Mr. Long – Il silenzio d’oro

Mr. Long film del 2017 di Sabu, pseudonimo del regista Hiroyuki Tanaka, racconta la storia di un sicario di origine Taiwanese, estremamente abile con i coltelli, che viene ingaggiato per eliminare un boss della yakuza. L’omicidio fallisce, da qui una catena di eventi porterà il nostro protagonista a cercare di ricostruire la propria vita in un piccolo villaggio nella periferia giapponese.

Mr Long è si presenta come un film d’intrattenimento, dove a farla da padrona sono le arti marziali e le atmosfere noir, e dove il rilancio della tensione è continuo ed esponenziale fino alla definitiva “scazzottata” finale. Il protagonista ci sembra il classico ombroso guerriero asiatico, apparentemente invincibile col suo coltello, l’arma prediletta. Il signor Sabu ci mente spudoratamente: il film nasconde molto, molto di più. Hiroyuki Tanaka mette in scena una pellicola semplice, ma tesa, un film senza fronzoli, efficace e delicato, costruito sui fatti e sulle azioni dei personaggi e non sul dialogo. Il regista riesce a rimanere sempre in simbiosi con le emozioni dei personaggi raccontandocele e trasmettendocele alla perfezione.

Una delle prime caratteristiche degne di nota non è una scelta registica ma dell’adattamento, ossia quella di tradurre in italiano i dialoghi in taiwanese e non quelli in giapponese, sebbene il film sia stato prodotto e girato proprio in Giappone e quindi molti dei personaggi parlino proprio questa lingua. Il fatto che molte linee di dialogo rimangano non tradotte (a parte per i sottotitoli, ovviamente) ci fa immergere nella dimensione di straniero che accompagna il protagonista per quasi tutto il film. Tanaka cede la propria lingua, la lingua in cui pensa e in cui probabilmente è scritta la sceneggiatura, perché il protagonista è straniero in Giappone. La stessa lingua del regista diventa la lingua “secondaria” del film.

Un altro elemento che balza all’occhio è il cibo. Long sa cucinare. Un gesto che nelle prime sequenze vediamo compiere assieme al suo capo nel ristorante che fa da copertura alla loro attività criminale. La scena dura pochi secondi e non ci accorgiamo ad una prima visione quanto quella semina sia importante. Nel film si assiste continuamente alla produzione, alla preparazione di piatti. Ciò rimanda alla sostanziale fisicità che permea il film, senza concedersi quasi mai a discorsi o concetti astratti. I problemi e le gioie sono causate dalla realtà tangibile e proprio per questo suonano sempre reali. Questi due elementi – il silenzio e la tangibilità – ci devono guidare nell’osservazione dell’opera.

Prologo: il Coltello

L’incipit del film ci introduce ad un sottobosco criminale giapponese di cui si è già raccontato molto, eppure quella strada, per noi come per il protagonista, viene improvvisamente deviata dal fallimento della missione del nostro eroe: un secondo prima invincibile, un secondo dopo mortale. Per il nostro protagonista è finita, il coltello che fino a quel momento è stata la sua arma, la sua forza, l’aratro con cui scavare il proprio solco, si spezza. Così simbolicamente il regista ci comunica che il film come il protagonista ha perso il suo scopo, il proprio sé. Questa non è la storia di un assassino, o almeno non solo.

Il percorso del nostro personaggio è appena cominciato. Poco prima di venire giustiziato, l’uomo è salvato da uno sconosciuto, un giapponese. Il salvatore è in preda dalla totale disperazione ed è in cerca di vendetta per la sua amante. Ancora una volta ritorna simbolicamente il coltello: l’arma prescelta anche dallo sconosciuto vendicatore. Subito intuiamo che in un modo quasi ancestrale questi due personaggi sono speculari, nonostante non abbiano nulla in comune. Il coltello è un oggetto tanto banale quanto basilare per la sopravvivenza, uno dei primi utensili che l’uomo ha costruito e che – sebbene con qualche miglioria di design e scelta dei materiali – ha sempre mantenuto. Un oggetto moderno e antico insieme, un’arma che da sempre è associata all’omicidio passionale e violento. Allo stesso tempo è un oggetto che chiunque possiede e sa utilizzare nella quotidianità. Questo duplice aspetto rende l’arma scelta per Long perfetta per raccontare la sua storia, con luci e ombre.

