Ragazzine – Un racconto di Damiano Panicucci

«Non è che la musica non mi piace, o il posto. Lo so bene che ci si può fare i cavoli propri, come se il casino non ci fosse. Ma poi… Non posso starmene in pace. Cioè, dovrei fingere, ma non voglio.»
    Lei e Seba stanno tornando a casa dopo aver festeggiato tutto il giorno. Lui le ha proposto di andare in discoteca. Leti non vorrebbe, ma fargli cambiare idea è la cosa più difficile del mondo.
«Ma se mi hai detto tu che ci volevi andare.» le risponde lui.
«Mi spiace hai capito male. E se venissi da me stasera?»
«Mmm…» risponde con una smorfia.
«I miei mi hanno regalato un paio di film. Potremmo guardarli assieme.»
«No, lascia stare.»
«Dai, in disco ci possiamo andare anche domani, va bene?»
«No. Non è quello il problema.» le risponde scocciato.
    Lei sorride e gli dà un bacio sulla guancia.
«Lo so che ci tenevi. Scusa, ma oggi son proprio distrutta.»
    Lui non risponde, e la sua forza sta tutta nel silenzio.
«No, dai non fare così. Non voglio far la stronza. Il problema è che i miei… guarda io verrei, sono i miei a dire di no.»
«Ti inventi qualcosa, non è quello il problema.»
«Però … perché proprio in disco?»
«Non ci vado da una vita. Dai, magari ci sono anche le tue amiche.»
«Quali amiche?»
«Le tue compagne.»
«Ah. No, guarda spero proprio di no.»
    Lui la osserva stupito.
«Quelle sono tutte…  beh, hai capito. Vanno in disco ogni sera…»
«E allora?»
«Ci vanno solo per rimorchiare.»
«Beate loro.»
«Smettila Seba. Non sei divertente.» prende un respiro e poi continua «La gente ci va solo per le ragazzine come loro, lo sanno tutti.»
    Lui non risponde.
«Ma non parlo di te, Seba. Tu sei uno tranquillo. Dico degli altri.

Alla fine se n’era andato senza neanche salutarla. Lei c’era rimasta male.
    Sul marciapiedi i lampioni sono accesi e le finestre illuminate perforano il buio. Da una casa vicino proviene il brusio di una televisione accesa e più in alto un rumore di piatti. L’aria fresca sfiora il viso del ragazzo. Lui attraversa il marciapiede, cammina lentamente, a gambe larghe, guardandosi intorno. Un po’ gli dispiace che lei non ci sia, ma non tornerà indietro. Verrà lei, pensa, è solo questione di tempo. Arrivato a casa si prova un paio di camicie. Ne sceglie una bianca col colletto alla coreana e prima di scendere infila trenta euro nel portafogli.
    Per arrivare in discoteca prende la strada più lunga, quella che passa davanti a casa di Leti. Mentre cammina dà un’occhiata al cellulare. Lei lo ha già chiamato tre volte. Si ferma davanti al cancello e quando la sente arrivare si volta. La segue con lo sguardo finché non gli si para davanti.
    «Vengo anch’io.» dice guardandolo negli occhi. A Leti non piace che vada a ballare da solo, e adesso che sa delle compagne ancora meno.
    Lui la osserva stupito. Guarda le tettine strizzate nel vestito troppo attillato. Non si era mai vestita così. Gli viene da sorridere, e si dimentica di rispondere.
    «Quindi?»
    «Non lo so. Ci devo pensare.»
    «Dai, non fare il coglione.»

Sulla strada si fermano davanti a un Carrefour dove prendono un cartone di birre.
    «Non vorrai mica berle tutte?»
    Lui stappa una bottiglia con l’accendino e gliela passa. Lei gli allontana la mano, ma lui insiste.
    «Dai, prendi.»
    «No, non la voglio e poi hai deciso tu di comprarle.»
    Le fa un sorriso e continua: «È d’obbligo prima di entrare.»
    «E chi lo ha detto?»
    «È una delle regole.»
    «Una delle tue regole.»

Seba è già alla terza e lei è ancora alla prima. Lui la rimprovera, le dice che almeno quella la deve finire. Si siede sul panettone e aspetta: «Tanto» dice «finchè non l’hai finita non entri.»
    «Ma non mi piace.» Lui non risponde, aspetta e basta. Lei lo guarda come un cane bastonato, poi, appena si è voltato, nasconde la birra dietro la schiena e la versa sul prato

Raggiunta la discoteca si mettono in fila. Dall’edificio basso e squadrato arriva il ritmo martellante del drop. La ragazza si sente spaesata. Non è abituata a quella musica e sentendola immagina un’infinità di persone ammassate, casse a volume alto e cubiste che ballano mezze nude su un palo. Ha un po’ di paura e vorrebbe tornare a casa. Poi ricorda che sono lì per festeggiare.
    «Seba.»
    «Dimmi.»
    «Ti faccio una domanda.»
    «Spara.»
    «Ma tu devi essere sincero.»
    «Va bene.»
    «Ti piaccio?»
   Lui dà uno sguardo alla scollatura.
    «Perchè me lo chiedi? Stiamo assieme, no?»
    «No, non dico quello. Non c’entra. Dico se mi trovi bella.»
    «E perchè?»
    «Dai, rispondi e basta.»
    La luce verde scopre il suo petto magro, il collo lungo, esile e il pallore del viso. Lui fa cenno di sì con la testa. Lo fa in modo meccanico.

Arrivano all’ingresso, Seba paga i due ticket, poi scendono le scale e si mischiano tra la folla. Lei si guarda intorno cercando le compagne di classe, non vederle poi la fa sentire più tranquilla. Camminano verso il centro della sala. Sopra le loro teste vengono proiettate luci verdi, rosse e blu che dall’alto scendono fino al pavimento appiccicandosi sui muri e sui vestiti dei ragazzi.
    Leti ha la sensazione che il rumore delle casse le rimbombi nello stomaco. Con la musica classica non le è mai successo. Cerca di pensare ad altro e osserva Seba: non sta seguendo il tempo, eppure non balla a caso e i suoi movimenti sono armonici. Poi fissa la sua camicia bianca: ha l’impressione di un’eleganza nel suo modo di portarla. Sembra un principe russo, pensa: bello e terribile.
    Al bar lui prende due shot e lei senza nemmeno averlo chiesto se ne trova uno nella mano e lo guarda un po’ perplessa. