NAYANAMA, II – नयनम – Intervista ad Andrea Nicolato

C.R.: Caro Andrea, grazie del caffè e di avermi ospitato nel tuo atelier. Direi che si potrebbe partire dalle domande di rito, se non altro per trovare un abbrivio e fondare un inizio. Come ti sei avvicinato a quest’arte? Quale la ricerca? 

A.N.: Il come è semplice: è qualcosa che mi è stato trasmesso da mia madre, e dai miei genitori. Ho disegnato sempre, ma fino ai venti anni non ho mai toccato un pennello. Assurdo, ma è la verità. Mi sono avvicinato grazie al mio percorso di studi: ero convinto di voler fare l’illustratore. Caso volle che, facendo questo, mi sono accorto di non avere interesse in quel che dicesse il mio prossimo: avevo bisogno di dire ciò che volevo.

La pittura è stata la più grande scoperta della mia vita, ma in verità non l’ho scoperta: io ho scoperto le consistenze del colore. Il disegno è bidimensionale, e ti permette tante cose – ma te ne nega altrettante. In più non ho mai disegnato: ho sempre dipinto. Anche quando disegnavo, non ero mai soddisfatto perché la mia linea non è mai stata pulita. Continuavo a sovrapporre, reiteravo: mancava la consistenza, e questo è ciò che mi ha portato al colore. Il colore è irrazionale, ma è cosa che ho dovuto affrontare in seguito. Non che non colorassi, ma ho capito il colore poi – successivamente.

Ti dirò: non so cosa mi abbia spinto, ma non è un solo motivo, ma non è una necessità espressiva, né è una necessità individuale. In fondo, perché respiri? Non è una scelta. La scelta sta nell’ostinazione, è nel costringersi a farlo.

Io credo che il talento non esista. O meglio, il talento è un insieme di cose. In fondo, chiunque può dipingere perché chiunque ha dei sentimenti. La differenza è la costanza con cui lo fai, e se hai qualcosa da dire. Non tutti hanno qualcosa da dire, questa è la differenza.

C.R.: Forse le parole che potrei usare non saranno le più consone al dialogo con un artista figurativo, ma non si può ignorare che il grido muto di ogni tuo dipinto si dipani da un perché fondamentale. Dicci di più: perché la manipolazione della realtà fisica piuttosto che la definizione con le parole?   

A.N.: Perché se io potessi dirti davvero quel che sento e penso, lo farei con le parole. Ciò a cui aspiro è smuovere qualcosa, e non posso farlo a parole. Non ci sono le parole. In fondo la pittura, come l’arte in generale, non è che una serie di linguaggi: ma dipingere è un linguaggio di una lingua che non si parla. Ciò che vorrei dire potrebbe essere fraintendibile, se usassi le parole. Ma la pittura no. E io ho bisogno di toccare per dire.  

C.R.: Intensificando lo sguardo nelle opere si può denotare una sorta di istintiva caparbietà, ed una ripetizione maniacale nelle forme e nelle sostanze che però sembra intesa da un lato verso l’astrazione estensiva, dall’altro verso la composizione del simbolo più esoterico. Come percepisci questa domanda?  

A.N.: Questo è un problema legato alla nostra epoca, una necessità del nostro secolo e di ciò che viviamo ogni giorno. E, se posso dirti, io credo di vivere già fuori dal tempo. O in un modo che non è “nostro”. Magari in un modo antiquato [ride, n.d.r.], come se la percezione del mondo e delle cose fosse qualcosa di anziano in me. Vado verso l’astratto perché la realtà non basta, non mi basta. Non come la vedo, o come la vediamo. Non basta spiegare per esprimere ciò che vorrei provocare nell’osservatore.

Parlando di estetica, te la faccio io una domanda: qual è stato l’evento storico che ha cambiato la percezione della pittura? La fotografia. Con la fotografia si può rappresentare il reale, sicuramente in modo migliore e sicuramente con più precisione. Ma mi interessa questo? Ho bisogno di rappresentare la realtà? Le persone hanno bisogno della realtà, così com’è? Per questo non mi basta la figura. Ho avuto periodi di figurativo, mi sono esercitato molto e mi ci sono impegnato a lungo, ma la figura come l’ho appresa – in maniera naturalistica – non mi è sufficiente.

La verità è che io non so cosa faccio mentre dipingo: però prima di farlo, ci penso un mese, due mesi. Tutta la mia vita l’ho passata così: ogni giorno, ogni notte… Non è divertente, non è una cosa che ti rende felice. Ma l’arte è vita: se non vivo, non dipingo. E più vai a fondo in te, più vai a fondo negli altri, e quindi puoi porre più domande a te, ed agli. Ti do la mia definizione di arte, o meglio, di opera d’arte: arte è quel che, quando lo senti e lo vedi – a seconda della materia – riesce a suscitare quesiti ai quali non hai risposta. Ed al contempo ti permette di accettare di non averne.

