NAYANAMA, I – नयनम – Intervista a Mario Famularo


C.R.: Anzitutto, caro Mario, ti ringraziamo di essere nostro ospite. Avremmo piacere di sapere “quando e come” è iniziato questo cammino nella poesia: le ragioni di allora, le circostanze di oggi e – perché no – anche i motivi di domani. 

M.F.: Grazie a voi per l’invito e l’interessamento. Ho scoperto la poesia un po’ per caso, quando a tredici anni mi sono trovato a sfogliare un’antologia di Ruben Darìo (proveniva da una collana che usciva in edicola, di quelle che i genitori acquistavano credendo potessero tornare utili per le ricerche scolastiche) e ho avvertito una forte risonanza con un suo notturno. Quel giorno mi sono reso conto di come poche e precise parole fossero in grado di racchiudere e ritrasmettere una stringente e concentrata quantità di senso ed immagini. Ve lo faccio leggere:

Voi che avete ascoltato il cuore della notte,
voi che nell’ostinata insonnia avete udito
un chiudersi di porte, il risuonare di un cocchio
lontano, un’eco vaga, un leggero rumore:

in quegli istanti di silenzio misterioso,
quando dal loro carcere sorgono i dimenticati,
nell’ora dei morti, nell’ora del riposo,
leggerete questi versi ricolmi d’amarezza.

Come in un vaso verso in essi i miei dolori
e i lontani ricordi e le disgrazie funeste,
e le nostalgie del mio spirito, ebbro di fiori,
e la pena del mio cuore, triste di feste.

E il dolore di non essere quello che avrei potuto,
la perdita del regno che mi era destinato,
il pensiero che per un attimo potevo non esser nato,

e il sogno ch’è la mia vita dacché nacqui!

Tutto questo giunge in mezzo al silenzio profondo
in cui la notte avvolge la terrena illusione
e sento come un’eco del cuore del mondo
che penetra e commuove il mio cuore in ascolto.

Ruben Dario – Notturno

Sintagmi come triste di feste o ebbro di fiori, versi come e il sogno ch’è la mia vita dacché nacqui o il pensiero che per un attimo potevo non esser nato, mi hanno accompagnato per anni e restano ancora oggi parte di me, al di là del gusto personale o della formazione. Fu un vero e proprio riconoscimento, un’elezione, un trovare sulla carta sensazioni fino a quel momento oscure, innominate: è questo uno dei privilegi della parola poetica.
Mi chiedi quali siano state le ragioni, e io ti ho parlato delle circostanze – se vogliamo, le cause; da quel momento, e con una certa costanza, la poesia è stata un interesse, una passione, una lingua straniera da apprendere, coltivata con dedizione, studio, attenzione. Oggi potrei dire che è quasi un’abitudine, una casa: so di poter trovare in alcuni autori o nei loro versi un luogo familiare e intimo, una dimensione di pienezza.
Sui motivi del domani, non saprei dirti, finché resta un’aspettativa e una possibilità: ma posso dirti che, al momento, sono proiettato sulla traduzione di alcune opere ancora non pubblicate in lingua italiana.

C.R.: Leggendo le tue opere non si può dire che non vi sia dello studio (da intendersi anche nel senso etimologico). Chi furono i didatti? Quali gli oracoli?

