Crea sito

NAYANAMA, III – नयनम – Intervista a Stefania Onidi

C.R.: Gentilissima Stefania, grazie per aver accettato questa intervista. Evitando “troppe parole / inutili”, direi di inserirci subito dentro l’opera: “Archivio del Bianco”. Che significato attribuisci alla parola “archivio”? E perché custodisce “il bianco”?

S.O.: Grazie a voi per l’invito.

Archiviare rientra nella pratica poetica. Si fa memoria. Si raccolgono dati esperienziali o frammenti di quotidianità per cercare di conoscere. Ci si interroga sul senso delle cose, si prova a pronunciarle. Archivio del bianco rappresenta questo tentativo: provare a dire la complessità della realtà. Da una parte ho tentato di salvare brandelli di senso e dall’altra di far emergere provvisorietà e nudità. Il libro si apre con un testo in cui dico, attraverso un’accumulazione di dati visivi ed elementi, cosa rappresenta per me (il) bianco (“della carta del silenzio della cera delle ossa della luna del latte del gelsomino della lacuna della vernice dei ghiacciai dei denti delle lenzuola delle stelle delle sclere dell’insonnia dello sperma della pillola dei battesimi del sale delle piume dell’albume della sventura della tela di Malevic” […]). Bianco reale e metaforico. Ma volevo che il colore bianco dominasse anche senza essere nominato, cercando di indurne costantemente la sensazione pagina dopo pagina. Una scelta formale precisa ha favorito questo proposito. Ho lavorato per sottrazione, nell’intento di scolpire e scavare, asciugando il più possibile il dettato linguistico, per far sì che immagine e parola potessero combaciare. Ho prediletto il verso breve, insistito con il testo frammentato, demandando alla pagina bianca il compito di completarlo, come ha evidenziato in postfazione Sergio Pasquandrea, e per salvaguardare una dose di silenzio, confine naturale della parola.

C.R.: In quel testo che può essere il la dell’opera emerge questa riga: “Si viene al mondo senza intenzione.”: Possiamo parlarne?

S.O.: Con quel testo, tra l’altro scritto per ultimo, volevo creare una scena iniziale, che stabilisse un contesto narrativo, una specie di giustificazione a tutto il libro. Quella frase, in particolare, che nelle pagine successive cerco di rafforzare con la citazione di alcuni versi di Mark Strand (“Not the life you wanted. / Not the life you had”), vorrebbe sovraesporre fragilità e complessità dell’esistenza, di cui parlavo prima. Una presa di coscienza. Trovarsi in uno scenario non scelto in cui risulta molto difficile dare un senso a ciò che si vede.

C.R.: Dal complesso delle poesie non è evitabile non rintracciare un elemento carnoso. O meglio, dall’opera emerge una parola che è foriera di una fisicità visibile, di una corporalità materica che è tutta contrita nello sforzo di donarsi. Come ti poni in ordine a questo?

S.O.: Il mio forte legame con le immagini, mi porta in questa direzione. Grazie al corpo esistiamo negli occhi degli altri. Esso ci connette col mondo, sin da piccoli ci permette di conoscerlo, di poterlo raccontare. Ci espone, ci mette in dialogo. Sta alla base della nostra comunicazione e della scrittura. Dal corpo, dunque, necessariamente si parte per andare in direzione dell’umano. In Archivio del bianco questo corpo ha una presenza sotterranea ma costante, offerto in dettaglio, intero o deformato, privo di calore “involucro sfiatato”, che, nonostante vulnerabilità, assenze e fallimenti, ritorna sempre alla sua concretezza, per farsi traccia della poesia stessa.

C.R.: Nella postfazione al libro ad opera di Sergio Pasquandrea possiamo leggere queste parole: “Ritrovo ora il libro, limato, sgrossato, rimodellato, riequilibrato, in una parola: cresciuto.”. La domanda, dunque, è questa: come percepisci il momento iniziale, l’ispirazione se è preferibile come termine, della poesia?

