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PENSIERI SUL BELLO IV: SUBLIME BELLEZZA

Il piacere e l’arte consistono nell’abbandonarsi deliberatamente a quest’incoscienza felice, nell’accettare di essere sottilmente più deboli, più pesanti, più leggeri, più vaghi del nostro essere.

M. Yourcenar, Memorie di Adriano
Arte
Dalila Rosa Miceli – Impressioni

Fino ad ora si è parlato del bello come essenza che vive nelle cose e che emerge dagli sguardi. Dalla ‘700esca nascita dell’estetica, è implicito considerare la bellezza come la categoria prediletta dell’arte. La bellezza che ci chiama, che funge da specchio della società in cui si vive, lo sguardo che si dovrebbe acquisire per guardare al bello e per superare le implicazioni, le impalcature, costruite dalla storia. Ma nell’atto del contemplare le innumerevoli bellezze dietro alle cose non si dovrebbe mai porre in secondo piano l’uomo. Non la società, né la virtù sono il centro del bello, ma l’uomo nella sua più nuda esistenza. Ogni contemplazione è sempre un riverbero tra soggetto e oggetto e l’arte non è mai assoluta percezione, ma sempre bellezza calata nella vita, in ogni sua più traslucida sfaccettatura.

Abbiamo imparato a dipingere la bellezza con caratteri di austera magnificenza. Tuttavia l’estetica pone l’accento anche sul carattere umano dell’esperienza. La bellezza detiene sempre un carattere di eternità e l’uomo è chiamato ad essa perché ne ricerca quello che, infondo, non gli è dato possedere: l’immortalità.

Estetica: per una teoria del Sublime

Ogni esperienza di bellezza plasma chi l’osserva e spesso l’uomo scopre e si riscopre contemplando.

Con la definizione di sublime si intende un giudizio estetico generato da una particolare inclinazione d’animo di chi contempla il bello, sia artistico che naturale. E’ un concetto di bellezza prettamente romantico, moderno e che pone al centro la rivelazione che l’uomo ha durante la sua esperienza. E’ un sentimento per sua natura estremo, una inclinazione del bello fatta di contrasti potenti che perde ogni forma di austerità classica, ogni levigatezza e ogni sericità, per riversare l’uomo in una esperienza interiore soverchiante.

Il primo a teorizzare questo concetto tanto amato dall’estetica, fu un anonimo poi identificato come Pseudo-Longino in un trattato databile al I sec aC. Il sublime è qui definito come eco dell’alto sentire, eco di una grande anima. Un sentimento che trascina all’estasi e a un senso di smarrimento che accompagna il meraviglioso. È del 1756 la definizione più famosa che lo dipinge come un piacevole orrore nell’inchiesta sul bello e sul sublime di Edward Bruke. Esso assume così definitivamente i connotati di un piacere intenso e controverso, fatto di fascinazione assoluta, ma anche di terrore e dolore. Il teorico neoclassico Winckelmann riconosce la sublimità dell’arte nella grandezza e nella nobiltà, mentre Schopenhauer ne parla come di un sentimento che differisce da quello del bello per una sola aggiunta, rappresentata dal carattere oppositivo del fenomeno, ostile e avverso al corpo di chi contempla, ma comunque attraente.

Uomo, tra finito e infinito

E’ solo con Kant, tuttavia, che il concetto di sublime assume i connotati teorici che ne spiegano le più profonde sfumature. Nella Critica del Giudizio (1790), il filosofo tedesco riprende l’epiteto assegnato da Burke e ne parla come di un sentimento che scaturisce dalla contemplazione di fenomeni della natura infinitamente grandi e potenti. Sublime è sproporzione, smisura, infinito e finito che si confrontano e duellano.

Kant distingue un sublime matematico, generato dalla vista di fenomeni di una grandezza sovraumana che spingono l’uomo allo sgomento, e uno dinamico, che riguarda visioni smisuratamente potenti, tanto da generare paura e timore. Ma in entrambi i casi, ciò che emerge dall’esperienza di contemplazione è sempre la fragilità e la debolezza dell’uomo. Il filosofo scrive:

Sublime è ciò di cui la sola possibilità di esser pensato dimostra la presenza di una facoltà dell’animo nostro che trascende ogni misura sensibile.”

Kant, Critica del giudizio

Il soggetto sperimenta una perdizione, non riesce a comprendere quel sentimento misto di terrore e fascinazione che prova, è sgomentato da qualcosa di inumano, da una bellezza che va oltre ogni confine mortale e che la sua sensorialità fatica a comprendere. Ed è in questo istante di abbandono che egli si trova immerso nel flusso dell’infinito. Due temporalità si compenetrano, la finitudine umana entra nell’infinitudine della bellezza. L’uomo smette, anche solo per brevi istanti, di essere mortale.

Esperienze di questo genere sono esemplificate in opere letterarie come i Viaggi in Italia di Goethe ma anche nell’intensità di quadri romantici come quelli di C. D. Friedrich.

L’intellettuale tedesco, nel giugno 1787, ha modo di contemplare un’esperienza di sublime scaturita dalla vista dell’eruzione del Vulcano da un salone del Palazzo Reale napoletano e che riporta accuratamente nelle pagine del suo diario.

