PENSIERI SUL BELLO II – BELLEZZA E SGUARDO, L’ECOLE DE PARIS E L’ARTE AFRICANA

Vieni tu dal cielo profondo o sorgi dall’abisso, bellezza?

Inno alla Bellezza – Charles Baudelaire

La bellezza, come scrive Dostoevskij, è un enigma. E’ inafferrabile, imprendibile nella sua complessità. Cambia costantemente al mutare dell’epoca e del contesto in cui nasce, in un continuo divenire che è specchio degli uomini che la generano e che riflettono in essa i loro bisogni. Ma è anche un concetto che racchiude ideali, aspirazioni, sogni di perfezione più o meno sedimentati nel tempo che hanno irreversibilmente definito, in modo forse troppo limitante, cosa fosse il bello.

Che la bellezza sia oggettiva o soggettiva resta sempre una questione di sguardo, di sensibilità al “saper vedere”. Il bello non è quello che ci è stato insegnato a riconoscere come tale, ma piuttosto traspare nella capacità di guardare oltre la forma che comunemente viene definita in questo modo. L’Estetica insegna che il bello è un’essenza che va oltre la figura e l’immagine, ma per svelare la teoria è necessario cambiare l’angolazione da cui si osserva. La storia del rapporto tra Arte Africana e Occidente può essere un buon punto di partenza per aprire lo sguardo e portare a riflettere su quanto la bellezza sia condizionata dalla visione culturale.

Man Ray
Man Ray – Noir et Blanche; 1926

Bellezze di Ebano e di Madreperla

Nel 1926 il fotografo surrealista Man Ray propose alla nota rivista francese Vogue una fotografia che ritraeva la modella e sua amante Kiki, il cui viso dagli occhi dolcemente socchiusi affiancava una maschera Baoulè proveniente dall’Africa Occidentale.

Una composizione così raffinata, equilibrata. Una poesia di madreperla ed ebano che esaltava al contempo la diafana carnagione della giovane e l’eleganza dei patinati riflessi della maschera. Noir et Blache, una visione simile ad un sogno. Il sintetico contrasto tra i due visi ovali dagli occhi allungati e socchiusi, incorniciati da fini sopracciglia distese e due delicatissimi nasi che corrono fino a labbra carnose e proporzionate. Un aria sospesa in un riposo surreale e contemplativo, che dipinge con la luce una dissimmetria perfettamente incrociata.

La sensibilità compositiva e cromatica di Man Ray appare certamente unica, ma è la poesia che descrive l’immagine a rapire con il suo enigmatico magnetismo. Il fotografo dà una forma visiva, sorprendentemente chiara, di un dialogo tra culture differenti accomunate da punti di contatto che forse mai saranno nuovamente così ben enfatizzati.

Ma questa sorprendente opera di luce è resa possibile al suo creatore solo perché nata in un preciso contesto: esistono momenti nel corso della storia in cui bellezze diverse si congiungono, si allineano e mettono in comunicazioni mondi opposti in un serrato dialogo di forme uniche e irripetibili, per dar vita a nuove idee, nuove visioni del bello.

Tuttavia, questi attimi sono spesso rinascenze che derivano da oscure vicende della storia. E’ il caso della congiunzione che avvenne agli inizi del XVIII secolo tra l’occidente e l’Africa, conseguenza dell’infelice fenomeno coloniale che avvolgeva il mondo nei precedenti secoli.

Una ventata di esotismo si diffonde colorando l’occidente dei suoni lontani dell’Africa Nera. La cultura indigena trasmigra, è messa in mostra nei padiglioni delle Esposizioni Universali delle grandi capitali, in carnevalesche messe in scena del diverso: culture “anomale” e sconosciute agli occhi dell’occidentale che, aggirandosi tra l’arte africana fatta di maschere e statue, le osserva come fossero un misto tra magici feticci e rari trofei di guerra in un’unica ed eloquente esaltazione della superiorità bianca. I borghesi dovevano apparire incuriositi da questa arte tagliente, lontana, caratterizzata da quei riflessi scuri del legno e da forme ancestrali. Dovevano avere negli occhi il fascino per questo mondo sconosciuto e giudicato come primitivo, incuriositi e richiamati da ideali orientalisti di terre selvagge e incontaminate.

Così, mentre l’Africa moriva sotto il dominio occidentale, l’Europa dei colonizzatori aveva un primo e diretto confronto con una nuova visione del mondo, una nuova arte espressiva e astratta che tuttavia non sembrava riuscire a comprendere.

Il racconto dietro la maschera

Per quanto gli occidentali lo desiderassero avidamente, le maschere e le statue africane non ruppero mai i loro silenzi. I colonizzatori non furono mai disposti ad ascoltare quello che esse potevano raccontargli, sordi e pieni di ego, preferirono strapparle dalla loro terra per rinchiuderle in teche di cristallo, ammassate ed esposte per rimarcare meschinamente la superiorità bianca.

Les Statues Meurent Aussi: anche le statue muoiono. Lo narrano con ritmo incalzante i registi Chris Marker e Alain Resnais nella loro profonda opera documentaria datata 1953. Periscono, etichettate e catalogate nelle collezioni e nei musei quando strappate dal loro contesto non parlano più della storia di chi le realizza abilmente, ma piuttosto del gusto in voga e delle nuove esigenze commerciali. Vengono spettacolarizzate e ammirate per la loro forma così diversa dal candore dell’arte occidentale ma non per quello che sanno raccontare.

