PENSIERI SUL BELLO I – Bellezza, specchio dell’uomo

“Bellezza è l’eternità che si contempla in uno specchio; e noi siamo l’eternità, e noi siamo lo specchio.”

Sulla Bellezza – da “Il profeta”, Kahlil Gibran
psychè
Psychè, Miceli Dalila Rosa

Bellezza: è forse una delle parole che più ci ossessionano e al contempo ammaliano. L’uomo è sempre stato rapito da quanto immenso e indefinito sia questo concetto. Inconsapevolmente ha destinato la storia della specie alla ricerca del bello e del sentimento che lo anima: ogni scrittore, pittore, musicista, artista, ha votato intimamente la sua produzione alla ricerca di quel qualcosa che andasse oltre e che infondo anima la dimensione che, un po’ superficialmente, siamo soliti definire il bello.

In tanti si sono domandati cosa fosse, in cosa essa si potesse realmente estrinsecare. La bellezza è metafisica o è umana? È soggettiva o assoluta? Eterna o mutevole? È virtù? O forse ne è mancanza? Quando e in base a cosa definiamo qualcosa bello? Infinite sono le tesi, le riflessioni, che gravitano attorno a questo concetto sin dall’inizio dei tempi e che abbracciano ogni campo del sapere, dall’arte alla filosofia, alla letteratura, fino alla psicologia, alla moda, alla storia. La bellezza è il potere che ha costruito regni e personaggi, è l’ispirazione dell’artista, la fede del credente, la virtù morale dell’uomo greco, è il sentimento di piacevole orrore che suscita il sublime: che attrae e spaventa al contempo. La bellezza è arte, natura, uomo.

Tuttavia, per quante parole possano essere spese sul tema, non ci sarà mai dato avere una verità assoluta. Perché la bellezza è per sua stessa natura mutevole e al contempo effimera ed eterna. Non è mai unica e dipende sempre dallo sguardo, dal contesto, dalla profondità e dal corpo che la riflessione su di essa assume. Ma, paradossalmente, è proprio questa variabilità intrinseca del suo essere a renderla quello che è. La bellezza cambia continuamente e, nonostante questo, nel farlo resta il pensiero fisso che smuove l’animo dell’uomo di ogni tempo. Gli interrogativi che la riguardano restano così i medesimi, senza mai una riposta definitiva. Riflessioni volatili che vengono sepolte, dissepolte, riscoperte dai venti delle generazioni.

Forse qualcuno si chiederà: perché continuare a riflettere su qualcosa di così astratto, indefinibile? Ebbene, oggi più che mai la bellezza ci circonda e ci ossessiona. Ci siamo autoimposti standard ideali e inarrivabili di bellezza che condizionano la vita di ognuno e che la portano al limite, al contempo, ancora oggi troviamo rifugio nelle arti e in qualsiasi cosa la nostra mente reputi bello. Esiste pertanto qualcosa di più attuale della bellezza?

Così come per ogni ambito della conoscenza, per riflettere su qualcosa è necessario comprenderlo a fondo, assimilare quello che ne sta alla base. Perciò ancora studiamo e riflettiamo su quello che i maestri e i pensatori del passato ci hanno lasciato, una eredità fatta di pensieri e sfumature che il concetto di bello ha assunto nel tempo

La bellezza nell’antichità: la Dea Madre

La bellezza in sé pura è qualcosa di inarrivabile, inconcepibile, essa esiste solo in relazione a qualcosa che permetta di definirlo tale. Ed è proprio su questa necessità di delinearne una specificazione che la mente dell’uomo lavora sin dall’origine della storia, traducendola in arte, in eterni modelli che restano e che si tramandano di generazione in generazione, da un secolo all’altro, permettendoci così di riscoprire di cosa fosse fatta la bellezza di ogni tempo.

Il primo concetto che si è saldamente fuso all’ideale umano di bellezza è stato quello di fertilità: gli idoletti votivi preistorici ne sono un perfetto esempio. Dall’iconica e sinuosa figura della paleolitica Venere di Willendorf, uno degli infiniti esempi di figurette di questo tipo, è facile ricostruire quanto i nostri antenati associassero istintivamente l’attributo di bellezza ad una femminilità prorompente e accentuata. I ritrovamenti di figure femminili di questo genere sono numerosi. Archetipi della Dea Madre, rappresentazioni fittili dalle volumetrie espanse, forme chiuse, nuclei solidi e unitari di immensa valenza simbolica. E’ la genesi dell’ideale figura della Venere: una donna, una dea, archetipo di bellezza umana e divina al contempo, sempre legata al dominio della natura.

