PENSIERI SUL BELLO III – BELLEZZA E FORMA DEL CLASSICO

Il guardare una cosa è ben diverso dal vederla. Non si vede una cosa finché non se ne vede la bellezza.

Oscar Wilde
Laocoonte
Agesandros, Athanodoros e Polydoros, Laocoonte (dettaglio) I sec a.C, Roma-Musei Vaticani

La bellezza è essenza e le essenze sono fatte di eternità. Per questo uno dei caratteri che più spesso si attribuiscono poeticamente al bello è l’idea che questo sia in un certo qual modo senza tempo e senza spazio. Un ideale assoluto, unitario, eternamente valido. Certo è che non tutte le cose belle sono imperiture, anzi, in molti casi la morte e lo scorrere inesorabile del tempo ne porta via l’efflorescenza e il soffio vitale che le rende tali, ma questa non è che la bellezza effimera e stagionale della forma. Tra tutte le idee di bellezza che sorgono nella mente al pronunciare di questa parola, quella legata alla visione del Classico è la più solida e radicata nel punto di vista occidentale. Questo concetto astratto, che in sé ne detiene molti altri, è da sempre elevato a paradigma assoluto del bello.

Secondo la tradizione del pensiero che ci è tramandata, le statue greche rappresentano il punto più elevato che la bellezza abbia mai raggiunto in termini estetici. Questo per via dei princìpi che animavano lo spirito creativo di chi la generò: armonia, proporzione, aderenza al bello ideale e selezione, in una parola: il Canone. E questo, passando attraverso i secoli, si è modellato diventando l’immenso paradigma di perfezione che ancora oggi portiamo avanti. Un’idea di bellezza assoluta, inarrivabile.

Il classico è diventata l’idea portante del bello di ogni tempo ed è divenuto il portavoce della cultura occidentale. E’ l’identità stressa in cui l’occidente ha scelto di specchiarsi. Ma quanto questa idea che la storia occidentale ha plasmato è veritiera?

Guardare alla bellezza senza ammirarne le sfaccettature è rischioso. Si tende a ridurla ad un’icona statica e immutabile, senza appezzarne ciò che davvero le sta dietro e la compone. Ancora una volta è una questione di punti di vista, di sensibilità, di capacità di guardare oltre e di interrogare le prospettive interne che l’dea ci offre, celate dietro panneggi ammalianti ed eteree figure elevate a eterni modelli.

Il Classico: paradigma del bello

Il Classico è il fuoco che anima l’essenza dell’occidente. È una dei due solidi pilastri marmorei, insieme a quello della religione, su cui il suo pensiero si fonda. Ma cos’ è il Classico?

Si tratta di un fenomeno complesso di cui una delle premesse costitutive è l’ammirazione verso il Passato. Di fatto gli stressi greci, come i romani dopo di loro, iniziarono a considerare classico ciò che proveniva dalle epoche di splendore. Le opere e gli oggetti realizzati in periodi della storia eccezionalmente floridi divennero simboli portatori di valore e virtù. Per questo ebbero un particolare rilievo e vennero ampiamente copiati a testimonianza di una affermazione della passata gloria e di un forte desiderio di emulazione. Opere di un valore inesplicabile e ancora oggi condiviso vennero così prese da modello per le successive. Questo processo non ebbe più fine, si radicò nei secoli, fino a dar vita alle numerose “rinascenze”: riprese più o meno formali del classico, fiori profumatissimi che crescono dallo stesso stelo, ma che si diversificano nelle screziature dei petali. Il paradigma classico veniva così adattato alla cultura del proprio tempo, in fenomeni di rinascita essenzialmente fondati sulla stessa ammirazione e venerazione nei confronti degli Antichi.  

Nell’epoca medievale le rinascenze furono molto presenti e numerose, anche se spesso vennero adombrate dall’immagine buia che si riporta di questi secoli. Dai Longobardi ai Carolingi di Carlo Magno, fino alle epoche più basse, continue citazioni dell’antico compaiono frequentemente nelle forme architettoniche, nei dettagli pittorici e plastici. Mentre la caduta dell’impero trascinava via con sé la raffinatezza tecnica e stilistica, l’idea dello splendore antico permaneva.  Rimase latente per secoli fino a sbocciare nella magnificenza del Rinascimento. L’epoca della luce.

Gli umanisti fecero degli antichi i loro idoli votivi, superare la loro maestria divenne la missione di ogni artista. Teorici come Leon battista Alberti, elaborarono i loro concetti sulla forma del bello greco, rispecchiando e ricercando i medesimi ideali di Armonia delle parti (concinnitas) e di selezione e imitazione (electio e mimesis) propri degli antichi del canone e fondati sulle rigide e perfette geometrie auree. Raffaello stesso mise in pratica questi insegnamenti di misura e raffinatezza, applicando il principio di selezione proprio della classicità del V secolo alle sue bellissime Madonne, mentre Michelangelo guardava alle opere ellenistiche per trarne ispirazione e dare vigore ai suoi corpi dipinti. Ancora nella seconda metà del ‘600 i teorici si interroga sulla bellezza, riproponendo nei loro trattati l’aderenza alle teorie classiche come quelle sopra citate.

Raffaello
Raffaello Sanzio, Sposalizio della Vergine, 1504, Milano-Pinacoteca di Brera

Fino all’epoca Neoclassica… tempo dell’emulazione greca per eccellenza, che diede una forma compiuta al paradigma della classicità. Il Canore canoviano e le impeccabili proporzioni delle pitture accademiche, lo stile impero come impostazione culturale. E’ l’epoca in cui del Classico si dipinse un’immagine che mai era stata così definita e fittizia al contempo.

La linea del tempo che abbiamo alle spalle definisce chiaramente una direzione che non ha mai avuto intenzione di prendere le distanze dal modello che ogni epoca ritenne perfetto.

Il classico ha preso una forma definita e programmatica, ritornando a vivere nei suoi classicismi. Ma quella che si è andata definendo nella cultura è una forma di classico estremamente statica. Un’ idea che non corrisponde necessariamente sempre al vero, che dipinge la bellezza classica come fatta di assoluta armonia proporzionata, serica levigatezza, perfetto candore. È il retaggio che porta l’occidente nel suo sguardo, ma che non sempre aderisce alla forma reale.

Infatti, se è vero che gli antichi amavano la perfezione matematica del canone, è tuttavia incorretto pensare a queste opere come candide gemme di marmo pallido e rosato. I greci amavano la vividezza dei colori accesi e preziosi quanto quelli del paesaggio che li circondava. La maggioranza delle opere da loro create, da quelle architettoniche a quelle plastiche, sino alle pitture di cui restano scarse testimonianze, splendevano in una corona di toni vibranti e squillanti che donavano loro intensa vitalità. L’immagine di una grecità eterea e albina non è che retaggio della narrazione ‘800 che le si sovrappone.

La forma dell’identità

In ogni caso, la visone del Classico che ci è stata tramandata è l’immagine su cui abbiamo formato la nostra cultura. È l‘identità, lo status symbol costruito e spesso opposto prepotentemente all’oriente e a tutto quello che non vi aderiva. Questa idea si è congelata, è diventata l’immagine che l’occidente voleva dare a ogni costo di sé, rinnegando ogni sfumatura che contraddicesse la limpida apparenza della forma. Il classico nella sua storia viene intimamente corrotto quando viene fatto sfociare nella rivendicazione della perfezione formale per imporre superiorità, identità, ideologia.

La strumentalizzazione delle forme pure e perfette della tradizione classica è uno dei cardini della programmatica propaganda dei fascismi del ‘900… Hitler oppose all’arte dell’Avanguardia una mostra sulla grande arte tedesca, possente e anatomicamente perfetta perché tratta dal classico, al contempo, volle il Discobolo di Mirone nella sua Germania, a rappresentarla. Questo uso strumentale del classico si spiega alla luce della tesi dei filosofi Jean-Luc Nancy e Philippe Lacoue-Labarthe, secondo i quali il totalitarismo tedesco appella alla forma del mito, punta nell’identificazione simbolica, sovrapponendo se stesso alla cultura greca. Sin dalle origini, il classico divenne una forma di rivendicazione di potere in virtù del suo stato simbolico associato alla ricchezza culturale e alla bellezza. La Crisi identitaria tedesca si risolse nell’adozione al modello classico come rivendicazione di supremazia e la Grecia venne intesa come patria originaria. Il rispecchiamento in tale mito portò il Führer a desiderare icone del periodo aureo a rappresentare la sua nazione. Avendo a disposizione solo opere meno aderenti al suo scopo come il noto Fauno Barberini, richiese l’iconica rappresentazione atletica per farne simbolo formale della realtà che progettava di creare. Al contempo in Italia, il “nuovo Augusto”, il Duce, si adoperò per dar vita a mostre che rendessero omaggio alla romanità, ancora una volta in virtù della carica simbolica che l’identificazione con l’antico generava.

Il tempo genera un classico sotto il segno di un’idea sempre più distorta e lontana dalla sua essenza primordiale. Una forma immobile, inamovibile, congelata nella sua stessa immagine. Un simbolo di orgoglio identitario autoreferenziale, spogliato della sua vera natura, privato della sua essenza. Un classico divenuto spesso solo apparenza formale. Svuotato del suo significante e lasciato a pura apparenza formale.

Discobolo
Mirone, Discobolo Lancellotti, V sec a.C., Roma-Museo Nazionale romano

Genesi di un’idea

 Molto della nostra idea su di esso deriva dalla visione che ci è stata tramandata dal teorico neoclassico Wincklemann. Il pensatore tedesco contemplava profondamente l’essenza e della forma dell’arte greca, tanto da suddividerla in una successione di quattro epoche ordinate secondo un criterio cronologico e secondo una curvatura di progressivo e ideale perfezionamento stilistico: dall’arte arcaica a quella classica di pieno splendore, a cui segue il momento ellenistico e la decadenza romana.

