La scrittura che libera: Primo Levi “a lezione”da Freud

Il nome di Primo Levi è legato ad una della più importanti opere memorialistiche del XX secolo: “Se questo è un uomo“.  Lo scritto, come è noto, racconta della deportazione di Levi all’interno del campo di concentramento di Auschwitz, un’esperienza avvenuta quando l’autore aveva ventiquattro anni.  In “Se questo e un uomo”, come anche nell’opera successiva “La tregua”, Levi definisce la propria figura letteraria in relazione alla necessità di testimoniare ciò che è stato.  La memoria si fa opera e l’autore si fa testimone. Eppure Levi non fu solo un testimone.   

Primo Levi fu innanzitutto uno scrittore e un chimico, che indirizzò il proprio sforzo intellettuale oltre il valore della testimonianza. Egli ritenne necessario liberarsi dal ruolo di testimone affinché la sua esperienza di vita e scrittura non fosse dominata dal trauma della vita nel campo di concentramento. Ciò fu possibile per Levi? Un individuo può davvero superare un’esperienza a tal punto drammatica? E come può farlo attraverso la letteratura?  

“Ricordare, ripetere e rielaborare”: l’ipotesi di Freud

Un tentativo di risposta alla seconda domanda era già stato formulato all’inizio del Novecento da Freud. Nel 1914 lo psicanalista pubblica l’opera “Ricordare, ripetere e rielaborare”, dove affronta il tema del ricordo e le difficoltà legate ad esso. Freud parla di quei ricordi, legati alle esperienze traumatiche, che non riescono a configurarsi in quanto tali.  Il ricordo, infatti, incontra un ostacolo dovuto alle “Vendrangungswiderstande”, ossia alle resistenze dell’individuo davanti alla rielaborazione di ciò che è traumatico e che dunque appare paralizzante e totalizzante. 

L’ostacolo nel saggio di Freud prende il nome di “Wiederholungszwang” ovvero: “Coazione a ripetersi”.  Si tratta della condizione tale per cui l’esperienza passata continua ad esistere nel tempo presente e imprigiona chi l’ha vissuta. Il ricordo però per Freud è possibile e si realizza solo nel momento in cui l’analizzando e lo psicanalista compiono un lavoro su di esso e danno pieno sfogo allo stadio della coazione a ripetersi, affrontandola. Questo è il “lavoro di rimemorazione”: solo attraverso di esso si può ottenere un ricordo autentico. 

È da questa riflessione di Freud che dobbiamo partire per comprendere il lavoro letterario svolto da Levi e per cercare di dare un’ipotesi di risposta alla prima domanda. Per fare ciò è però necessario considerare la produzione letteraria di Levi che non si ferma alla sua opera memorialistica. Quest’ultima, infatti, fu solo un punto di partenza per un percorso di definizione del rapporto di Levi con il trauma, un percorso che trova il suo punto essenziale in una raccolta di racconti di fantascienza pubblicati nel 1966: “Storie Naturali.” 

Se questo è un uomo”: Il regno della rievocazione

Il primo scritto memorialistico di Levi è il regno della rievocazione: in esso la dimensione dell’esperienza passata è totale. Primo Levi e il lettore rivivono la realtà del campo di sterminio nella sua orribile complessità, la quale viene infatti descritta usando il tempo presente.  
Questa scelta non è casuale: è come se l’esperienza del campo non appartenesse al tempo passato dove releghiamo i nostri ricordi, a simboleggiare che, in fondo, ricordo non è ancora. Il campo di concentramento è, per Levi, la realtà dei suoi incubi, il motivo presente che determina la necessità di testimoniare.

Ecco allora che in Primo Levi accade la realizzazione della “Coazione a ripetersi” descritta da Freud. Levi sceglie di superare tale ostacolo dando pieno sfogo alla propria memoria nel racconto. “Se questo è un uomo”, che costituisce quel necessario passaggio verso il “lavoro di rimemorazione”.  

Storie naturali” : il nuovo rapporto con il trauma

Per Primo Levi il “lavoro di rimemorazione” trova piena configurazione all’interno di “Storie naturali”, opera attraverso cui l’autore raggiunge la libertà dal trauma. I quindici racconti di fantascienza non sono lontani dal materiale narrativo di “Se questo è un uomo”, tuttavia si rapportano ad esso in modo del tutto nuovo.

Questo avviene già dalla scelta del genere stesso. La fantascienza, infatti, slegandosi da una necessità mimetica, permette a Primo Levi di rappresentare una realtà che non è quella del campo di concentramento, ma che, alla pari di essa, si presenta come un “mondo alla rovescia”. Tale mondo non è apparentemente diverso dal nostro, ma, nella sua configurazione, Primo Levi ne mette in luce una logica distorta.  La stessa logica che portò alla creazione dei campi di concentramento e che si presenta come criterio sì umano, ma privo di ogni etica. 

