Paolo Malaguti, «Se l’acqua ride» – Cronache di un mondo che cambia

Nella seconda metà degli anni ‘60 l’Italia vive un periodo di prosperità e di progressiva migrazione di contadini, manovali e piccoli artigiani verso la città e verso un mondo che cambia. È l’incontrastabile flusso dell’abbandono delle radici di paese, della tradizione e della saggia ignoranza di campagna. Questa radicale metamorfosi della realtà viene raccontata, attraverso lo sguardo innocente di Gambeto, da Paolo Malaguti, nel suo ultimo romanzo “Se l’acqua ride” (Einaudi), finalista al Premio Campiello 2021.

La trama

Il romanzo si focalizza sul punto di vista univoco di un narratore onnisciente, che segue la crescita e la maturazione di Gambeto, protagonista assoluto della vicenda narrata, in un lasso di tempo preciso (segnalato all’inizio di ogni capitolo) che si colloca tra l’estate del 1965 e la primavera del 1967.  Sono due anni che, apparentemente, descrivono il percorso di maturazione di un ragazzo nato e cresciuto nel comune di Battaglia Terme (nella provincia di Padova), ma il sottotesto  di carattere storico in cui l’autore ci guida, mostra il processo di accettazione, con venature amare, di tre generazioni (il nonno Caronte, il padre e il figlio Gambeto) risucchiate da una moderna “fiumana del progresso” inevitabile e inarrestabile. 

« Poche cose restavano chiare, nella sua mente: che Pellestrina è un’isola magnifica. Che il mare ti entra dentro più dei fiumi. Che, soprattutto, non avrebbe mai fatto altro nella vita: il barcaro era l’arte per la quale sentiva di essere nato »

È un mondo che cambia, quello descritto dal romanzo, mostrato attraverso un trittico generazionale, specchio di espressioni ed elaborazioni differenti nei confronti della mutevole realtà. In primo luogo troviamo, centrale e dominante, Gambeto: allegro e spensierato, ha come sogno giovanile quello di seguire le orme del nonno Caronte, per diventare anche lui un “barcaro”. La crescita e la maturazione portano, per loro stessa definizione allo scontro con una società che sta progressivamente discostandosi dai racconti che il burbero Nonno Caronte narrava. Il destino del giovane padovano è quello di una vita economicamente più sicura: trova un lavoro da apprendista in un officina e una giovane donna al suo fianco, da lui tanto sognata. Del « magico » mondo sospeso sul fiume rimane solo la memoria, unica superstite allo scorrere del tempo.

« Forse sta lì il segreto: è vero che tutto cambia, come l’acqua dei fiumi, che un giorno ride chiara e trasparente, l’altro ringhia nera e vorticosa. Ma è anche vero che le cose, per altra via, resistono e sono dure a morire, di nuovo come l’acqua, che resta sempre lei, e fa sempre lo stesso giro »

In secondo luogo, seppur non centrale, assume rilevanza il nucleo di azioni compiute dal padre, che si configura come “vittima consapevole” di tale mutamento: la sua “condanna” sarà quella di lasciare il suo lavoro in barca per diventare operaio di fabbrica, nel tentativo di donare al figlio un futuro migliore. La terza e affascinante figura che si delinea nella narrazione è quella del Nonno Caronte, nato e cresciuto in quel piccolo comune, rifiuta i “tempi nuovi” rimanendo saldamente radicato alla tradizione popolare dei “barcari” con la quale ha convissuto per tutta la sua esistenza.

Struttura e stile del romanzo

Il romanzo è costruito sotto l’ottica di un realismo radicale che si identifica come necessario per creare quel processo immedesimativo fondamentale, soprattutto in un racconto che si discosta, nel tempo e nello spazio, dalla quotidiana contemporaneità in cui (tendenzialmente) vive il lettore. Dal punto di vista strutturale la fabula e l’intreccio coincidono nella formazione di una struttura diacronicamente lineare e coerente, scandita dalle date soprassegnate a ogni capitolo. Il narratore, esterno e onnisciente, si focalizza principalmente sulla figura di Gambeto, il cui emotivo punto di vista è fondamentale e necessario per la riuscita del racconto. La scelta di Malaguti è quella di mostrare una realtà rurale in trasformazione dalla prospettiva di un giovane uomo, la cui fisionomia e identità sta, piano piano, mutando: il risultato (forse inconsapevole, o forse voluto dallo stesso autore) è la creazione di un forte parallelismo tra l’interiorità del protagonista e il mondo che lo circonda; se in un primo momento infatti, quello della sognante infanzia, Gambeto ritrova nel paesaggio agreste in cui vive una certezza futura, il suo passaggio all’età adulta porta ad un inevitabile processo di consapevolezza che si evolve in concordanza con l’evoluzione del mondo e della rete degli affetti che lo circondano. 