Long con un coltello è a dir poco letale, lo sconosciuto ragazzo giapponese, invece, è ridicolo: la sua lama non va in profondità, non riesce creare danni definitivi ai membri della yakuza. Non tutti sono uguali a questo mondo, la forza non appartiene a tutti. Non bastano coraggio e disperazione per essere un assassino. Infatti il giapponese, pur avendo permesso la fuga di Long, perirà nell’intento.

Il lupo e l’agnello

Long attraversa un quartiere semi abbandonato, abitato solo da tossici, nel quale una serie di visione ci pongono un dubbio su ciò che vediamo. Forse è la realtà terribile di quei luoghi, forse il punto di vista di un nuovo personaggio, forse ricordi di un’infanzia più dura di quella che qualsiasi bambino meriterebbe.

Long rimane solo un uomo che non ha più nulla, costretto a nascondersi nei quartieri più malfamati, invasi dalla droga, e che non può chiedere nemmeno aiuto. Sì perché Long è di Taiwan e quindi non conosce il giapponese. Questo obbliga il nostro protagonista ad una sorta di mutismo. L’uomo galleggia in questo universo fatto di povertà e degrado, che conosce così bene e che eppure gli è così alieno. Presto scoprirà che l’unico sistema di comunicazione sono le azioni, il dare e ricevere, il contatto umano.

È così che incontra il secondo piccolo grande protagonista di questa storia, un ragazzino: Jun. Lui e sua madre sono le uniche persone a parlare Taiwanese nel quartiere. Il padre si scoprirà essere nient’altro che il giapponese che aveva precedentemente salvato il protagonista. L’incontro tra Jun e Long è il cuore del film. Il lupo e l’agnello. La sequenza precedente crea uno strano effetto sullo spettatore, come se le storie dei due personaggi fossero state sovraimpresse l’una sull’altra. Entrambi sono destinati a comprendersi e ad appartenersi.

Long come un animale ferito ha come prima reazione quella di mostrare il coltello, sì lo stesso coltello che, con un’amara ironia, appartiene al padre del bambino. Jun invece per prima cosa porta delle medicine all’uomo e simbolicamente una maglia che recita la scritta “Love”.

Anche solo con questa scena si potrebbe concludere il film. Con questo gesto il regista ci sta dichiarando e anche con una certa sfrontatezza il senso dell’opera: è l’amore l’unica energia che può salvare una vita. Il bambino mette in moto la salvezza di Long, un sicario temibile, un uomo che sembrava non aver bisogno di niente e nessuno. I Due sono emarginati, persone invisibili che si guardano reciprocamente, senza ipocrisie.

Riuniti attorno a un focolare

In questo quartiere Long cucina inizialmente piatti poveri, semplici per sé e per il bambino che, lasciato costantemente solo, non sa come farsi da mangiare. Poi cucina per un anziano che vive li vicino e che fatica ad essere autosufficiente. Lentamente l’intero quartiere è attirato dalle sue capacità e inizia a “vedere” Long e il bambino.

Il quartiere è composto da poche persone, uomini e donne semplici, poveri, buoni. La manualità di Long diventa il collante sul quale questa piccola comunità si aggrega. Un focolare caldo che dà ristoro fisico e umano agli abitanti. Long non parla mai direttamente con loro – come potrebbe senza sapere la lingua? – eppure l’autore ci racconta di quanto, a volte, le parole siano superflue per creare degli autentici legami.