M.F.: Certamente c’è stata una lettura costante, nel corso degli anni, di molti autori e di molte opere, lettura che continua quotidianamente. Nei primi anni si trattava di un’esperienza impulsiva, affamata; ho poi cercato di comprendere gli strumenti direttamente deducendoli dai testi, analizzandoli meticolosamente dal punto di vista formale, ritmico, retorico, contenutistico, anche con l’ausilio di manuali teorici. Da ragazzino mi appassionai molto ad autori come William Blake, Paul Verlaine, e a molta poesia francese ed anglosassone; è stato poi il momento di quella italiana, in particolare dei secoli XVII e XVIII: ho molto amato la poesia barocca e neoclassica, la cura estetica e ritmica di autori come il Monti, il Parini, il Marino. Anche i classici latini e greci sono un riferimento fondante per me, penso in particolar modo ad Orazio. Lo studio del primo e secondo novecento, e della contemporaneità poetica nazionale e internazionale, è stato successivo: non credo sarei mai stato in grado di apprezzarlo direttamente, senza il filtro della parabola storica. Potrei fare una lunga sequela di nomi importanti per la mia esperienza di lettore, passando per i celebri e necessari Ungaretti, Pavese, Giudici o Fortini, ma anche da Valerio Magrelli, Mario Ramous, Bàrberi Squarotti. Negli ultimi anni sono stati autori come Rainer Maria Rilke e Paul Éluard, insieme alla poesia orientale e giapponese in particolare, sia storica che recente, ad essere, per quel che mi riguarda, di grande rilievo umano e poetico.

C.R.: Nell’evidenza dei fatti, dalle tue opere emergono e un senso tanatologico inevitabile, e una fascinazione cordiale verso le cose così come sono – senza conservanti. Puoi dirci di più?

Un senso tanatologico inevitabile, dici – la morte è un fatto evitabile? Ogni fenomeno porta in sé i segni della propria estinzione, recita il Sutra del Loto, e questa è una caratteristica intima di ogni cosa che ci circonda, è così che le cose sono: è la loro provvisorietà a renderle contemporaneamente fragili e preziose, e di una bellezza commovente e terribile. L’unica bellezza possibile, del resto, è per l’estetica giapponese impermanente, imperfetta ed incompleta.
Dire di più? Onestamente credo che, semplificando fin quasi alla banalità, la poesia raggiunga i propri vertici quando riesce ad affrontare direttamente e in modo autentico e sincero la morte e/o l’amore. L’interazione tra questi due elementi, poi, è capace di spingere la parola a dei cortocircuiti altissimi, in termini di “poeticità” (se mi si passa il termine, altrimenti sostituitelo con espressività, per quanto impreciso): penso alla morte dell’amore, e all’amore per la morte (“Dalla morte dell’amore / nasce l’amore per la morte”, scriveva Luis Eduardo Aute, e la stessa tremenda compartecipazione verso il mondo di Rilke passa dalla testimonianza dell’orrore e della rovina delle sue opere giovanili, penso ai racconti brevi di Totentanz) – gli esempi storici si sprecherebbero, e ad essere onesto anche quelli recenti.

C.R.: La tua voce si distingue nel panorama poetico che possiamo assumere come leggibile per quel nobilitante – seppur cinico – disincanto che investe di dubbi la stessa liceità della scrittura. Quale potrebbe essere la ragione di questa pacata immobilità?

M.F.: “La parola è l’inganno”, avevo scritto ne L’incoscienza del letargo, e quella poetica non è da meno. Inganno che non è un “imbroglio”, sia chiaro, ma l’essere in game, in un gioco che sottintende delle regole, che necessariamente si pone degli obiettivi, i quali, soddisfatti, realizzano una vittoria o una sconfitta, spesso anche in situazioni competitive o conflittuali; anche illudere ha lo stesso etimo (da in e ludus), e cosa resta quando si esce dal gioco? La delusione – che buffamente in inglese ha opposto significato: è una illusione, un’allucinazione, anche patologica. Un gesto è istantaneo, non ha bisogno di tutte queste sovrastrutture etimologiche e semantiche e – allo stesso tempo – è quasi impossibile da imprigionare nei sintagmi della nominazione, se non per approssimazione o contrasto oppositivo, negativo (“la parola è nata piuttosto come necessità di esprimere la menzogna – il “negativo”, appunto – che come volontà di partecipare la scoperta, il sospetto di una verità”, scriveva Mario Ramous in “Registro 1971”). Il gesto e l’azione restano insostituibili e appena “narrabili” – meno ancora che nominabili. La narrazione è poi il primo sintomo di una deformazione della realtà – e mi potresti chiedere: allora perché scrivere? Innanzi tutto per evidenziare i limiti e l’insufficienza del linguaggio, e per converso le sue qualità: ridimensionare la parola è poi un modo per fare risaltare la supremazia del gesto, per indicare il reale oltre la parola che ne tenta un imprigionamento nominativo.

