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L’adrenalina dell’ultima corsa – Nota a “Linea intera, linea spezzata” di Milo De Angelis

Milo De Angelis

Linea intera, linea spezzata“, la nona raccolta di poesie di Milo de Angelis, pubblicata nella collana “Lo Specchio” per Mondadori lo scorso 26 gennaio, è un’altra grande firma che il poeta appone al panorama poetico contemporaneo.
Si tratta di un libro che, pur inserendosi nel solco delle raccolte precedenti, introduce elementi di novità, portando a compimento quella linearità della narrazione iniziata almeno a partire dal 1999, anno di uscita di Biografia Sommaria. Molto è cambiato, infatti, da quando Remo Paganelli, metteva in relazione, in una nota a “Terra del viso”, nel 1985, la scrittura di De Angelis con le scomposizioni del primo futurismo. Adesso a quegli apparenti (solo tali) salti alogici tipici delle liriche delle prime raccolte, si è sostituita una maratona rettilinea che conserva l’adrenalina dell’ultima corsa e quella
liricità tragica che sin dagli esordi eterna i suoi versi.

Ad introdurci in quest’ultima raccolta è “Nemini”, poesia posta in apertura, che ci proietta nel paesaggio urbano in cui sono calate gran parte delle liriche del libro: «Sali sul tram numero 14 e sei destinato a scendere» si legge nel primo verso, a cui segue un secondo, dal tono leggendario: «in un tempo che hai misurato mille volte», costruito servendosi dell’iperbole del numero mille che affonda le sue radici già in Somiglianze e che ritroviamo nel corso della raccolta: nella lirica “Per l’Adele“, in cui leggiamo delle «mille estati trascorse» o ancora nella similitudine ossimorica della poesia “Tra gli autobus di Lampugnano” in cui, in una tarda sera, «nella grande stazione dei pullman» l’io ritrova un amico «che si avventura/ come un fanciullo di mille anni verso un’altra terra». Ed è proprio la fanciullezza, uno dei grandi temi che pervade la raccolta, ricordata con una diffusa malinconia. Un tempo magico che affiora tramite il ricordo del gioco e della scuola, dal campo da calcio all’aula scolastica, ma anche tramite l’incontro con sodalizi stretti nell’infanzia, come con Lauretta, protagonista dell’omonima lirica «riconosciuta dal silenzio che la invadeva da bambina». Anche la seconda sezione del libro, intitolata “Nove tappe del viaggio notturno“, sembra ancorarsi proprio negli anni giovanili ed è emblematica a riguardo la seconda tappa in cui il poeta, parlando di se stesso – ma rivolgendosi ad un “tu” che non è altro che l’io di ieri – si rammenta dei cinema di Milano che a poco a poco scoprì uno ad uno, come lo stesso De Angelis racconta nel cortometraggio “Sulla punta di un matita” di Viviana Nicodemo.

Un dialogo interiore dunque che si fa concreto nell’incontro con l’altro nella terza sezione Dialoghi con le ore contate. Qui, sono le conversazioni, le chiacchierate all’Esselunga o in un bar, le domande e le risposte a traghettarci in quel grande stile deangelisiano che, parafrasando le parole di Andrea Cortellessa, “sembra provenire dalla testa di Zeus”; da un’aldilà accessibile a chi, sin dalla fondazione della rivista Niebo, sembra aver rinunciato a qualsiasi battaglia terrena, alla militanza politica, alla critica sociale per un’abnegazione totale nei confronti della poesia, come emerge in “Dialogo con il compagno” in cui alla fatidica domanda «da che parte stai?» il poeta risponde «sto soltanto dalla parte del tuo bel viso/ sbranato dalle rughe». In questi due versi è condensata la scelta di una vita, la fedeltà cieca a quella scintilla che scaturisce senza preavviso da un misterioso sfregamento dell’io con un tu, che può essere anche un luogo in cui giunge fulmineo l’universo, come in Piscina Scarioni, la cui visita non è dovuta all’amica nuotatrice, ma «per un oscuro richiamo dei luoghi, per questo rettangolo azzurro e per i suoi cinquanta metri/ che innumerevoli corpi percorrono, per il tuffo/ che illumina laggiù la piattaforma e il doppio avvitamento/ sospeso nell’aria e nel brivido del tempo…»

