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La maschera d’oro – Capitolo 4

Illustrazione di Martina Sala

“Allora, c’eravamo io, Cianciafichi e Seccasbirri. Piove, non da tempesta, ma abbastanza per spegnere le torce. Verso mezzanotte si rompe pure il lanternone che teniamo in cima all’albero maestro, l’ultima luce rimasta. Seccasbirri prova a salirci su per sistemarlo, ma non si vede davvero nulla a un palmo dal naso. ‘Domani attracchiamo’ gli faccio ‘e ne rubiamo… cioè, ne compriamo un altro; però questa notte sarà un casino: il cielo è coperto e non c’è nemmeno la luna piena, che di solito fa sempre piacere. Quindi siamo proprio nel buio più totale.’ E voi direte: ‘Andate sotto coperta a dormire, no?’ No! Dovevamo per forza arrivare a Nassau entro l’alba perché lì ci aspettavano i contrabb… i mercanti, pronti a consegnarci… insomma, le loro cose da mercanti.

Ecco, il mare di notte è meglio non conoscerlo. Più ti guardi intorno e più ti senti da solo. E poi dondoli, cioè, senti che stai dondolando, ma non vedi nulla che dondola perché è tutto incredibilmente buio. ‘Ma ci sono le stelle!’ direte voi, come se da voi le stelle non ci fossero. Per me che lo guardo ogni notte il cielo è solo un soffitto bello spesso con qualche lampadina lontana lontana. E in più – come vi ho detto – quella notte di stelle non se ne vedeva mezza, da quanto pioveva. Zero punti di riferimento, quindi. Era come… come un deserto, che cammini cammini e sembra di restare fermo. E fidatevi di me, che il deserto lo conosco, che ho visto un po’ tutto, io.

Insomma sei lì al centro del mare e ti vengono in mente le storie sugli spiriti che portano le anime all’Inferno su una barchetta. Allora hai paura. E per una volta non te ne vergogni, perché i tuoi compagni non ti possono vedere in tutto quel nero. Sei da solo, lontano dalla terra e lontano dal cielo, in silenzio. Qualche asse di legno ti separa dal fondo del mare. E il mare è profondo… è più buio della notte che c’è intorno. Allora inizi a chiederti se la barca non sia affondata da un pezzo, se il nero che vedi tutto attorno non sia, magari, già l’abisso.

Così senza nemmeno volerlo ti rendi conto che forse nell’abisso ci sei da sempre. Che non sapresti distinguere dove il cielo incontra il mare nemmeno se fosse giorno. E non c’è differenza tra stare sul pelo dell’acqua e colare a picco, quando ti manca un punto di riferimento.”

“Signor Vespucci – povera me – come è profondo…”
“Zitta, lascialo finire!”
In un attimo realizzo che un centinaio di occhi mascherati mi stanno ascoltando. Restano imbambolati con le forchette davanti alla bocca, si sbrodolano perché, a costo di guardare me, si dimenticano di guardare il bicchiere. Ma continuate a mangiare, imbecilli! Non ho mai visto una sala da pranzo così cicciona di cibo e voi avete fame soltanto delle mie balle? Tra l’altro questa volta balle non sono: se non dico cose illegali – il che non è per niente semplice – di avventure coi fiocchi ne conosco pure io. Allora se la signora che ho di fronte, attraverso la sua maschera da zebra, mi chiede com’è viaggiare per mare, posso cavarmela anche senza essere Federico Vespucci. Anzi, gli faccio le scarpe, al Vespucci, quando si parla di mare, io che sono un pirata!

Il problema è che quando ho iniziato mi ascoltavano soltanto la zebra e suo marito, che sulla faccia porta una maschera tutta colorata con ben tre corna sulla fronte – sarà che la cavalla non è una tipa tanto fedele -. Adesso invece ho un intero cenone di carnevale che pende dalle mie labbra.