C.R.: Nella progressiva evanescenza della realtà, ed alla luce del vivo contenuto delle tue opere, si potrebbe speculare che nei tuoi intenti vi sia la necessità di universalizzare le sorti della vita, assolutizzandola e incardinandone la matrice in un sistema pessimistico di origine Leopardiana. Ebbene, è così?

M.F.: Pessimistico, dici? Dire che moriremo tutti, per semplificare, non credo sia pessimismo, ma è riscontrare una realtà oggettiva e incontestabile; chi lo evidenzia senza troppi orpelli non credo voglia né “assolutizzare le sorti della vita” (che sono già piuttosto definite di per sé, per una questione prettamente biologica, fisica, chimica) né abbandonarsi a un impianto di pensiero “pessimistico” (anche sul cd. pessimismo leopardiano ci sarebbe molto da dire; fortunatamente negli ultimi anni è stato messo in discussione).
Al contrario: la poesia ha il dovere di mettere a nudo la realtà, anche con i suoi lati più dolorosi e spigolosi, che si preferisce far macerare nel non detto e nel sottaciuto, nell’eufemismo di circostanza. Ciò è necessario proprio per perimetrare – ed apprezzare senza distrazioni o deformazioni – il tempo che ci è concesso e i rari momenti di gioia piena che lo attraversano, senza sottovalutarli né sopravvalutarli. In sintesi, per me dire “domani potresti morire”, più che essere un invito al pessimismo vuole significare “dovresti concentrarti sull’ora, perché sparirà in fretta e potresti non averlo apprezzato davvero”. Intelligenti pauca.

C.R.: Ci spieghi questo verso: “e se poi, figlio, si rivela falso?”

M.F.: Quel verso è una citazione dello shakespeariano “how if it be false, son?” tratto dal Racconto d’inverno, inserito in un contesto diverso, nel testo di apertura di Favete linguis. Le strofe che lo anticipano recitano: “le cose che non nomini / e non vedi / non esistono” e “gli oggetti e le creature / per un tratto / si distinguono”. La prima a significare che la nominazione e la testimonianza attraverso la percezione sensoriale (e visiva, in particolare) danno dignità di esistenza alle cose, la seconda a significare che l’inorganico e l’organico, ciò che è inanimato e ciò che è vivente, per un tratto, pur breve (quello dell’esistenza, appunto), si distinguono, sono differenti.
Ed ecco il dubbio: e se poi si rivela falso? se così non fosse? Da questo dubbio nasce un po’ il leitmotiv del libro, che si snoda fino alla fine della raccolta: “annega la parola / sotto il peso della mano || e nel suo soffocare / riconosci / l’essenziale”. Si parlava di rapporto tra nominazione e gesto, appunto.

C.R.: Dato l’omaggio floreale intessuto nelle opere, avremmo piacere di sapere “il quando” della tua poesia. In che momento a tuo dire sono integrati i requisiti per cui si scrive?

