Ciò che la separa nettamente dagli altrui suoi coetanei è un muro invalicabile di dettagli: la PlayStation, i dischi di Britney Spears, la borsa di Guess… oggetti che possono sembrare inezie, ma che invece costituiscono il metro di giudizio più importante per un’adolescente tormentata dal senso di inadeguatezza. Possedere equivale ad appartenere, il contrario porta a una subdola emarginazione. È lo stesso meccanismo perverso delineato da Bauman in Consumo, dunque sono:

“..la società.. valuta, compensa e punisce i propri membri in base alla prontezza e alla correttezza delle risposte che essi danno alle sue domande. Il risultato è che le posizioni conquistate o assegnate lungo l’asse eccellenza/inettitudine della prestazione consumistica diventano il fattore fondamentale di stratificazione e il principale criterio di inclusione ed esclusione, guidano la distribuzione del prestigio e della disapprovazione sociale e la quantità di attenzione pubblica ricevuta.”

L’adolescenza tra inquietudine e crescita

Dal seme di questa sostanziale ingiustizia si dirama come edera la complessa personalità della protagonista che, nella sua narrazione omodiegetica, si definisce “donna di sangue” per l’inclinazione alla violenza, anche fisica, che la contraddistingue. La ferocia con cui esterna la frustrazione e la sofferenza è forse la caratteristica che più colpisce il lettore. Da Didone a Madame Bovary, letteratura occidentale è costellata di personaggi femminili che implodono a causa del proprio dolore: Gaia al contrario lo scaglia all’esterno, talvolta compiendo azioni terribili nel nome del suo personale senso di giustizia. La disperazione si trasforma così in spietatezza, l’impotenza in azione. Tramite lo sfogo distruttivo della rabbia, la ragazza conquista, anche solo momentaneamente, il controllo sulla realtà che a volte la schernisce, altre la ignora, spesso la delude.

A pagare in prima persona il prezzo di questa rabbia sono i coetanei: compagni di scuola, amiche, fidanzati. Gaia si vendica dei torti subiti, delle prese in giro e dei tradimenti. Caminito racconta le difficoltà di quegli anni immaturi con precisione e crudezza, senza romanticizzarli, cogliendone l’essenza agrodolce, dal sapore indefinito e acerbo, simile a quello dell’acqua di lago. Gelosie, pretese di esclusività e opportunismo li contraddistinguono, ma anche euforia, amicizia, scoperta (maldestra) della propria sessualità e desiderio di essere visti, apprezzati.

Uno studio che non plasma ideali

Lungo tutto il romanzo, la presenza ingombrante di Antonia aleggia sulla vita di Gaia, indirizzandola verso gli studi liceali prima e poi universitari. La donna, che travolge la figlia con il suo amore duro e dispotico, nutre in seno delle certezze incrollabili: Gaia si laureerà e troverà un lavoro ben pagato e tutelato grazie al quale potrà finalmente andarsene da quella che lei stessa definisce la “prigione” di Anguillara, dove non c’è spazio per alcun tipo di rivalsa. Da parte sua Gaia cerca di essere all’altezza delle aspettative di Antonia, impegnandosi al massimo per ottenere dei buoni voti: la ricerca dell’approvazione materna è il principale motivo che la spinge a studiare.

“..la verità è che mi porto dentro una cosa piccola piccola, una ghianda, un insetto, che è la voce di mia madre, a cui devo dimostrare di non essere da poco. Quel noi, che sta là non visto, mi comanda, per me crea castelli in aria e paludi.”

Delle pagine lette la protagonista scrive “..alcune le sopporto, altre le soffro, altre ancora sarebbe bene venissero strappate per farne carta da forno”. Lo studio è percepito da Gaia non come una passione, ma come un mezzo per elevare la sua condizione sociale. Non esiste per lei quell’attrazione spontanea verso la cultura che ammalia il proletario Martin Eden, protagonista dell’omonimo romanzo citato tra le letture considerate noiose. Il sostanziale disinteresse nei confronti delle discipline scolastiche si traduce anche in vuoto ideologico e politico, che non riguarda solo Gaia, ma tutti i suoi compagni, che rappresentano una generazione priva di punti di riferimento etici e intellettuali.