C.R.: Il soggetto rappresentato, secondo te, ha ragione di esistere anche al di fuori della tela? Quanto della realtà quotidiana, con il suo tormento, si fissa nel lavoro sul cavalletto? Sarà forse un’impressione strettamente personale, ma si percepisce una certa marzialità nella tua pittura. Consideri questa suggestione vera?

A.N.: Sì che può vivere fuori: il soggetto è la vita stessa! Certo che ha ragione di esserci fuori! Ma… quale vita ha ragione di esistere fuori della tela? [sorride, n.d.r.] Tutto il vivere con il suo strazio si fissa sul cavalletto, ed è tutto perché – come ti dico – è la vita. Io mi analizzo nelle mie opere, io vivo delle mie opere e vivo le mie opere.

Alla fine rincorro una certa sensazione: io vorrei che chiunque guardi la mia pittura o il mio artefatto – qualora la pittura non mi basti più, chi lo sa – si commuova. E pianga, senza un motivo. Io rincorro questo sentimento – e non è la sofferenza e basta, eh! – rincorro la sofferenza dell’essere umano. Rincorro il sacro, davvero. Il mio obiettivo, che è vergognoso quasi da dire (e non perché le altre ambizioni non siano valide) è proprio quella di riuscire a far piangere chi osserva un mio dipinto. Immotivatamente. Di distruggergli ogni certezza, e lasciare che si abbandoni a ciò che ho fatto.

C.R.: Sempre rimanendo nella natura “simbolica ed astratta” del tuo lavoro, la prossima domanda riguarda le opere già fatte. Parliamo del ciclo “Archetipo”: perché un viso? Avrei piacere di riproporre la stessa domanda nei confronti di un altro ciclo: perché “Prometeo”?

A.N.: Nella storia di sempre non puoi non notare che ogni pittore dipinga sempre sé stesso. Specialmente nel ritratto. Guarda Rembrandt, oppure Tiziano, Rubens, Soutine, Modigliani, Bacon, Giacometti, e tutti gli altri “grandi”: tutti dipingono sé stessi. Il ritratto è un’ancora: quando non hai più niente, e quando non sai cosa dire, il ritratto c’è sempre. Perché alla fine sei tu. [sorride, n.d.r.].

In fondo anche ora sto facendo dei ritratti, perché continuo a cercare una forma. E quindi in quale forma, e come la figura potesse vivere nello spazio, riflessione strettamente connessa al mio modo di vivere nel mio spazio e nel mondo che mi circonda.

Prometeo è stato un tema del mio docente di allora, che ritengo essere il mio maestro, in tutti i sensi – perché mi ha insegnato la pittura, e a leggerla. Chiese di affrontare un tema, fare qualcosa che non fossero i miei ritratti assurdi. Sono andato a rileggere i miti, alla ricerca di qualcosa collegata alla nostra cultura. Noi abbiamo radici greche in tutto, soprattutto nell’estetica, c’è poco da fare. Ho provato con il mito di Leda, ma non avevo riferimenti. Un po’ come Rotcho, e l’ho scoperto dopo! [ride, n.d.r.] Lì mi son chiesto “cosa voglio dare davvero agli altri su cui riflettere?”. La ragione di Prometeo è nel suo racconto. Si spiega da solo.  

C.R.: Estendendo lo sguardo alla tua capacità artistica globale, come ti poni rispetto alla tradizione? Accademia, o istinto? Quali furono i didatti, e quale la porta ove bussare?

A.N.: Esiste l’istinto, ma non esiste il caso. Non si vede magari nel mio lavoro, ma la tradizione è fondamentale. Sarebbe come chiedersi: “chi sei, in questo momento della tua vita?”. La tua risposta sarà “ciò che hai vissuto finora”. Lo stesso vale per la pittura. La tradizione è questo: come si è arrivati ad un certo punto – come in questo percoso siano cambiati il mondo, e la percezione dello stesso.

I maestri sono stati Vittorio Bustaffa, Daniela Iride Murgia, e Angelo Bussacchini. Illustratori, sì – ma pittori in realtà. Ma non so come parlare degli altri, e non voglio mancare di rispetto. Loro mi hanno insegnato a leggere ciò che faccio, ben oltre le tecniche e le pratiche.

C.R.: E fuori dalla pittura? Ci sono autori che ti hanno formato?

Certamente Nietzsche e Schopenhauer. Camus. E Sartre. Poi Dostoevskij, Ungaretti, Moravia, Goethe, Pavese, Kafka. Ma nella pittura sicuramente Barnett Newman, Kazimir Malevič, e Paul Klee.

C.R.: All’altezza di quel che hai potuto osservare, consideri il medium di quel che fai il colore, o il risultato finale?