Il realismo che compenetra ogni pagina del romanzo è rafforzato da una serie di sequenze descrittive, permeate da elementi che orientano immediatamente il lettore all’interno della vicenda narrata: il bagno fuori dalle case, il carosello e la nascita della televisione si uniscono a precise coordinate spaziali nella creazione di un immagine estremamente coesa.  Calzante e perfettamente aderente al romanzo è la definizione di “cronotopo” per mano di Michail Bachtin che, in “Estetica e romanzo. Un contributo fondamentale alla scienza della letteratura” (1975), lo definisce come «un tutto dotato di senso e di concretezza. Il tempo qui si fa denso e compatto e diventa artisticamente visibile; lo spazio si intensifica e si immette nel movimento del tempo, dell’intreccio, della storia». Tale definizione si mostra funzionale proprio per il modo in cui lo spazio e il tempo non compongono un corredo marginale della narrazione ma ne caratterizzano i personaggi che mutano con il mutare del cronotopo: essi cambiano proprio quando vengono “spostati” dalla campagna padovana.   

il multilinguismo e la dimensione popolare nella lingua e nello stile

La lettura del romanzo mette in evidenza un aspetto che si delinea come fondamentale nell’opera e da cui non è possibile prescindere: la presenza del narratore onnisciente riporta al canone dell’impersonalità narrativa, ottenuto attraverso una dislocazione del punto di vista all’interno di quel mondo. Malaguti si immedesima in una piccola società rurale degli anni ‘60 e lo fa attraverso il sapiente uso del dialetto: per mostrare la popolazione di Battaglia Terme è fondamentale rappresentarla “realisticamente” anche nell’atto della parola. L’intera lettura è quindi permeata da una mimesi linguistica capace di rendere comprensibile il testo anche a chi padovano non è: nelle sezioni in cui l’estensione dialettale si manifesta in un intero periodo, il contesto chiarisce la vicenda mettendo sempre a proprio agio il lettore. Costante nel testo è una forte parvenza di oralità: i costrutti dialettali e in particolare i proverbi popolari sono ripetuti fino a diventare veri e propri elementi familiari che, paradossalmente, riescono ad accogliere anche un lettore estraneo a “modi di dire” di origine locale.

L’uso del dialetto nella produzione letteraria italiana è sempre stato un elemento di straordinaria importanza come propedeutico all avvicinamento degli scrittori a quella dimensione narrativa che stavano disegnando nei loro scritti: il desiderio comune rimane quello di ricreare una molteplice quantità di realtà, capaci di trasportare la dimensione narrativa in quella quotidiana e popolare. Pensiamo a tutta quella produzione post-verghiana che si muove nel tempo e nello stile dal multilinguismo di Carlo Emilio Gadda, tra le cui pagine si affollano molteplici elementi dialettali (Aldagisa, Cognizione del dolore, Favole, Eros e Priapo, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana) fino ad arrivare al neorealismo linguistico di Pier Paolo Pasolini che in “Ragazzi di Vita” traspone una testimonianza di vita vissuta, un documentario in cui il dialetto romanesco si configura come una vera e propria esigenza stilistica.

Spostandoci nella contemporaneità è di essenziale importanza ai fini della riflessione considerare come, esattamente un anno fa, il Premio Campiello 2020 vantò tra i romanzi finalisti “Tralummescuro. Ballata per un paese al tramonto” di Francesco Guccini. In questo romanzo l’uso del metalinguismo dialettale ritorna in un magistrale lavorio che riempie una prosa nostalgica di una realtà al suo tramonto. Per il secondo anno di fila dunque, con Paolo Malaguti, ritorna finalista un romanzo incentrato sulla ricerca e sulla nostalgica rappresentazione di un mondo che vive solo nel ricordo di chi l’ha vissuto e l’ha amato, o di tutti coloro che l’hanno compreso tramite il racconto sognante di un nonno che, come Caronte, ha lasciato il cuore in una campagna rurale. 