“La prego, continui.” mi incoraggia un macaco dall’altra parte del tavolo, offrendomi una coscia di pollo come un microfono. Cerco aiuto in Cianciafichi, ma lo trovo che ridacchia mentre addenta uno spiedino, tutto contento che abbia parlato anche di lui. Scarpetta non lo considero neanche, che se apre bocca qualcuno potrebbe notare che gli manca qualche dente e non è il momento per le spiegazioni. Allora cerco conforto in FIlolone, alla mia destra, ma l’orso è troppo impegnato a levare le lische da un salmone, forse ancora traumatizzato dal grido della sera prima. A proposito di quell’urlo mostruoso: io non c’ho dormito la notte. Oggi quando mi hanno portato a fare un giro nei giardini del castello ero sempre sull’attenti. Filolone invece era tutto bello tranquillo come se niente fosse. E già qua inizio a non capirci più nulla. Ma torniamo al banchetto, che per parlare del Bosco di Nemo ci sarà fin troppo tempo, più avanti.

È vero, di solito sono io quello che tiene banco ai banchetti, ma oggi ci sono due piccoli ostacoli che mi frenano. Per prima cosa la gente non beve, o meglio, beve ma poco. E io alle feste finisco sempre sdraiato sotto una botte a succhiare vino come fosse una tetta, invece in questo castello di travestiti sono tutti composti e poco assetati. Dunque, visto che nessuno mi ha ancora spiegato come si racconta una storia senza essere ubriachi, dovrò improvvisare. Il secondo problema è che conosco le storie ma non le poesie. Quindi se la gente si aspetta “Il sole già sorto di arance”, robe simili io mica so inventarle. Ma al diavolo, mi butto!

“Dicevo, Seccasbirri tremava di freddo perché aveva usato il suo giaccone come rete per pescarci la cena. Si rannicchia in un angolo e inizia a pregare chissà quale dio del suo paese mentre in testa gli piove l’ira di un altro dio. Mi restava soltanto questo ragazzone qua in parte, Cianciafichi, appunto.

In qualche modo lui riesce a trovare il timone in mezzo al buio e io mi metto a dargli indicazioni. Non ci vediamo davvero un fico secco, però lui è convinto che io qualcosa ci veda, perché è così che gli faccio credere. Grido tutto deciso: “Sempre dritto! Adesso vira leggermente a est!”. Benissimo! Nessuno dei due sa dov’è l’est, ma io sono convinto che lui lo sappia, perché è così che mi fa credere! Esegue senza esitare con la mia stessa sicurezza e in questo modo andiamo avanti per un’ora sotto la pioggia freddissima continuando a fregarci a vicenda. E anzi, eravamo molto meravigliati l’uno delle capacità dell’altro! A furia di fingere, ci davamo fiducia l’un l’altro e ciò ci bastava per non smettere di navigare.

Poi accadde qualcosa che ci terrorizzò a morte e ci riempì di speranza insieme. Si alzò un vento improvviso che travolse la nave e un lampo gigantesco illuminò la striscia di cielo all’orizzonte che era rimasta a dividere le nuvole e il mare. Dopo tanta oscurità una luce così forte ci aveva ferito gli occhi. Ma laggiù, proprio dove il fulmine era caduto a colorare le onde, si stagliò, lontano ma chiaramente visibile, il contorno della terraferma. E così, con il ruggito della pioggia che si faceva tempesta, arrivò finalmente la nostra salvezza.

Dovete sapere che noi uomini di mare conosciamo bene una stella che si chiama Canòpo. E questa stella ha un pregio e un difetto: è l’unica che indica la strada per l’Egitto, ma finché non superi l’equatore rimane invisibile. Per questo chi resta a riva dà del pazzo a chi parte verso le Afriche, perché, agli occhi della gente del nord, Canopo non esiste. Eppure chi salpa prosegue senza perdere di mente l’obiettivo e, quando meno se l’aspetta, la stella guida si mostra loro.

E così fu per noi. Sapevamo che per ottenere quel carico di oppio a Nassau non potevamo fermarci davanti a nulla. Allora, pur di non arrenderci, navigammo alla cieca, ingannandoci a vicenda, sotto la pioggia e gli insulti. E alla fine quel fulmine arrivò, a indicarci la via. È così che si fa quando mancano i punti di riferimento, ragazzi: continuate a remate verso il vostro obbiettivo anche senza conoscere la direzione giusta e prima o poi una stella vi mostrerà la strada.”