Questa gerarchica scansione sta alla base di tutti i successivi studi dell’ambito ed è rilevante comprendere che da questo momento Johann Joachim Winckelmann introduce nella visione culturale, l’idea dell’esistenza di un’epoca che è designata a detenere una maggior classicità rispetto alle altre, un’epoca più pura, perfetta, che fa passare in secondo piano le premesse che ne sono fondazione e anche gli sviluppi che le succedono. Da questa suddivisone deriva la svalutazione di tutto quello che permise la nascita del classico come lo intendiamo comunemente.

L’Arcaismo, una storia dell’arte senza nomi come la definisce Salvatore Settis in un omaggio al classico che ne ripropone la complessità. L’arte di Kuroi e Korai, quella degli infiniti frammenti pervenuti dagli scavi di templi antichi, è l’origine imprescindibile della nostra idea di bello. Sono opere definite arcaiche e imperfette, una sorta di infanzia dell’arte secondo la visone neoclassica data dal confronto con le epoche successive, eppure questa nasconde valori espressivi intensi e profondi dietro a corpi solidi, austeri, geometrici e paratattici.

Kore
Kore dal Tempio di Delfi

E’ solo con la scoperta dei frontoni di Olympia del 1875 che la produzione di questo periodo inizia ad essere considerata come una primordiale giovinezza del mondo, così come la definisce poeticamente l’archeologo Ernest Buschor. Così, poco a poco, dell’arcaismo si riscopre il carattere intrinsecamente moderno, avanguardista, il valore autentico che porta ad apprezzarlo come forma d’arte e come stile singolare, mai da porre in paragone ai suoi sviluppi.  Un riscatto dopo secoli in cui è stato solo considerato una mera forma imperfetta che precede la nascita del paradigma assoluto.

Alterità del Classico

La visione a-storica del classico che ci è stata tramandata non si piega di fronte all’arcaismo per secoli, non ammette la sua non aderenza alla forma canonica, così come fatica a comprendere la vera natura del classico stesso. Una visione che esclude le sue sfumature.

L’arte classica nasce dall’incontro dei popoli, dall’Apoikia greca, la migrazione in nuove terre delle genti elleniche. In un’unica forma che chiamiamo classico e che pensiamo come chiusa in se stessa convivono una molteplicità di vite.

Nel 1948 Ernest Howald indica il classico come la forma ritmica, peculiare della storia culturale europea. Il classico è proprio questo, un eterno ritorno di forme che vivono e rivivono in commistione con il proprio tempo e questo modifica la struttura base e genera a sua volta forme nuove e nuove basi per nuove strutture. E’ un continuo processo di rinascita, di rinascenza.

Nella sua raccolta biografica ‘600esco Vite de’ pittori, scultori et architetti moderni, Bellori scrive che la bellezza ha sempre forme diversamente qualificate, che non esiste un unico ideale ma piuttosto una varietà inesauribile connessa al tempo. Il senso della bellezza che noi definiamo classica è proprio questa inesauribile varietà di bellezze che sono in essa contenute. Un Classico in cui, secondo Settis, alterità e identità convivono. In cui si ammette la spinta data dalla bellezza arcaica e le innumerevoli bellezze apportate dal processo di ibridazione che seguiva ogni rinascenza. Un Classico che è risultato di mescolanza tra culture, visioni differenti, forme nel loro continuo rinascere e mutare. Una visone del classico che si oppone a quella tradizionale.

Pensieri sul bello: riscoperta delle radici

Pensare al classico è pensare a tutto questo. Riflettere e comprendere un processo che non si ferma mai alla sola bellezza e a di quello che ci è stato insegnato a riconoscere come tale.

La tradizione culturale del pensiero ha ridotto il classico a una forma vuota e standardizzata, oscurando la molteplicità che in essa vive. Ma se la bellezza è specchio dell’uomo e se è necessario imparare a guardarla diversamente, andando oltre la visione imposta, allora è necessario interrogarsi sempre più profondamente sul classico, poiché esso rappresenta e rappresenterà sempre la storia della visione occidentale, la sua identità.

Per cambiare punto di vista sulla bellezza e sul mondo nel suo complesso bisogna interrogare la propria origine, la propria radice, per scoprire l’inesauribile varietà che in essa convive.

Aprendo lo sguardo a tutte le bellezze che convivono in una.


Fonti:
Salvatore Settis; Futuro del Classico; Einaudi, Torino 2004
Jean-Luc Nancy – Philippe Lacoue-Labarthe ; Il mito Nazi; 2013


https://www.intermezzorivista.it/ https://treccani.it/enciclopedia/classico/ https://www.treccani.it/enciclopedia/classicismo_(Enciclopedia-dell’-Arte-Antica)/

Dalila Rosa Miceli

Pubblicato da Dalila Rosa Miceli

Classe 2000, cresciuta sulle rive del lago di Como, dopo il diploma in design della moda si dedica alla sua passione più grande: l'arte, iscrivendosi all'Accademia di Brera. Nel 2020 inizia a collaborare con la rivista Intermezzo, curandone il settore artistico.