Eravamo al piano superiore del palazzo; di fronte alla finestra sorgeva gigante il Vesuvio; essendo già da buona pezza tramontato il sole, si scorgevano distintamente le fiamme della lava che scendeva, e cominciavano pure queste ad illuminare i nembi di fumo che loro soprastavano, ed ad ogni scoppio di eruzione, tutta la scena si rischiarava, per un istante di luce più viva. Scorgevansi dalla sommità del monte fin verso il mare una striscia di fuoco, una lunga nuvole di vapori infuocati, poi il mare, la pianura, i monti, la vegetazione, ed il tutto distintamente immerso in una luce crepuscolare, pacata, tranquilla. Tutti questi oggetti che si potevano abbracciare con un solo colpo d’occhio, la luna la quale sorgeva a tergo del monte, formavano un quadro meraviglioso, fatto a bella posta per ingenerare stupore.

J. W. Goethe, Viaggio in Italia, 2 Giugno 1787

Allo stesso modo l’osservazione del quadro il Monaco sulla Spiaggia del pittore romantico sintetizza abilmente i tratti di un sentimento incontenibile e profondo, generato dalla contemplazione ideale della marina che si estende di fronte.

Friedrich
Caspar David Friedrich, Monaco sulla spiaggia, 1808-1810, Berlino – Altes Nationalgalerie

La Civiltà dell’Anti-contemplazione

Spesso si pensa al sublime come ad un sentimento romantico, malgrado la sua genesi risieda nell’antichità. Come molti altri concetti, viene implicitamente storicizzato e legato indissolubilmente all’epoca che dà i natali all’estetica moderna, tuttavia sarebbe forse più corretto cercare di guardare oltre queste schematiche divisioni temporali.

Nei primi anni’70, in un momento di grande fervore economico e di massiccia urbanizzazione, il filosofo Rosario Assunto pubblica un saggio dedicato all’estetica del paesaggio. In questo contesto rivaluta l’esperienza del sublime, definendola come undispiacevole orrore e analizzandone il legame che ha con la modernità. Secondo quanto sostenuto dal pensatore, la civiltà odierna rifugge da ogni cosa che non sia benessere, comfort, rifiuta ogni spiacevolezza. Questa costante tensione a una esistenza agiata e che leviga ogni conflitto si impone anche nelle esperienze che danno forma alla vita degli individui e che li anestetizzano al pensiero critico. Tutto ciò che è conflittuale viene allontanato, risolvendo la vita in piaceri fugaci e di pronta consumazione.

Il Sublime è per sua natura conflittuale e, in una civiltà che non sa vedere, o meglio, che evita di farlo, non ha alcuna chance di manifestarsi. Inoltre, l‘unica possibilità di esperire realmente questo sentimento si attua, secondo i precetti kantiani e come dimostrato dall’esperienza di Goethe, solo nel disinteresse, e quindi nella mancanza di utilità. L’uomo moderno riduce ogni esperienza alla comodità e all’utile, ricercando il profitto e mai la profondità. La contemplazione non è mai una azione passiva, il soggetto che la compie è aperto al confronto con la bellezza e con il sentimento, ma nella nostra contemporaneità, è più facile sfuggire da ciò che non offre sicurezza.

Assunto delinea così il profilo di una modernità impossibilitata a contemplare, di una civiltà dell’anti-contemplazione. Ma è davvero così? Abbiamo realmente perso ogni possibilità di saper contemplare una bellezza che non sia rassicurante?

Pensieri sul Bello: Sublime oggi

L’epoca odierna tende al consumo e all’agio, a costo di costruire una realtà e una “bellezza” che si impone come fittizia e che si costruisce in ideali inarrivabili, evita spesso ciò che scende nella profondità per risolversi nella superficie e nell’apparenza.

L’esperienza del sublime dipende unicamente dalla diposizione d’animo di chi contempla la bellezza. Non si può dire che questa sia andata perduta in una modernità fatta di benessere ma, certamente, tende a essere adombrata, addomesticata. Aprirsi alla possibilità di vivere nell’instabilità di questa esperienza non significa rinunciare all’agio, quanto più riscoprire il sentimento. Riportare alla luce la paura e la fragilità umana che tendiamo a vanificare e a riunire l’uomo all’infinito che ha intorno. Riattualizzare uno sguardo estetico così profondo permette di sorpassare il manto invisibile della società dello spettacolo per ritrovare la propria identità in quanto uomini; poiché la bellezza è sempre specchio, non solo della società, ma della nostra esistenza individuale.


Fonti:

  • Pseudo-Longino, Del Sublime, I sec a.C.
  • E. Burke, Inchiesta sul bello e sul sublime, 1757
  • I. Kant, Critica alla Ragione di Giudizio, 1790
  • A. Schopenhauer, Mondo come volontà e rappresentazione, 1818
  • R. Assunto, Il Paesaggio e l’estetica, 1994
  • E. Franzini e M. Mazzocut-Mis, Estetica, 2000

Credits per l’Opera

Dalila Rosa Miceli; Impressione n 1
Tempera su tela; 30x40cm

La tela vuole essere una libera interpretazione di un paesaggio surreale che fonde, sfaldandone le forme, impressioni di cielo scuro e di mare in tempesta e che trova quiete solo nel cadere lento del flusso di luce/acqua centrale.

https://www.intermezzorivista.it/ https://www.treccani.it/vocabolario/sublime/https://it.wikipedia.org/wiki/Sublime https://it.wikipedia.org/wiki/Monaco_in_riva_al_mare

Dalila Rosa Miceli

Pubblicato da Dalila Rosa Miceli

Classe 2000, nata e cresciuta sulle rive del lago di Como, dopo il diploma in design della moda si dedica alla sua vocazione più grande: l'arte, iscrivendosi all'Accademia di Brera. Qui crea, pensa, studia per riscoprire l'essenza totale dell'arte nel suo complesso. Nel 2020 inizia a collaborare con la rivista Intermezzo, curandone il settore artistico.