Un’altra particolarità della sezione riguarda la sistematicità dei riferimenti, per cui è possibile affermare che per la prima volta De Angelis ci offre uno scorcio – significativo seppur piccolo – del proprio immaginario culturale, permettendoci di sbirciare una sfera sinora rimasta celata. Val la pena qui ricordare almeno la citazione di Jiddu Krishnamurti (in “Libertà dal conosciuto“) la cui influenza è presente già nella celebre raccolta del ‘76: Il Grido di Antonioni che, si legge, «nel 1958 mi commosse e rese muto» e il ricordo immaginario (o visionario) di Cesare Pavese nel parco delle Rimembranze, a Milano, prima che diventasse, per lui, quel maestro severo che negli anni ha ricordato.
Segue infine un’ultima sezione intitolata “Aurora con rasoio” che, già dal titolo, evoca un fascino fugace che incontra presto la sua fine, come i protagonisti delle poesie qui contenute la cui linea si spezza con un suicidio. A molti di loro la morte sembra averli aspettati da sempre, predestinati a una fine già scritta, «taciuta per tanti anni tra i banchi di scuola» (“L’ora inestesa”), sopraggiunta con l’utilizzo della «benzina che amavo da bambino» (“La stanza che gira su se stessa“) o ancora arrivata a colmare quella mancanza che accompagnava sin dalla nascita la vita della donna che infine «scelse di non respirare» (“Alla”). Una giovinezza dunque che si lega a doppio filo con il momento finale e che ne può accelerare l’arrivo, come nella bellissima “Doppio passo” in cui è proprio «nel pavimento rosso delle sette capriole» che «si svuota più veloce la clessidra».

La sezione si chiude infine con “Il penultimo discorso di Daniele Zanin“, incentrata sulla figura di un
uomo che, dal tetto di un edificio, chiede l’attenzione di chi in quel momento si trova in ascolto come
in un’udienza. E “Udienza”, è anche il titolo della poesia che dà le mosse ad “Aurora con rasoio“, in cui
“all’imputato” è recriminato il silenzio, la colpa di non aver parlato. Qui, al contrario, come un
insegnamento appreso alla fine di un lungo percorso, il demone viene esposto, viene liberato ciò che
per troppo tempo è rimasto taciuto, le ultime parole che consentiranno, finalmente, al moribondo il
trapasso dell’anima.


NEMINI

Sali sul tram numero quattordici e sei destinato a scendere
in un tempo che hai misurato mille volte
ma non conosci veramente,
osservi in alto lo scorrere dei fili e in basso l’asfalto bagnato,
l’asfalto che riceve la pioggia e chiama dal profondo,
ci raccoglie in un respiro che non è di questa terra, e tu allora
guardi l’orologio, saluti il guidatore. Tutto è come sempre
ma non è di questa terra e con il palmo della mano
pulisci il vetro dal vapore, scruti gli spettri che corrono
sulle rotaie e quando sorridi a lei vestita di amaranto
che scende in fretta i due scalini, fai con la mano un gesto
che sembrava un saluto ma è un addio.

*

DIALOGO CON IL COMPAGNO

Al parco delle cave tra sterpaglie e laghetti ti ritrovo
con lo stesso slancio delle assemblee antiche e dei cortei,
mentre il sole scende all’improvviso e una foschia
immerge le nostre parole nel vapore del tempo
che le porta lontano da noi. “Io canto ancora gli ultimi”
mi dici con la voce astuta che conosco
e combatto da sempre, dall’era primitiva del nostro
primo incontro in qualche aula dell’Università Statale;
anche allora cercavi gli ultimi e mi chiedevi
da che parte stai da che parte stai e io ti dicevo
sorridendo che la poesia non sta dalla nostra parte
ma in un luogo tremendo e solitario, dove nessuno
resta intatto. “Ma insomma da che parte stai adesso
da che parte stai?” mi ripeti e io adesso
sto soltanto dalla parte del tuo bel viso
sbranato dalle rughe e avvolto in un pallore
che vedo dopo cinquant’anni, con il tuo viso più vero
di ogni risposta, con il tuo viso prossimo alla morte.

*

UDIENZA

E tu cominci a sentire, nelle parole che hai detto, il respiro
di quelle taciute: sono lì, sono lì, bussano alla porta
non se ne vogliono andare, restano ferme fino a sera,
ti sfiorano il viso e si allontaneranno solo all’alba.
Restano lì e la stanza diventa un’aula di tribunale e tu
sei l’imputato. L’accusa è sempre la stessa: il silenzio.
Le attenuanti non contano: dovevi parlare, dovevi
tirar fuori la bestia, esporre il demone nero al pubblico giudizio,
mostrarlo alla primavera, spargerlo per il mondo, guarire.


L’autore

Giulio Medaglini è un collaboratore esterno di Intermezzo. Nato a Montepulciano (Si) nel 1998, consegue la laurea triennale in Lingua e cultura italiana con il massimo dei voti, incentrando la sua tesi sull’opera poetica di Antonella Anedda. Tra i molti interessi che lo animano si annoverano la storia, l’arte, il cinema, l’astronomia e, prima fra tutte, la poesia. È stato finalista di alcuni concorsi letterari come il Concorso nazionale G. Gioachino Belli, il Concorso dedicato al poeta Mario dell’Arco, il Concorso internazionale “Habere Artem” e altri ancora. Attualmente, in attesa dell’iscrizione alla laurea magistrale in Filologia moderna, lavora e porta avanti gli studi autonomamente.

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