È qui che possiamo osservare la trasformazione del personaggio. Il coltello l’oggetto che rappresenta la morte e l’attività da sicario, mantiene la sua accezione di oggetto del dovere, ma allo stesso tempo si trasforma. Il coltello diventa lo strumento tramite il quale avviene la preparazione del cibo. Il nutrimento fondamentale che non è solo il carburante per le reazioni chimiche che ci mantengono in vita, ma è il ristoro che mantiene viva l’anima del quartiere. L’oggetto di morte che diventa strumento di vita. Un personaggio freddo silenzioso e oscuro che diventa il guardiano di un piccolo focolare caldo, chiassoso e luminoso.

La società che Sabu ci descrive è una piccola utopia. Un villaggio dove persone con caratteri, professioni, nazionalità e passati differenti riescono a convivere in sincera armonia. Uomini e donne, anziani e bambini ognuno nel rispetto della propria unicità porta qualcosa alla causa. La metafora perfetta che ci racconta questa visione è la costruzione del carretto che permette a Long di lavorare facendo street food. Gli altri personaggi non hanno letteralmente mai parlato con Long, non hanno un qualche interesse economico o personale, l’unico loro intento è ricambiare l’uomo per la sua cucina. Ancora una volta è la semplicità che rende poetico il film.

Il dramma di Lily

La favola che abbiamo visto avverarsi è tuttavia spezzata da un personaggio estremamente drammatico: Lily, la madre del ragazzino. Long, una volta rimessosi in sesto, viene portato a casa dal ragazzino. L’uomo capisce subito che la donna è un eroinomane.

Sappiamo che Long conosce il mondo oscuro della donna, ma non prova pietà per lei nemmeno per un secondo. Le mette la testa nell’acqua gelata per farla riprendere e la lega in modo che non possa muoversi. Il bambino ha paura, non vuole che venga fatto del male a sua madre, è troppo piccolo per capire cosa sia la dipendenza dalla droga, è arrabbiato con Long. Eppure nonostante le suppliche decide di non liberare sua madre, in qualche modo intuisce che le “medicine” che lei lo manda a prendere non le fanno bene. È un bambino cresciuto troppo in fretta e il suo istinto lo spinge a fidarsi di quell’uomo. Nella risolutezza di Long si avverte la sua rabbia, che deriva dall’incapacità della donna di prendersi cura del figlio, dalla debolezza, un lusso che non ci si può permettere in un mondo di violenza.

Da qui comincia il lento e faticoso percorso della donna per ravvedersi. Ne scopriamo il passato. Anche lei, come Long è un’immigrata Taiwanese, che era una prostituta e lavorava per la Yakuza. Assistiamo alla storia d’amore tra lei e l’uomo che ha salvato Long a inizio film. In breve tempo viviamo gioie e dolori di questa donna poco più che ragazza, le esperienze traumatiche di chi vive nei bassifondi senza la forza per poter dominare. La dipendenza dalla droga non era altro che uno strumento utilizzato da un capetto della criminalità locale per tenerla ai propri servigi. Alla fine, Lily era stata dimenticata, come un giocattolo vecchio, e abbandonata al proprio destino.

Non c’è vittimismo nel film di Sabu la strada di Lily è costellata di errori e scelte personali difficili. Ed è proprio per questo che apprezziamo il lavoro che fa su se stessa. Perché è il duro lavoro che alla fine premia. Il sacrificio diventa il mezzo tramite il quale si ottiene l’automiglioramento: Long con il suo lavoro da fast food e Lily col suo processo di disintossicazione. Non ci sono grandi gesti, solo il valore della quotidianità.