Le opere non andrebbe mai lette e apprezzate scisse dal loro contesto, ma questo legame di appartenenza diventa assolutamente imprescindibile nel caso della produzione definita come Art Nègre, l’Arte Africana per l’appunto. Oltre ai valori platici e formali, la statuaria africana ha il suo fondamento nell’essenza che rappresenta. Quest’arte è intimamente connessa alla natura. Non ha limiti che la distinguano dall’ambiente in cui viene creata, di cui può essere considerata naturale prosecuzione. Formalmente ne rilegge e rappresenta i tratti e le cromie, ma soprattutto ne trasmette la libertà e la connessione alla vita e all’eternità.

Ascoltare le maschere significa percepire la pregnante ed intensa presenza spirituale che è in essa materialmente tradotta. Significa essere avvolti da questo respiro che è la vita stessa. Una simbiosi, un soffio vitale connesso alla natura che lo genera e che l’Occidente sembra del tutto incapace di udire.

Sensibilità: la bellezza dietro agli occhi vuoti

Nelle statue africane scorrono le vite degli Antenati. Ma se i colonizzatori che se ne appropriano si rivelano sordi di fronte al mondo di spiriti che li circonda, uomini dalla straordinaria sensibilità riescono ad udire le voci, i gemiti provenienti da dietro gli occhi incavati delle maschere.

È la nuova generazione di artisti che popola Parigi negli anni’20. L’École de Paris: Picasso, Modigliani, Matisse, Derain e poi ancora Brancusi, Chagall… solo per citare i più noti. Un gruppo di artisti attratti dall’incisività delle forme, dalla sintesi dei volumi, dai contrasti cromatici e dagli intarsi geometrici che l’arte africana rivelava alla loro vista ma anche dai valori invisibili. Da quelle presenze inspiegabili che sono l’essenza più profonda dell’Africa. Ammaliati dal mondo trascendente che queste opere portavano con sé, seppero leggerne e assimilarne il loro muto linguaggio, traducendolo nella nuova frontiera dell’arte mondiale, l’Avanguardia.

Da quel momento si fusero inscindibilmente due bellezze che orientarono il gusto per l’arte nei secoli a venire: la forma e l’essenza dell’arte indigena, morta in quelle teche dove era esposta, trovava nuova vita nelle opere dei grandi maestri.

Nelle composizioni pre-cubiste di un giovane Picasso che creava Les Demoiselles d’Avignon, nella libertà della pittura fauve e nelle linee dei dipinti di Matisse, negli occhi vuoti che indagavano l’anima dietro alla maschera dei ritratti di Modigliani.

Pablo Picasso
Pablo Picasso; Les Demoiselles d’Avignon; 1907; NY MoMA
Henri Matisse
Henri Matisse; L’Italienne; 1916; NY Solomon R. Guggenheim Museum

Pensieri sul Bello: la capacità di saper vedere

La storia dell’arte Africana si presta bene a raccontare gli orrori della supremazia colonialista e la profondità della cultura che la genera. Ma indubbiamente può diventare un solido presupposto anche per considerare cosa possa realmente essere definito bello.

La nozione di bellezza passa imprescindibilmente attraverso i filtri che la tradizione culturale impone su di essa. Per l’Occidente il bello viene riconosciuto e ricondotto naturalmente al Classico, perché questa è l’eredità che viene tramandata in linea teorica e concettuale. Anche andando oltre le differenze tra epoche e località, superando distinzioni come quella tra Arte Greca e Romana, tutto ciò che la parola Classico esprime nella sua totalità è un’idea di bellezza radicata e lineare.

Ma la bellezza, anche al di fuori dell’arte, non è mai univoca e va sempre ben oltre le forme di soggettività o oggettività che le si possono affiancare. Per comprendere la natura del bello bisogna esercitare lo sguardo, affinare l’udito, andare oltre la visione sedimentata imposta dalla cultura in cui si vive.

Gli artisti che a Parigi rifondarono la storia dell’arte occidentale lo fecero partendo da un concetto di bellezza che non era proprio della loro tradizione culturale, eppure la loro sensibilità gli permise di andare oltre quello che l’arte africana rappresentava agli occhi dei comuni borghesi che la osservava esposta. La scelta di vedere in essa un trofeo di guerra o una forma che detiene in sé una essenza profonda è di chi le osserva.

L’arte diviene paradigma estendibile a tutto ciò che riguarda il bello, perché ci ricorda che è sempre necessario andare oltre la parvenza formale. Essa è indubbiamente parte importante nella definizione estetica di bellezza, ma non ne rappresenta la totalità. La bellezza è fatta anche di forme intangibili, velatamente celate dietro volumi e colori. Molto spesso è il significato intimo dietro a un’opera, l‘atmosfera che essa emana o il soffio vitale che irradia.

La bellezza è enigmatica. Andrebbe guardata con gli stessi occhi che Modigliani dipinge ai suoi personaggi: vuote campiture di colore spalancate sull’essenza che sta dietro alla forma.

Amedeo Modigliani
Amedeo Modigliani; Ritratto di bambina; 1917

Fonti:

Achille Mbembe – Postcolonialismo, 2005
Chris Marker e Alain Resnais – Les Statues Meurent Aussi, 1953
Matisse – Arabesque, a cura di E. Coen, Skira, 2015


https://www.intermezzorivista.it/ https://it.wikipedia.org/wiki/Arte_africana

Dalila Rosa Miceli

Pubblicato da Dalila Rosa Miceli

Classe 2000, cresciuta sulle rive del lago di Como, dopo il diploma in design della moda si dedica alla sua passione più grande: l'arte, iscrivendosi all'Accademia di Brera. Nel 2020 inizia a collaborare con la rivista Intermezzo, curandone il settore artistico.