S.O.: Leggo, osservo e ascolto. Poesia è suoni immagini che sorprendono e si ha urgenza di scrivere. Spesso è una fiamma che si accende da ciò che vedo oppure da una parola che mi sono appuntata sulla pagina di un libro o sul cellulare. Cerco di dare alimento aggiungendo altra legna, lascio ardere, poi intervengo con metodo e disciplina. Mi do tempo. Il libro per me deve nascere attorno a un progetto. Solo dopo aver messo insieme il materiale piano piano, inizio a costruire. Ma è un processo lentissimo. Questo libro, per esempio, è nato da un’idea più o meno definita del titolo. Durante il labor limae, oltre all’intervento sui singoli testi, ho lavorato sulla struttura generale, perché potesse avere una coerenza narrativa.

C.R.: Nel materializzarsi della realtà attraverso queste pagine potremmo riflettere attorno al fatto che tu sappia preferire la poesia come il linguaggio più consono all’intimità, a quella confidenza nascosta nelle pagine. È davvero così?

S.O.: La poesia mi mette in dialogo con le parti più profonde di me stessa. È una via per l’abbandono (l’altra è la pittura, il disegno). Ritorno verso un silenzio antichissimo. 

C.R.: Usciamo dal libro, ora. Magari è una suggestione che investe un punto di vista soggettivo, però (si pensi alle tue opere figurative “Meduse”, oppure “Placenta”) si potrebbe individuare una sorta di scollatura tra la tua parola, così densa ed intrisa di sangue, e la tua pittura, così marcata sì – ma al contempo diluita nel suo disporsi sulla tela. Ebbene: è mero esperiente tecnico, escamotage stilistico, ovvero realtà oggettiva?

S.O.: I dipinti che vengono citati rappresentano solo in parte il mio mondo espressivo. Non parlerei di scollatura; i linguaggi sono diversi, spesso si contaminano, ma l’embrione è uno. La diluizione che si può percepire in pittura rispetto alla densità della parola, è dovuta spesso alla scelta di una determinata tecnica. Dipende da ciò che cerco di concretizzare. Disegno tantissimo e mi piace procedere per tentativi, cercare e sperimentare di continuo nuove modalità e tecniche espressive. La mia parola d’ordine è libertà. Mi interessa essere libera, non subire condizionamenti neppure da me stessa.

C.R.: Tra le parole di questa raccolta si intuisce un senso di maternità, un quid di protettivo e tenerissimo che si fa strada tra i muscoli e le viscere ed i tendini a strutturare l’opera. Quale potrebbe essere l’origine, la genesi se preferisci, di questo motus mundi?

S.O.: Un motus mundi che va letto in relazione a ciò che sono, alla mia identità, al mio corpo, in cui agisce una memoria ancestrale, che nutre una volontà di conciliare, di accogliere la realtà.

C.R.: Per avvicinarci alla conclusione, ci lasci con una poesia dal libro?

S.O.: Certamente. È un testo tratto dalla sezione “Campiture”, in cui cerco di intensificare la sensazione del bianco e di rafforzare la fusione tra parola e colore.

Clean

Poi si lava le mani nel lavello dello studio.
Aspetti sul lettino
di ferro e non ti rivesti
perché guardi il rubinetto il camice e il gettito
moderato dell’acqua contro il bianco
della stanza
prima delle parole. E non vuoi parole.

Da piccoli quando si ama la neve non si pensa al
freddo
si educa a questo sguardo puro
sul niente.

(Archivio del bianco, Terra d’ulivi, 2020)
Stefania Onidi, Placenta, (2019), acquerello e inchiostro su carta

https://www.intermezzorivista.it/
https://stefaniaonidi.wordpress.com/tag/stefania-onidi/

Carlo Ragliani

Pubblicato da Carlo Ragliani

Carlo Ragliani (Monselice, 1992) vive a Candiana, studia presso l’ateneo ferrarese di giurisprudenza. Alcuni suoi testi sono stati pubblicati su antologie e webzine letterarie tra cui “Inverso”, “Niedern Gasse”, “Poetarum Silva”, “Atelier” online, e tradotti in spagnolo dal Centro Cultural Tina Modotti. Ha scritto nella rubrica Icone per “Carteggi Letterari”. Scrive per “Intermezzo” e per “Poesia del nostro tempo”. È redattore in “Laboratori Poesia”. Altri suoi interventi critici appaiono su Nazione Indiana, pubblicato ne La radice dell’inchiostro (ArgoLibri, 2021), e sul numero 100 di Atelier cartaceo. Ha pubblicato Lo stigma (Italic, 2019).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.