Ripensare il porno – La rappresentazione della sessualità oltre Pornhub

Fotografia di Giovanni Vanacore, in arte "Feritoie"
Fotografia di Giovanni Vanacore, in arte “Feritoie”

Il quattro dicembre 2020 il “New York Times” pubblica un’inchiesta dal titolo The Children of PornhubWhy does Canada allow this company to profit off videos of exploitation and assault?”.  L’articolo è una denuncia ai danni di Pornhub, una tra le più note piattaforme di condivisione di materiale pornografico, accusata di aver permesso la diffusione di video senza il consenso della persona filmata e recanti spesso immagini di abusi a danno di minorenni. Il vaso di pandora è stato così scoperchiato e la reazione dell’opinione pubblica non si è fatta attendere, con conseguenze imprevedibili.

Due dei più importati circuiti di credito, Visa e Mastercard, hanno infatti avviato un’indagine sul contenuto del sito e impedito il pagamento attraverso le loro carte sulla piattaforma. Davanti a tutto ciò Pornhub ha deciso di rimuovere i video di provenienza incerta e cambiare le norme che regolano il caricamento di filmati. Tutto ciò è sufficiente?  Il problema è risolto? 

Un problema radicato

Pornhub ha cancellato circa nove milioni di video (due terzi del suo contenuto), un taglio netto e di certo non privo di significato ma, tuttavia, fine a sé stesso. È indubbio che la scelta fatta dal sito sia un sollievo per molte donne e ragazze abusate e violate ma non risolve il problema o almeno non lo fa a lungo termine. Aver rimosso quei video, infatti, significa soltanto tagliare un ramo, non sradicare un albero malato e ben radicato all’interno del mondo del porno: la violenza sul corpo della donna

L’industria del porno “mainstream” si è da sempre caratterizzata per la produzione di contenuti destinati principalmente a un pubblico maschile. I video sono prodotti per il piacere dell’uomo, spesso a scapito del corpo femminile, il quale è spesso oggettificato.  Per rendersene conto non serve necessariamente esserne fruitori: basta aprire l’homepage di un qualsiasi sito come Pornhub. L’intero materiale viene organizzato per categorie che feticizzano le donne e il loro corpo, oltre ad essere presentato con titoli che fanno riferimento alle protagoniste dei video attraverso parole degradanti.

Se poi si va a indagarne il contenuto effettivo si scopre una rappresentazione che spesso tende alla normalizzazione della violenza, presentata addirittura come piacevole per chi la subisce. Ciò è stato dimostrato attraverso un lavoro di analisi , portato avanti da un gruppo di ricercatori: Bridges, A. J., Wosnitzer, R., Scharrer, E., Sun, C. & Liberman, R, su cinquanta dei film pornografici più famosi. La ricerca ha dimostrato come la violenza fisica fosse contenuta in circa l’88% delle scene mentre quella verbale nel 49%.

Tutto ciò ha delle conseguenze che riguardano non solo il genere femminile. Infatti a sessualizzazione esasperata della violenza – e dunque anche la sua normalizzazione – comporta l’assimilazione di comportamenti aggressivi da parte del consumatore.  Quest’ultimo, soprattutto se molto giovane, si ritrova ad avere un primo contatto con una rappresentazione distorta e non veritiera della realtà, non educato ad una sessualità sana.

La violenza è intrinseca nel porno mainstream che diviene un ambiente favorevole alla diffusione di video di abusi e stupri: il problema è a monte. Cosa si può fare allora? 

La posizione del femminismo radicale

Non è semplice rispondere a questa domanda. La soluzione più immediata sembrerebbe ricadere nel proibizionismo: la fine della produzione e del consumo di porno al fine di estirpare il problema alla base. È questa la posizione assunta dal femminismo radicale, corrente interna del femminismo auto definitasi “maschio-escludente” e di deriva transfobica, che vede nella pornografia (e in generale nel lavoro sessuale) un modo attraverso cui viene esercitata l’oppressione degli uomini sulle donne. Abolire per risolvere, dunque: può funzionare?

Tale proposta solleva più di un dubbio e se ci si ferma a riflettere la sua fallacia appare subito evidente. Impedire la pornografia, infatti, significherebbe negare la rappresentazione della sessualità, a vantaggio del tabù che quotidianamente viviamo nella nostra società. Ma in realtà il reale problema rappresentato dell’industria del porno sta nel modo in cui la sessualità viene rappresentata, non la sessualità in sé.

La soluzione dunque non è nascondere, ma pensare ad un nuovo modo che liberi il porno mainstream da quella matrice violenta che sembra fino ad ora caratterizzarlo.  Come fare?  

L’origine della violenza nel porno: lo stigma

Per poter arrivare ad una soluzione un primo passo potrebbe essere quello di interrogarci sui motivi che hanno determinato tali modalità di rappresentazione. A questo proposito utile è guardare alla visione che la società ha della sessualità femminile e delle sex workers: esiste un forte stigma per tali argomenti, considerati spesso di tabù. 