A.N.: Il colore è la cosa più irrazionale dell’essere umano, come lo sono i sentimenti. Il colore è espressione della propria percezione del mondo. Ma il lavoro è finito quando non posso fare più di così in quell’opera. Per me il dipinto è l’insieme dei momenti, e delle scelte: questo riesce a dare al lavoro una consistenza più complessa e reale. Specialmente se lavori ad olio, perché l’olio ti costringe ad aspettare.

C.R.: Quali potrebbero essere le caratteristiche che deve integrare un artista nel 2021? E quali gli elementi della “professione” artistica?

A.N.: L’artista deve essere sincero, e non nel 2021 e basta [sorride, n.d.r.]. Sincero, ed impavido. Non deve avere paura della scelta, di prendere delle strade, e percorrerle senza sapere dove ti portano. Alla fine sono un “esistenzialista”, e il dipinto vive anche senza di me: cerco di creare immagini che parlino di sé stesse e che parlino di tutti noi, dell’essere umano.

La visione relativista di oggi ci dice che tutto possa essere supportato, sia in tesi che in antitesi, con le sue motivazioni. Quindi chiunque ha la propria verità. Ma per me la verità è una. Dio è uno, per come lo si voglia intendere. La verità è una perché siamo tutti umani, e siamo tutti vivi per compiere la nostra esperienza di vita. Quindi il relativismo esiste solo per cose futili, ma le cose “vere e fondamentali” sono inspiegabili, e non sono accessibili a tutti. Questo si deve analizzare, non la provocazione! Non quelle scemenze a cui gli artisti si appellano per giustificare il proprio lavoro! L’arte non ha bisogno di dare risposte; e non perché io non sappia dartele, o non voglia dartele – ma perché le risposte non ci è dato saperle.

C.R.: Magari preferisci lavorare da solo – e quindi potrei distrarti, ma perdonami l’indiscrezione: hai qualche “rito” che ti consenta di entrare nella pittura? Cosa senti mentre dipingi?

A.N.: A me dà fastidio se qualcuno guarda il mio pennello. Non è questione di lavorare da soli, mi infastidisco perché entreresti nella mia intimità. Finché dipingo io cerco l’assenza del pensiero: visione molto orientale, in realtà, ma il rito è il fare il rito. Molto pensiero prima, ma niente teorie mentre.

Immagino il soggetto prima, e ci metto dei mesi, ma mentre lo rappresento accetto che non sarà come l’ho immaginato. In più, cerco di non pensare mentre creo.

C.R.: Guardiamo ad esempio alle ultime opere: il ciclo delle Pietre immerge nel silenzio l’osservatore, come se l’ascolto fosse presupposto all’osservazione. La poetica di Nicolato lascia ampi silenzi, e spazi bianchi?

A.N.: Sì, ma i silenzi non sono dell’opera. Vorrei che l’osservatore avesse il silenzio per riflettere su ciò che è dentro di lui – non dentro il quadro. A questo serve il silenzio: l’opera è un tumulto di sovrapposizioni tonali, ma necessita del silenzio per lasciare che l’osservatore entri a farne parte. Bisogna lasciare silenzio per far vivere all’osservatore lo spazio del dipinto. Se non lasciassi vuoti, il dipinto sarebbe una porta chiusa; perché quando si parla di vuoti e pieni, non si parla di bianco e nero. Questi sono dei “piani”. La pietra è sia il vuoto che il pieno: dipende dall’osservatore decidere se sia piena o vuota. Ma quando si parla di pieni e vuoti si offre già una risposta: che non è poetica, ma è sostituire il grido con il tacere.

Ho scelto questo tipo di figurazione dopo un lunghissimo periodo di “silenzio”. Non ho dipinto nulla per quasi sei mesi ed ho riflettuto molto, e sofferto altrettanto, su cosa mancasse veramente in ciò che faccio. Non concepivo il soggetto come qualcosa di indispensabile ai fini delle mie scelte, ed è questo l’errore: non riuscendo a bilanciare le scelte compositive, continuavo ad avere problematiche che superavano le verità insite nel soggetto. Ho cercato di dare il cielo, la terra, l’orizzonte ad un soggetto così concreto e primitivo da non poter essere discusso. Poche informazioni, così scarne, in cui faccio vivere tutto ciò che non so. Che nessuno sa.

Ogni quadro è una sintesi del pensiero che c’è sotto: il tragico dell’esistenza.

Archetipo, Inchiostro su carta
Archetipo, Inchiostro su carta
Archetipo, Acrilico su carta
Gemelli, Acrilico su tela
Pareti di carne, Acrilico su carta
Fratture sull’acqua, Olio su tela
Prometeo, Inchiostro su carta
Prometeo, Inchiostro su carta
Pietra, Olio su tela
Pietra, Olio su tela

© Fotografia di Irene Romagnolo

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