La necessità che soffoca idee, sogni e progetti

Il fratello di Gaia, Mariano, incarna l’eccezione a questo paradigma dell’indifferenza. Nel romanzo infatti partecipa alle manifestazioni di protesta in occasione del G8, forum politico che nel 2001 ha riunito i principali governi del mondo occidentale a Genova. I disordini e le violenze che segnano tristemente i fatti terrorizzano Antonia, angustiata per l’incolumità del figlio e incredula di fronte alla sua decisione di partire alla volta della Liguria. Nessuno comprende appieno la scelta del ragazzo, considerata rischiosa e soprattutto inutile. Il ritorno di Mariano rappresenta un punto di rottura nei rapporti della famiglia: la madre lo caccia di casa e Gaia resta sola, priva del supporto del fratello, che, a differenza sua, cerca di reagire agli eventi in modo costruttivo, senza distruggere.

Mariano dunque parte di nuovo, stavolta verso il mare di Ostia. Non è un caso che la sua figura sia l’unica a non restare ferma, inghiottita dal mondo periferico di Anguillara. La stessa Antonia è paralizzata dalle incombenze di una quotidianità divisa tra lavoro estenuante e un’altrettanto spossante vita domestica. Malgrado il temperamento deciso, che la guida nel discernere con sicurezza ciò che è giusto da ciò che non lo è, non ha tempo per gli ideali e i grandi sogni collettivi che infervorano il figlio. Le priorità sono altre: la cena, i vestiti puliti dei figli più piccoli, la scuola di Gaia.

E Gaia respira, interiorizza il sistema valoriale di un mondo fortemente individualista, dove è già una sfida occuparsi di se stessi. Sembra quasi che gli altri esistano ai margini della sua coscienza, per poi comparire al centro, spesso come bersagli, solo quando lei è coinvolta in modo diretto. Spesso l’egocentrismo schiaccia l’empatia, spingendola a vomitare il suo disagio su chi non l’ha provato.

Nel lago l’acqua non scorre

Criticare una simile condotta è per il lettore più difficile di quanto sembri perché fin dai primi capitoli del libro appare chiaro come l’ambiente in cui la protagonista è immersa opprima lo spirito propositivo, lo annichilisca, soffocando le sue aspirazioni. Basti pensare alla professoressa del liceo che, considerata la scarse disponibilità della ragazza, le suggerisce di cercarsi un lavoro invece di iscriversi all’università, a prescindere dalla sua bravura. Sollecitata dalla madre, Gaia rifiuta questa soluzione, agendo sempre “per scatti e convulsioni, per sentimenti di rivalsa e di vergogna”.

Si iscrive alla facoltà di Filosofia, ma la laurea non la conduce affatto al lavoro “vero”, quello con il contratto e i fondi pensione. Le speranze di Antonia restano tali, continuano a essere castelli in aria di illusioni e paludi dove la figlia si arena, spiaggiata sul bagnasciuga del precariato, dell’incertezza economica, dell’asincronia tra formazione e offerta. Tematiche queste che, purtroppo, restano spaventosamente attuali.

La cantautrice romana Margherita Vicario nel suo brano Dna si domanda: “E conta di più quello che mangi o come la pensi? Conta di più come sei nato, dove sei nato o quanto ti impegni?”

Giulia Caminito risponde a questi interrogativi con un sorriso amaro che lascia intravedere uno spiraglio di luce. Nel presente di Gaia non c’è riscatto né liberazione; in futuro, forse. Nel frattempo lei resta a galla sulla superficie del lago, in attesa.


Bibliografia:

Giulia Caminito, (2021) L’acqua del lago non è mai dolce, Bompiani, ed.digitale
Zygmnunt Bauman, (2015) Consumo, dunque sono, Laterza, (Consuming life, 2007), ed.digitale

https://www.intermezzorivista.it/

Chiara Girotto

Pubblicato da Chiara Girotto

Classe 2000, sono nata e cresciuta in Trentino. Innamorata di letteratura, cinema e musica, ho sempre condiviso le mie passioni tramite la scrittura, il mezzo espressivo che prediligo. La curiosità verso qualsiasi tipo di espressione artistica è forse la caratteristica che più mi si addice. Attualmente studio Lettere Moderne presso l'Università di Trento.