Vi è infatti una costante cancellazione dell’eros femminile e del piacere oltreché un forte pregiudizio nei confronti di chi sceglie consapevolmente di intraprendere un mestiere legato a questo ambito. Ciò in parte è dovuto a una visione profondamente patriarcale del corpo della donna, che ha limitato le possibilità per le donne di autodeterminarsi. 

A lungo infatti le donne non sono state chiamate a scegliere attraverso il proprio corpo per sé stesse ma sono state spinte a determinare il proprio corpo in relazione a ciò che la società chiedeva a loro.  L’accezione positiva di concetti come verginità, castità, pudore – e di contro insulti come “troia” e “puttana” – sono il frutto di questa cultura.  E’ nel momento in cui la donna sceglie in modo diverso da ciò che la società benpensante le impone, che su di lei cade lo stigma.

Quest’ultimo non si traduce unicamente nell’esclusione sociale, ma è anche l’origine della violenza nel porno mainstream. Infatti la scelta libera di una donna su tutto ciò che riguarda il proprio corpo, al di là di ciò che la società le impone, la porta a perdere ogni rispetto agli occhi dei perbenisti e ad essere classificata come oggetto sessuale: diviene solo un corpo. Un corpo che si può comprare e che è sacrificabile alla violenza per il piacere sessuale di altri.  

Da tale consapevolezza dobbiamo allora partire per provare a proporre un nuovo modo di rappresentare la sessualità nel porno.  

Una nuova rappresentazione

Una rappresentazione rinnovata parte da una concezione che potremmo definire come l’inversione del “dogma” che la società ci ha a lungo imposto. Infatti solo facendo in modo che il corpo non preceda più la persona, ci si può ricordare il valore dell’individuo e rendere impossibile la sua oggettificazione. È dunque necessario che il corpo non sia più lo scopo che si chiede di realizzare, ma il mezzo attraverso cui una donna possa scoprirsi e autodeterminarsi nel rispetto di sé stessa. 

In questo modo infatti la donna non sarà più un corpo alla mercé della società, ma un essere senziente che è autonoma anche quando sceglie di vendere non il suo corpo, ma un servizio (da lei definito e scelto, mai imposto) attraverso il proprio corpo. Attraverso questa narrazione, dunque, si potrebbe permettere la realizzazione di pornografia libera da qualsiasi violenza poiché costruita sul rispetto, veicolato attraverso un consenso informato.
Ma ciò è realmente possibile?  

Il porno “etico” di Erika Lust

Ripensare la rappresentazione della sessualità oltre il modello proposto dalla pornografia mainstream non è solo possibile, ma è già avvenuto. Da tempo infatti esistono case di produzione indipendenti che propongono una pornografia da molti definita “etica” ed inclusiva poiché unicamente basata sulla rappresentazione di una sessualità sana e consapevole. 

Un nome su tutti è quello di Erika Lust, registra e produttrice svedese femminista che da anni attraverso la sua casa di produzione si propone come modello alternativo al mainstream. Intendendo la pornografia come un discorso sulla sessualità, Erika Lust riafferma la necessità di rendere la donna protagonista attiva di tale discorso, al fine di superare una rappresentazione del sesso morbosa che Lust denuncia come consumatrice prima ancora che come registra.

Il risultato è una pornografia vicina alla realtà che, proprio per questo motivo, riesce a perdere la violenza che infetta Pornhub e a compiere quella rivoluzione da cui quest’ultimo sembra essere invece molto lontano.  



Fonti

https://www.dailymail.co.uk/video/femail/video-1187232/Erika-Lusts-TEDx-Talk-time-porn-change.
htmlhttps://www.nytimes.com/2020/12/04/opinion/sunday/pornhub-rape-trafficking.html
https://www.lastampa.it/tecnologia/news/2020/12/12/news/non-si-potranno-piu-usare-carte-di-credito-visa-e-mastercad-per-pagare-pornhub-1.39652540
https://www.pornotossina.it/2019/12/18/il-porno-carbura-la-violenza/
https://www.agi.it/estero/news/2021-01-08/porno-prima-conoscenza-sesso-adolescenti-10949564/
https://erikalust.com/

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Pubblicato da miriamballerini

Nata nell'ultimo inverno del secolo scorso in Brianza, cresce (o almeno ci prova) in provincia di Como. Da qui inizia ad andarsene, dopo il diploma. Nel 2018 infatti si iscrive alla facoltà di Lettere a Milano e intraprende la sua carriera da pendolare. Innamorata (senza essere ricambiata) della scrittura, dall'autunno del 2019 inizia a collaborare con alcune riviste online. Per l'Intermezzo si occupa di società perché coltiva ancora l'illusione che la cultura possa salvare il mondo.