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Musica elettronica, limiti e potenzialità

Se il Novecento è stato il secolo più fertile in merito a quantità e varietà della produzione musicale lo è stato anche grazie allo sviluppo di nuove tecnologie. Alla musica elettronica si devono tutt’oggi le principali innovazioni in questo ambito, ma non solo. Essendo riuscita a contaminare ogni genere di musica popolare, non senza riserve è arrivata a rivoluzionare l’idea stessa di canzone. Per questi motivi ha senso oggi interrogarsi circa i rispettivi limiti e potenzialità.

Giorgio Moroder, inventore della disco dance nonché pioniere dell’elettronica (fonte: thevision.com)

Nascita e diffusione della musica elettronica

Innanzitutto, con musica elettronica si intende tutta quella musica prodotta o modificata attraverso l’uso di strumentazioni elettroniche. Ci riferiamo qui anche alle versioni “elettriche” di alcuni strumenti tradizionali come la chitarra, il pianoforte o la batteria (anche se sussistono perplessità circa tale definizione).

Le prime scoperte tecnologiche, avvenute in realtà già a partire da metà Ottocento con il fonografo, permettono di registrare, riprodurre e modificare per la prima volta i suoni. La prima vera rivoluzione è però la diffusione degli studi di registrazione che cambia, soprattutto a partire dagli anni Quaranta, l’immaginario di canzone, che diviene traccia registrata (anche grazie alle radio). Mentre normalmente ogni performance è a sé stante, in quanto dipende da particolari condizioni dell’artista che ne possono mutare l’intenzione, la velocità di esecuzione e così via, ora un brano ha una sua versione “standard”, quella in studio. Inoltre, d’ora in poi una canzone potrà essere riprodotta molte volte senza subire alcun tipo di variazione, oppure essere ascoltata dall’altra parte del mondo. O ancora, divengono possibili le esibizioni in playback.

La musica elettronica rimane tuttavia relegata a avanguardia di carattere sperimentale fino agli anni Settanta del Novecento, durante i quali vengono create le prime unità ritmiche quali le batterie elettroniche, in grado di riprodurre suoni percussivi. In questi anni si affermano, anche nelle performance dal vivo, i sintetizzatori, che vedranno il loro maggior successo nel decennio seguente. Insomma, la musica elettronica approda finalmente tra i generi popolari, contaminandoli. Nascono così nuovi generi, soprattutto da ballo, come la disco music elettronica di Giorgio Moroder (fine anni Settanta), la house e la techno (anni Novanta), che determineranno la nascita e la fortuna della professione di Disc Jokey. Alcuni gruppi come gli Jamiroquai (acid jazz) e i Depeche Mode (synth pop), poi, contribuiscono in questi anni a portare alcuni di questi nuovi generi al successo internazionale.

La svolta decisiva si ha però negli anni Duemila, quando vengono migliorati i software per la produzione musicale. I sequencers, questo il loro nome, sono i programmi attraverso i quali è possibile creare qualunque traccia. Sono sufficienti una buona (anche magistrale, a seconda della competenza) conoscenza della teoria musicale e del programma in questione, e tanta creatività – oltre alla costosa attrezzatura, si intenda. Si approda dunque in una nuova era, nella quale in linea teorica le competenze tecniche (ciò che comunemente si intende per “saper cantare” e “saper suonare”), per un artista, sono superflue. L’autotune intona le note per il cantante, mentre ogni linea melodica e ritmica può essere ricreata in maniera completamente digitale. Così il ruolo di maggior peso e prestigio, più che al cantante, all’autore o al musicista, spetta al DJ Producer, la figura professionale competente in questo campo. Il che, se da un lato determina la fortuna di una professione, per un altro verso ne subordina delle altre.

La “morte” dell’acustico?

Come dicevamo, attraverso i sequencers è possibile ricreare qualunque suono, di qualunque strumento, oltre crearne di nuovi, in modo digitale. Per fare un esempio, anziché il batterista, l’uomo diviene il tramite che imposta sulla macchina pc la ritmica. Il suono è per così dire prodotto da una macchina e non dall’uomo; infatti è “perfetto”, nel senso che una ritmica impostata in modo simile è infallibile appunto perché è determinata direttamente da una legge matematica, laddove anche il miglior batterista peccherebbe inevitabilmente di imprecisione.

Ci si potrebbe chiedere se non si profili a questo punto una disumanizzazione della produzione musicale. La questione va guardata però da un punto di vista differente. La musica è strettamente legata alle nostre emozioni, cioè a quelle provate da chi esegue e – si badi bene – da chi ascolta. In questo caso le emozioni giocano tutte a favore del fruitore: un suono elettronico gli suggerisce una situazione “artificiale”, mentre all’opposto quello acustico una “naturale”; che diviene chiaro se pensiamo alle colonne sonore dei videogiochi o a quelle dei documentari naturali.

Per ultimo, è giusto chiedersi se siamo giunti davvero al dominio della musica elettronica su quella acustica e della musica in studio su quella dal vivo. La risposta è negativa: complice anche la pirateria, con l’era digitale l’industria discografica è entrata in un periodo di crisi delle vendite, per cui oggi sono piuttosto le esibizioni dal vivo a fare cassa. L’artista di oggi non può dunque davvero fare a meno delle competenze che gli sono sempre state richieste: talento, conoscenze, originalità e impegno rimangono requisiti fondamentali, ai quali si aggiunge però la costruzione di un’immagine o il più delle volte di un vero e proprio personaggio, espediente fondamentale ai fini della riconoscibilità in un mercato a tal punto saturo.

Il paradigma Daft Punk

A conferma di queste considerazioni possiamo citare il percorso artistico tracciato negli ultimi anni del duo francese Daft Punk con i lavori Human after all (2005) e Random Access Memories (2013). Il primo lavoro è complessivamente caratterizzato da ritmi frenetici e da una forte ripetitività che rispecchiano l’alienazione dell’uomo contemporaneo. Esemplare in questo senso la traccia Technologic, il cui testo si costituisce di forme imperative giustapposte di termini quotidiani, che tanto fanno somigliare l’uomo a una macchina: Buy it, use it, break it, fix it,Trash it, change it, mail, upgrade it  (Compralo, usalo, rompilo, riparalo, buttalo, cambialo, fondilo, aggiornalo). Con l’ultimo lavoro, invece, assistiamo a un “ritorno all’acustico” del duo, che ben si accompagna a un disco emozionale di questo tipo. Qui dominano le sonorità funk, ma sono presenti vari influssi, dal jazz alla musica classica al soul e si avvale anche della collaborazione di alcune grandi voci, come quella di Pharrel Williams nella famosissima Get Lucky, che racconta una vicenda tutta umana: She’s up all night to get fun/ I’m up all night to get lucky (Lei resta sveglia tutta la notte per divertirsi/ Io resto sveglio tutta la notte per fare sesso).

 

https://xl.repubblica.it/articoli/daft-punk-random-access-memories/2919/ https://auralcrave.com/2016/06/15/breve-storia-della-musica-elettronica/ intermezzorivista.it

lauracolombi

Pubblicato da lauracolombi

Lodi, 1999. Emotiva da sempre, nonché appassionata di lettere e musica, si iscrive infine alla facoltà di Lettere Moderne presso l'Università Statale di Milano, dove collabora con il giornale universitario. Onnivora musicale, studia canto da diversi anni sperimentando vari generi, anche attivamente esibendosi dal vivo nel suo territorio. Fan del “club 27”, annovera tra i suoi principali riferimenti Amy Winehouse, tra le più grandi cantautrici del secolo corrente, di cui apprezza in particolare l’eccezionale eclettismo.