L’intera sala trattiene il fiato. Io pure: ho perso il filo del discorso. Cianciafichi sghignazza sempre più soddisfatto e anche Scarpetta ora sembra molto incuriosito dal racconto. Qualcuno azzarda: “E poi?”.
È la zebra eccitata a incalzarmi: “Lei è un vero poeta, Vespucci.”
La attacco: “Ti è sembrato che ho detto poesie?” Ci manca solo che adesso mi chiedano di recitare…
“Non le servono le poesie, messer Vespucci” interviene quel cornuto arcobaleno di suo marito “Anche quando racconta, parla in poesia. È favoloso!”
“Beh… non direi… cioè, secondo te lo faccio?”
“Eccome se lo fa!” commenta il macaco “Lei ha un dono!”

“Hanno ragione, messer Federico.” interviene Filolone, che si è degnato di alzare la maschera dal piatto “Lei è forse l’unico uomo di mare al mondo capace di far poesia.” sentenzia. Eh no! Cos’è questa storia, papà orso? Vuoi farmi arrabbiare? C’è un intero castello che mi acclama come un grande poeta e i meriti se li prende il Vespucci alla faccia degli altri uomini di mare? Nossignore. Ora mi alzo in piedi e ti faccio vedere io.

“Ti dirò, caro il mio Filolone” rispondo alzando bene anche la voce in modo che tutti mi possano sentire “che questa poesia di cui parli non è affatto un dono. La poesia è di tutti, è di chi gli serve! E perfino un… sì, perfino uno sporco e ignorante pirata, dico io, potrebbe trovarcene un pochino tra le proprie parole. Basta solo raccontare ciò in cui si crede senza indossare una maschera.”

“Bravo!” esclama la donna zebra accennando a un applauso. Filolone è tutto ritto sulla sua sedia, stupito dalla mia reazione. La gente si scambia strani sguardi e parla con una mano a coprirsi la bocca. Poi sembrano mettersi tutti d’accordo e cominciano ad applaudire con entusiasmo. Che sollievo…

“Dove eravamo rimasti?” riattacco carichissimo, rimanendo in piedi “Ecco, io e Cianciafichi eravamo finiti nel bel mezzo di una tempesta…” E mentre parlo prendo a gesticolare. Le mie braccia diventano fulmini, onde che si rompono sugli scogli, le dita sono gli schizzi del mare e il mio soffio è vento potente. La gente ride, salta sulla sedia, si strozza tra il cibo e lo stupore. Io giravolto, ballo parole, grido, sussurro e dico bugie. E così in un momento capisco che forse non sarà poi tanto difficile fingermi un poeta, se poesia, dopotutto, è semplicemente questo.

A differenza di far le poesie, però, scrivere storie è più difficile di quanto pensassi e solo adesso me ne rendo conto. Finché si tratta di me è un po’ come raccontare qualcosa durante un banchetto: mi basta pensare a ciò che è successo e dirlo con le parole che userei mentre mangio! Però, se si tratta di un altro, mi chiedo, come diavolo dovrei fare a parlare di lui! E perché te lo chiedi? Perché – come vi dicevo all’inizio – c’è una storia non-mia che devo far mia, e ancora non so come raccontarla. È una storia fatta di sogni e fatta di maschere: e di che cosa sono fatte le storie altrimenti? Perché devo proprio raccontarvela? Ecco, senza questa storia, probabilmente non ci sarebbe nemmeno la mia! E va bene, direi che è anche ora di iniziare a scriverla.

Quindi, come diavolo dovrei fare a parlare di lui? Come faccio a sapere quello che prova? Dovrei forse far finta di esserci io nel suo corpo, che vedo, che faccio e che provo quello che lui è? Ma, prima di tutto, lui chi è?