Venere di Willendorf
Venere di Willendorf, 24.000-22.000 a.C, Vienna-Naturhistorisches Museum

La figura della venere preistorica si evolve nei secoli successivi, cambia la percezione della proporzione del corpo e la sua rappresentazione diviene sempre più raffinata, ma il suo significato non muta. Statue cretesi come quelle della Dea dei Papaveri o come la più nota Dea dei Serpenti, testimoniano ancora quanto radicato sia il binomio tra la Bellezza e rappresentazione di una divinità.

Dea dei Serpenti, Creta
Dea dei serpenti, età minoica 1600 a.C circa, Heraklion – Museo Archeologico

La Bellezza primitiva nasce come inconsciamente concreta. Ha la forma della vita, il richiamo del bisogno di portare avanti la specie.

L’identità greca

E’ con i greci che la bellezza si svincola dai bisogni sensibili e terreni divenendo idea pura e metafisica. Essa nasce dal rispecchiamento delle cose nella legge divina che regola il cosmo, è armonia, assoluta e atemporale perfezione.

La bellezza diviene il fondamento dell’esistenza in cui ogni cosa deve riflettersi e anche l’uomo si piega ad essa.  L’idea di bello è ora assimilabile alla virtù morale, genesi del concetto di kalokagathìa (καλοκἀγαθία): ciò che è bello è necessariamente anche buono, in un inscindibile legame. Binomio delicatissimo, questo, che verrà definitivamente frammentato con esempi come quello incarnato da Dorian Gray, il decadente esteta nato sul finire dell’800 dalla penna di Oscar Wilde. Un personaggio dalla bellezza divina ma dall’anima demoniaca.

L’articolazione del concetto astratto di bellezza si traduce in un bisogno assoluto di imitare la natura che tutto comprende. L’arte greca, paradigma assoluto di perfezione, si fonda proprio sul concetto di imitazione, di mimesis (μίμησις). L’unico e più vero grado di imitazione non riguarda, come si porrebbe pensare, l’apparenza delle cose, bensì il loro fondamento intellegibile, l’essenza dei modelli ideali e divini definiti da Platone. Ma come immaginare una bellezza così assoluta e pura?

Secondo il mito, Zeus, creando Elena di Sparta, le infuse una bellezza tale da destinarla a scatenare la Guerra di Troia. Quando al pittore ellenico del V secolo a.C. Zeusi venne richiesto di dipingere questa mitica donna, si racconta che l’artista scelse cinque tra le fanciulle  greche ritenute più belle e che ne selezionò le caratteristiche più perfette, unendole in un’unica e bellissima immagine che restituisse il volto ideale di Elena. Alla mimesis si affianca quindi il concetto di selezione: l’unione di parti ritenute perfette di differenti figure per creare la bellezza assoluta… procedimento adottato anche dai grandi maestri del rinascimento, tra cui lo stesso Raffaello.

Il concetto di imitazione, da cui quello di Electio (Selezione) passa, si fonda essenzialmente sulla riproposizione dell’armonia alla base delle cose: la concinnitas: la perfezione nelle proporzioni tra le parti, tra le parti e il tutto e tra il tutto e il suo contesto. Simmetria, rapporti armonici e matematici che danno vita all’inarrivabile perfezione, ad un ritmo, un movimento organicamente spaziale ed emotivo che colma i sensi.  L’immagine che così si ottiene è l’unica che possa realmente avvicinarsi alla perfezione divina.

Al di sopra di tutte le opere, non solo di Prassitele ma di tutto il mondo, c’è la Venere” così esordisce Plinio nella Nauralis Hisoria, alludendo al  punto di impareggiabile bellezza raggiunto dallo scultore del IV secolo nella realizzazione della figura della Afrodite Cnidia.  Ancora una volta la figura femminile coincide con la somma bellezza e i suoi tratti esprimono simultaneamente tutta la perfezione divina e umana.

Venere
Prassitele, Afrodite Cnidia, copia romana da originale del IV sec a.C, Roma-Musei Vaticani

Ovidio nelle sue Metamorfosi narra il mito di Pigmalione, scultore che scolpì l’immagine di una donna, di una dea, di così immensa bellezza da ritenere la sua immagine impareggiabile. Se ne innamorò perdutamente poiché nessuna donna al mondo avrebbe potuto essere tanto bella al mondo, testimoniando che l’arte imita la bellezza naturale, colmandola della perfezione ideale e iperurania.