Il film anche in questo caso decide di prendere una strada propria. Lily è un personaggio che non incarna ne la donzella in difficoltà, né lo stereotipo di eroe femminile che supera qualsiasi ostacolo solo perché protetta dal vessillo del femminismo che va tanto di moda oggi. L’autore ci descrive un mondo in cui la donna è mercificata per le sue caratteristiche. I criminali creati da Sabu sfruttano qualsiasi mezzo pur di mantenere il loro potere e il controllo. E sono molto astuti e spietati sia nel creare un clima di paura che di sicurezza, si tratti di usare la forza bruta o di sfruttare la situazione di maternità di Lily come un ricatto. L’autore riesce a rappresentare così la stortura di un mondo maschilista che è attratto dalla figura femminile, anzi ne è dipendente. Il rapporto uomo-donna è corrotto dalla violenza e dalla dominazione. L’unico modo per spezzare questa ripugnante spirale è l’amore inteso come l’impegno quotidiano nel volerci prendere cura l’uno dell’altro come famiglia e come società.

Nel finale tutto precipita. I mafiosi si accorgono di Long. L’aguzzino di Lily ricompare e decide che, come se fosse un giocattolo, vuole impadronirsi nuovamente di lei. Si fa a trovare a casa sua, le impedisce di fuggire, la umilia stuprandola e drogandola. La priva della nuova libertà così faticosamente conquistata. Per la seconda volta, la forza è qualcosa di assolutamente necessario per sopravvivere e non tutti ne sono provvisti. La felicità sen è andata e non ritornerà.

La donna, ormai svuotata da ogni tipo di speranza, schiacciata dal danno psicologico subito e dalla consapevolezza di non avere la forza di uscire nuovamente dalla dipendenza, si toglie la vita. Long trova la madre di Jun appesa in casa sua. All’esterno lo aspetta l’intera gang.

Epilogo: rompere il silenzio

L’animo guerriero dell’uomo è ora senza freni. Di fronte alle persone che ha imparato ad amare, Long mostra la vera natura del proprio coltello. Il film si riscuote e si ritrasforma, Long elimina ogni singolo membro della banda, armato di coltello e della propria furia omicida. Ed è in questo momento che Long perde la su utopia. Rivelando il lato più oscuro della propria anima il protagonista rompe la fiducia con i propri amici. Non può più stare lì, non appartiene a quel mondo. Un lupo travestito da agnello rimane un lupo. È un omicida.

Ma non è finita. Il film si conclude a qualche mese di distanza. L’intera comunità è a Taiwan, sono venuti per Long. In fondo il rapporto di fiducia tra loro è rotto, il carretto dello street food è stato distrutto dai mafiosi, la madre del bambino è morta: tutto sembrava finito. Eppure qualcosa di ancora reale e forte è rimasto incontaminato. L’amore e l’affetto reciproco che queste persone provano l’uno per l’altro. L’amore che è il fondamentale legame che collega gli esseri umani. Quell’amore provato dai due genitori, che viene incarnato dal bambino e che quindi è sopravvissuto. Quell’amore che ha salvato e curato Long nel vicolo. Quel calore umano che infine riesce a sciogliere il nostro personaggio così freddo e silenzioso.

L’urlo finale di lacrime e commozione che nasconde il doloroso piacere dell’essere amati, finalmente rompe i silenzi, le battute accennate, il ticchettio della lama sul tagliere.

Mr. Long è un film che ci racconta di moltissime cose, ricco di idee e intuizioni intelligenti, un film che fa dell’equilibrio la sua forza, che sfrutta il silenzio dei personaggi per far emergere una storia potente e coinvolgente, che si prende i suoi tempi, e non si nega alcuni sprazzi di follia e originalità. Un film che non ha paura di essere semplice e non per questo banale. Ogni scelta è giusta e forte. Questo grazie al fatto che il regista ha sempre in mano il fuoco del film. Un messaggio di speranza. Una luce che splende di più quando attorno è buio. L’amore non viene trattato come un argomento frivolo o superficiale, ma messo a nudo per quello che è: un’impegno silenzioso, quotidiano e, proprio per questo, prezioso.

https://www.intermezzorivista.it/