M.F.: I fiori, a proposito di Leopardi che hai citato prima, sono per me un simbolo molto forte di esistenza dignitosa e in armonia con il mondo, senza molti dei vizi e dei limiti tipicamente “umani”: “un fiore è disumano / ma molto più / terrestre”, ed è proprio quel rapporto intimo con la terra, insieme ai loro connotati di bellezza assolutamente fragile e provvisoria, a renderli così potenti, così tremendi. Vi sarebbero poi innumerevoli altre implicazioni simboliche provenienti dalla tradizione classica e orientale (basti pensare ai fiori di ciliegio in Giappone, o ai significati dell’ideogramma hana), ma veniamo alla domanda in quanto tale: “il quando”.
Non esiste un quando specifico, banalmente potrei dirti che scrivo quando un testo è “pronto”, essendo operazione prettamente materiale; le singole parole ed immagini, i versi, le espressioni, spesso per un periodo più o meno lungo (che va da pochi giorni a settimane, a volte mesi) restano nella mia testa, dove vengono limate, sostituite, cancellate fino a quando non sento che può valere la pena di annotarle, se resistono. Non è stato sempre questo il modus, ma nel corso degli anni molte operazioni che prima avvenivano su block notes o quaderni ormai restano in testa; sarà anche perché la sottrazione si è fatta più accentuata. Poi alcuni testi hanno la loro particolare elaborazione, ma non ti posso dire certamente “scrivo la sera”, o “scrivo in questo determinato luogo o momento”, semplicemente perché non è così.

C.R.: All’altezza di queste domande, possiamo denotare che la tua poesia non vale come contrapposizione all’imperfezione della vita. In che modo il silenzio ed il vociare dell’esistenza si possono – se possibile – armonizzare? Come superare questa contraddizione?

M.F.: La poesia non deve consolare, né raccontare favole: come ti ho detto prima, l’unica bellezza possibile è imperfetta, incompleta ed impermanente, quindi contrapporsi all’imperfezione è una forma di mistificazione, è un proporre una realtà alternativa inesistente, procedimento tanto caro alla cultura occidentale quanto pericoloso. Riuscire invece a subire, essere visceralmente partecipi e ritrasmettere questa bellezza senza che appaia come una contraddizione dolorosa, ma completa, autentica e commovente – per quanto tremenda – è operazione a mio avviso molto più onesta, molto più aderente al reale.
Per questo la contraddizione cui accenni in verità è solo apparente, come ogni dualismo cui è abituata la nostra forma mentis: il mondo è e basta, non è il palcoscenico dove si contrappongono suono e silenzio, bianco e nero, essere e non essere: questa apparente “contraddizione” si può superare subendo il mondo e le cose al punto di dimenticarsi, riuscendo ad esserlo fino al punto in cui l’io non è più (secondo l’idea dell’anatman, l’io è un convincimento illusorio, un filtro deformante, non è mai stato). Ma questo è discorso che va al di là della poesia, per quanto la parola poetica dovrebbe affrontare la realtà, e quella umana in particolare.

C.R.: Vuoi far dono a noi ed ai lettori di un tuo inedito, magari con un breve commento?

M.F.: Certamente. Ti faccio leggere un inedito che, in funzione di tutto quello che ci siamo detti, non necessita di particolari commenti, e ringrazio te per questo dialogo e la Redazione de L’Intermezzo per la gentile attenzione.

la natura è un incantesimo
crudele ed innocente

la ragione se ne cura con
deformazioni umane
sfrontato osservatore
dalla pietà colpevole

credersi persino separati
da quel quadro
al punto di riuscire ad
alterarne la misura

che misericordia

quando la parola disumano è
naturale
tutte le altre sfibrano nel soffio
dell’aurora

per subire il mondo in
quell’incanto rovinoso

bacio sensuale tra il trionfo
della vita e lo svanire di
ogni cosa


https://www.intermezzorivista.it/
https://books.google.it/books/about/L_incoscienza_del_letargo.html?id=0XH4ugEACAAJ&source=kp_book_description&redir_esc=y

Carlo Ragliani

Pubblicato da Carlo Ragliani

Carlo Ragliani (Monselice, 1992) vive a Candiana, studia presso l’ateneo ferrarese di giurisprudenza. È redattore in Laboratori Poesia. Collabora con Poetarum Silva. Altri suoi interventi critici appaiono su Nazione Indiana, pubblicato ne La radice dell’inchiostro (ArgoLibri, 2021), sul numero 100 di Atelier cartaceo, sul numero 119 de Il segnale, Menabò online. Ha pubblicato Lo stigma (ItalicpeQuod, 2019).