Ecco, iniziamo dalle cose semplici. Lui è Matisbeo e già il nome mi mette in difficoltà. Ora, io so che Matisbeo è un ragazzino che abita a Tabù e so che la sua famiglia ha un’osteria tra Nuisia e Millanta. Mi dicono che è un posticino niente male, l’Osteria delle Cornelle, perché lì cucinano sia i piatti zozzi delle vecchie ricette di Nuisia, sia i gingilli da Filolone che piacciono ai riccastri di Millanta. Quindi se uno dovesse mangiare a Tabù una volta e una soltanto, direi che non sbaglia ad andar proprio lì. Così quando dieci anni fa Federico Vespucci, quello vero, era arrivato sull’isola, dove vuoi portarlo se non all’Osteria delle Cornelle?

Entrano un giovane Filolone e un Vespucci ancora vivo e si mettono a fare i filosofi tra la gente tutta imbambolata. Matisbeo è ancora piccolo piccolo, ma è anche abbastanza grande per capire che Vespucci parla di avventure e parla di poesie. E queste cose gli piacciono molto, a Matisbeo. Sua mamma, mascherata da rinoceronte, serve i due personaggioni con riverenza e gli offre pure il pranzo. Sono tutti felici e contenti, tranne Matisbeo che non è riuscito a parlare a Vespucci. Il Fede se ne accorge, si fa largo tra la folla, si abbassa all’altezza del nanerottolo, e gli fa “Che c’è?”. E Matisbeo: “Voglio partire con te!”. Allora il poeta, da bravo amichetto dei bambini, decide bene di traumatizzarlo con una promessa: “Quando sarai grande, potrai viaggiare con me!”.

Così adesso Matisbeo ha diciassette anni e racconta boiate alle ragazze. “Partirò con Vespucci!” “Io da grande voglio una maschera bianca, come quella del sommo poeta!” E bla bla bla. L’unica che lo ascolta, e credo lo faccia soltanto per pietà, è una ragazzina della sua stessa età che – per non far male a nessuno – si chiama pure lei come uno scioglilingua: Ginepria. Bene, io so che Ginepria è figlia di un calzolaio e che questo calzolaio voleva fare il pittore. So che la ragazzina disegna niente male e che il suo sogno è lo stesso del padre. E infine, ultima delle prime cose, so che Matisbeo per Ginepria calza a pennello.

Infatti il fan numero uno di Federico Vespucci, a furia di imitare il suo idolo, ha esplorato da cima a fondo l’isola di Tabù, scoprendo dei posti stupendi che solo chi si caccia nei guai può meritarsi. Una cascatella tra le rocce, una scogliera a strapiombo, un boschetto di sempreverdi. E questi posti piacciono molto anche a Ginepria, che adora dipingere paesaggi. Così sono diventati compagni di avventure e adesso – povero me – mi tocca scriverne.

Ora che ho detto chi sono quei due, credo che dovrei parlarvi di dove sono. Si fa così, no? Ecco, se vi ricordate le filastrocche di Vespucci che descrivono Tabù – e fareste meglio a ricordarvele, che io ho perso tempo a riscriverle apposta – forse vi ricorderete anche che, a sud-est dell’isola, al di là del fiume Daddone, c’è un grande e grosso cimitero. Senza dubbio è un cimitero pittoresco, quello di Tabù, visto che a ciascuna lapide è appesa la maschera del tizio che ci sta sepolto sotto. Leggermente inquietante, lo so, ma ha il suo fascino. Ricorderete poi che lì vicino c’è una collinetta dove sta quel che rimane del tempio sacro del dio cervo. E saprete infine che, poco lontano, comincia il bosco di Nemo, e quello – non c’è bisogno di spiegarvelo – non è proprio la meta turistica più ambita dell’isola. Però è sicuramente un posto fantastico per un dipinto e per un’avventura. Ecco, è proprio al cimitero, che Matisbeo e Ginepria si trovano.