Non pare quindi azzardato, mettendo a confronto il successo di Guccini con quello di Malaguti, parlare di un “realismo contemporaneo” che però diverge da quello di Verga, Gadda e Pasolini per quanto concerne le intenzioni. Il “nuovo realismo” non può più descrivere il presente e l’attualità ma deve proiettarsi indietro nel tempo verso un passato ora inesistente. L’uso del dialetto assume quindi, nell’oggi,  una nuova e importante prospettiva: quella del ritorno, della testimonianza di realtà irrecuperabili nel mondo terreno ma preservabili nella sfera narrativa. Si tratta quindi di combattere contro lo scorrere del tempo e contro la perdita della dimensione cittadina e popolare con l’unico mezzo a noi disponibile, quello della scrittura, della penna che trascrive il dettato della Nostalgia. 

Caronte e Gambeto sono «il vecchio e il bambino»: quel meraviglioso incontro tra due generazioni

La lettura del romanzo strizza l’occhio a quel dolce e amaro rapporto tra Caronte e Gambeto, nonno e nipote, specchio di due generazioni opposte ma legate tra di loro; metafora del passato e del futuro che si fondono in un triste e malinconico presente. Il mondo di Battaglia Terme, chiuso tra campi e tradizioni, sta progressivamente cadendo sotto l’imporsi di un necessario ma amaro progresso, che soprattutto negli anni ‘60/‘70 causa la migrazione, alla ricerca di un lavoro più remunerativo, di moltissimi lavoratori dai paesi alle città. 

Gambeto e Caronte sono entrambi spettatori di questo cambiamento ma con una sostanziale differenza: il nonno dovrà scomparire, col tempo, insieme al piccolo paese a cui ha dedicato il suo stesso vivere; il bambino invece sarà obbligato a crescere ed essere parte del cambiamento senza possibilità di soluzione. Una cosa però non cambierà: la possibilità di tramandare il racconto, il ricordo di quel tempo passato che si presenta nella mente cresciuta di Gambeto con il sapore della malinconia. 

“Forse sta li il segreto: è vero che tutto cambia, come l’acqua dei fiumi, che un giorno ride chiara e trasparente, l’altro ringhia nera e vorticosa. Ma è anche vero che le cose, per altra via, resistono e sono dure a morire, di nuovo come l’acqua, che resta sempre lei, e fa sempre lo stesso giro”. 

Leggendo il romanzo, per chi ha avuto la fortuna di ascoltarla, riecheggia la poesia di Francesco Guccini che, ne “Il vecchio e il bambino” (1972) offre la possibilità di un’interessante visione del romanzo.

Seguendo l’analisi proposta da Gabriella Fenocchio, viene messa in evidenza la delicatezza della scena, descritta “in punta di penna” dal poeta che, lascia tutte le battute, a esclusione dell’ultima, alla voce del vecchio, mentre il bambino è uno sguardo che si perde nell’orizzonte infinito, nel quale pare identificarsi l’aspirazione dell’uomo al sogno, l’utopia di un mondo rinnovato che possa nascere dalle macerie della realtà.

Il panorama passato appartiene e viene concepito dal ricordo, lo stesso ricordo che permea i racconti del nonno Caronte e che spinge Gambeto a sognare un mondo “utopico”, in cui poter essere un “barcaro” che naviga tra i fiumi padovani. Il racconto del nonno, nella poesia e nel romanzo, converte la semplicità della natura (ormai ignota agli artifici della modernità) in uno (tra tanti) racconti che si legano, indissolubilmente, alla sfera immaginativa del giovane, il cui sogno sarebbe quello di poter ascoltare in eterno i dolci e fiabeschi racconti sospesi dall’ondulato movimento della barca nel fiume.

FONTI:

« Breve storia della lingua italiana », di Claudio Marazzini.

« Canzoni, di Francesco Guccini » con introduzione e commento di Gabriella Fenocchio

Francesca Manzoni

Pubblicato da Francesca Manzoni

Classe 1999, sono nata e cresciuta a Bergamo dove mi sono diplomata presso il liceo scientifico L. Mascheroni. Dal 2018 ho intrapreso gli studi di Lettere Moderne presso l’Università Statale di Milano. Nonostante un profondo legame con la letteratura coltivo da sempre un insaziabile sete di conoscenza per ciò che concerne il mondo del cinema, con l’obbiettivo di spingermi oltre le apparenze.