È dunque questo principio che si scorge in filigrana in entrambi i gruppi di racconti che compongono la raccolta.  Storie naturali infatti si struttura attorno a due cicli di narrazioni: il primo ha come suo filo conduttore il personaggio di Mr. Simpson e il secondo è ambientato nella Germania del futuro. In entrambi è centrale il tema della tecnologia e del progresso che in quegli anni stava conoscendo il suo massimo sviluppo. Nei racconti lo sviluppo tecnologico porta a conclusioni impreviste e talvolta tragiche, fino alla totale distorsione e alienazione dell’uomo.  

Ecco allora che nei racconti di fantascienza il progresso può potenzialmente dare origini a ciò che il campo di concentramento aveva creato: il mondo “distorto” guidato da una logica priva di etica.   Avviene così la trasfigurazione del Lager nei racconti. Ma non basta. Se ci fermassimo qui non si spiegherebbe come in “Storie naturali” Primo Levi compia quel processo che lo porta a liberarsi dal trauma.  I racconti di fantascienza rappresenterebbero semplicemente una variazione sullo stesso tema delle opere memorialistiche. 

Il profumo dei ricordi

La volontà di reinterpretare e superare il trauma dei ricordi è evidente nel primo racconto di “Storie Naturali”, che non condivide né i temi né l’ambientazione del resto dell’opera, ed ha funzione di prologo.

In tale racconto, intitolato “I Mnemagoghi”, si narra dell’incontro di un giovane medico con il dottore di cui dovrà prendere posto. Quest’ultimo vive ormai isolato da ogni cosa e nella sua solitudine ha inventato una tecnica cui racchiudere il profumo dei propri ricordi in alcune boccette. Fiero, il dottore mostra al nuovo medico le boccette in cui tiene racchiuso il proprio passato, incoraggiandolo a odorare l’essenza delle sue scuole elementari, l’alito del diabetico in fase acetonemica, l’acido fenico dei turni in ospedale, la roccia che si riscalda al sole e, infine, il profumo di una donna.

Le apre e rivive continuamente ciò che è stato, scegliendo di rimanere intrappolato nel passato.  Il giovane medico, che rappresenta il nuovo Levi, è in parte curioso, ma in parte diffidente, inquietato. Così arriva a fuggire dall’uomo che vive nei propri ricordi. Riconosciamo in ciò una dichiarazione di intenti: Primo Levi afferma fin dal principio la propria volontà di allontanarsi dal passato, volontà che, di fatto, si concretizza nell’opera.   

La fantascienza come possibilità di libertà

Nella rappresentazione del mondo alla rovescia Primo Levi non condanna il progresso o la tecnologia in sé; egli, al contrario, li pone sotto analisi mettendo in evidenza la necessità dell’etica umana. È difatti la sottomissione di quest’ultima alla tecnologia a portare alla piena distorsione della realtà.

In “Storie naturali” dunque non è più la necessità di rievocazione a dominare la pagina quanto piuttosto una piena volontà di analisi, a partire proprio dall’esperienza del campo di concentramento. Il passato smette di essere attuale, non si impone sulla scrittura dell’autore, ma si fa possibilità di riflessione. Si realizza dunque ciò che Freud aveva indicato come risultato ultimo all’interno del suo saggio.

In “Storie naturali” abbiamo allora la piena maturazione di Primo Levi come scrittore, la piena realizzazione del “centauro” – come lui stesso si era definito – metà chimico e metà testimone di guerra, metà uomo e metà scrittore. In quest’opera anche le sue capacità di analisi scientifica sono messe al servizio di una scrittura che è analisi e critica del presente, condotta affinché il “mondo distorto” non si ripeta più.


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BIBLIOGRAFIA
Cassata F. (2016), FANTASCIENZA?, Giulio Einaudi editore s.p.a, Torino.
Ricoeur. P. (2004) , Ricordare, dimenticare, perdonare. L’enigma del passato, Il Mulino, Bologna.

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Pubblicato da miriamballerini

Nata nell'ultimo inverno del secolo scorso in Brianza, cresce (o almeno ci prova) in provincia di Como. Da qui inizia ad andarsene, dopo il diploma. Nel 2018 infatti si iscrive alla facoltà di Lettere a Milano e intraprende la sua carriera da pendolare. Innamorata (senza essere ricambiata) della scrittura, dall'autunno del 2019 inizia a collaborare con alcune riviste online. Per l'Intermezzo si occupa di società perché coltiva ancora l'illusione che la cultura possa salvare il mondo.