Il genio che propone l’avventura nel bosco è Matisbeo, ma per fortuna Ginepria non è così stupida da dargli corda. Però se stessi a raccontarvi i battibecchi non finiremmo più. Quindi facciamo finta che Ginepria ha accettato al primo colpo di seguire l’amico e che gli ha pure fatto i complimenti per la fantastica idea. Lei, tra l’altro, ne ha una ancora più furba: “Visto che il bosco finisce dritto dritto nei giardini del castello, può darsi che, se ci avviciniamo troppo, l’Aquila Calva ci scopra; indossiamo una di queste maschere e non ci riconosceranno!”

Ecco, a proposito di maschere, i due non ne hanno una tutta per loro perché sono ancora troppo giovani. Così se ne vanno in giro a viso nudo, svergognati. L’idea di Ginepria, quindi, è piuttosto furba: se indossano una delle maschere del cimitero, la vedetta strafatta dei giardini del re li scambierà al massimo per morti tornati in vita, che non è la cosa più insolita da trovare nel bosco di Nemo. Matisbeo allora prende una maschera a caso dalla tomba più vicina a lui. È tutta rovinata ma sembrerebbe essere quella di un’anatra, con un grosso becco arancione. Ginepria, al contrario, si aggira tra le lapidi e sceglie con attenzione il copricapo che le sembra più adatto: è quello di un alce. Ed è tutto pronto. O meglio, sarà anche tutto pronto per loro, ma per me non lo è affatto!

So che era giorno, ma il cielo prometteva bufera. Che appena entrati nel bosco di Nemo il silenzio s’era fatto insolito, artificiale. Che non si vedeva nulla perché i tronchi si chiudevano a muro. So che Ginepria aveva paura e che si stringeva tenera tenera al braccio di Matisbeo. E che Matisbeo, al contrario, camminava deciso, ripetendo di voler trovare chissà quale statua tutta d’oro nascosta lì dentro. Bene, io saprò anche tutto questo, ma come lo racconto?

Come racconto, insomma, del sottilissimo fischio che cominciò a risuonare nell’aria senza volersi fermare; del brivido che percorse il collo di Matisbeo, dietro la sua maschera da anatra, come se uno spettro l’avesse attraversato; delle gocce di pioggia sulle fronde pesanti, che per un momento sembrarono passi sospesi a mezz’aria… Come racconto delle ombre tra l’ombra, evidenti, con un nero più nero del resto? Del loro suono, simile a un soffio, dell’odore di cane e di fumo? Come dico della velocità con cui una di loro si separò dal resto del buio e saltò sui due ragazzi? Come parlo del ringhio, degli artigli, delle grida, della maschera da anatra strappata e masticata che rotola in mezzo alle foglie secche coperta di rosso? Della corsa senza fiato tra il legno, da solo, le spalle piene di graffi, il collo sfregiato, la vista grondante? Come parlo e come racconto, mi chiedo, della pioggia gelida che investì Matisbeo appena riemerse dal bosco, di come il ragazzo travolse le tombe, le lapidi, le maschere e di come cadde in mezzo a loro ancora vivo, ma coperto dal sangue di un morto?

Non lo so! Non posso saperlo, che ancora non so raccontare. Al diavolo! Appena capisco come si fa, promesso, lo scrivo.


Credits:
Martina Sala
Per la copertina del capitolo.
Martina Sala è una giovane studentessa dell’accademia di Brera, che ha prestato la sua tavoletta grafica per illustrare alcuni capitoli de La maschera d’oro.

Instagram: home.of.pandora


Nicola Vavassori

Pubblicato da Nicola Vavassori

Nasce a Bergamo nello scorso millennio. Il liceo classico non riesce a disilludere del tutto il suo spirito da sognatore, per questo Nicola decide di inseguire la sua passione per la scrittura fino alla facoltà di Lettere Moderne, a Milano. Qui fonda l'Intermezzo con dei compagni di studio. Nel 2020 la casa editrice Divergenze lo premia come una delle migliori nuove voci della narrativa italiana, pubblicando un suo testo nella raccolta "L’Ultimo dei Brocchi." Il suo primo romanzo "La maschera d'oro" viene pubblicato a puntate sulla rivista.