La bellezza che i greci crearono e che ci hanno tramandato rappresenta proprio questo invalicabile confine. E’ la concretizzazione del fondamento metafisico e perfetto celato dietro alle cose, ed è su questa ricerca che i greci costruirono la loro identità.

Il Potere del bello

Quello che possiamo dire sulla bellezza è che essa si intesse con così tanti fili da rendere impossibile comprendere la sua vera essenza. Può essere concreta e legata ad un bisogno, o essere ricerca di armonia metafisica. Ma essa è divenuta anche sinonimo di potere.

I Romani assimilarono la cultura del bello greca, unendola alla loro abilità tecnica. Ogni imperatore cercò di costruire il suo potere sulla propria immagine, sull’idea di uno splendore politico che avrebbe promesso di raggiungere tramite l’arte e la bellezza.

Persino il Medioevo, incorrettamente considerato per troppo tempo il momento buio dell’arte e della storia, si rivela essere animato da una costante ricerca di bellezza che dialoga con il sottilissimo confine tra potere religioso e temporale. Carlo Magno amò profondamente la bellezza e con essa affermò, al pari di un antico imperatore romano, il suo immenso potere. Persino in ambito ecclesiastico la bellezza ha un riverbero essenziale: le reliquie dei Santi sono avvolte in gemme, smalti e ori, le chiese si colmano di tesori e mosaici di grande raffinatezza, i Papi commissionano grandi opere e vestono paramenti raffinatissimi: preziosità diviene simbolo di Santità.

Pensieri sul Bello: attualità

La bellezza infondo attraversa e si fonde continuamente alla storia del mondo. Ogni popolo, ogni secolo, affermando la propria idea di bello si è intrinsecamente raccontato. Per questo la bellezza ha sempre avuto dei connotati definiti e, a prescindere da quali essi fossero, ha sempre delineato aspetti della storia dell’uomo nel suo tempo.

Oggi la bellezza è estremizzata. E’ diventata meta di una corsa irrefrenabile a cui tutti tendono, spinti da modelli inarrivabili ma totalmente privi di fondamento. La bellezza 2.0 è effimera, molto spesso vuota, non richiama bisogni ancestrali né cerca di trasporre l’essenza divina del mondo. E’ ancora assimilabile al potere, ma svincolata dalla necessità di affermare un carisma regale.

Cerchiamo qualcosa che non comprendiamo e, infondo, non conosciamo il motivo di questa estenuante ricerca. Ci viene chiesto di cambiare, assimilarci e asservirci a modelli estetici spesso eccessivi, illusori e innaturali. Non imitiamo e perfezioniamo più la natura come facevano i greci, ma piuttosto ci opponiamo ad essa. La bellezza è stata commercializzata, diventando il terreno fertile delle mode passeggere, l’omologazione a una cultura che non guarda alle singolarità, alla varietas, ma ad un unico standard.

Venere di Milo

Ogni tempo del passato ha sviluppato la sua bellezza legandola a qualcosa di profondamente e inscindibilmente suo e testimoniando quanto la bellezza sia specchio della storia e della società in cui l’uomo vive. Oggi, nell’epoca tecnologica della iper-stimolazione e della massa, l’idea del bello cosa racconta e cosa trasmetterà di noi? Forse dovremmo domandarci: la nostra ricerca a cosa è realmente vincolata?


Credits:
Dalila Rosa Miceli per l’opera Psychè
Camus scriveva che in ogni bellezza risiede qualcosa di inumano. Da sempre l’uomo è capace di comprendere il bello, poiché esso risveglia la coscienza della sua profondità, la sua psyche. Il soffio vitale che supera la condizione di mortalità e materialità della dimensione sensibile. L’opera vuole riprodurre il sottile confine dell’ immateriale, delineando un paesaggio sospeso, sintetico in cui ogni idea prende forma.


Fonti:

  • F. Gualdoni, Storia generale del Nudo, Skira 2012
  • G. Didi-Huberman, Aprire Venere, Abscondita, 2014

https://www.intermezzorivista.it/ https://it.wikipedia.org/wiki/Bellezza

Dalila Rosa Miceli

Pubblicato da Dalila Rosa Miceli

Classe 2000, cresciuta sulle rive del lago di Como, dopo il diploma in design della moda si dedica alla sua passione più grande: l'arte, iscrivendosi all'Accademia di Brera. Nel 2020 inizia a collaborare con la rivista Intermezzo, curandone il settore artistico.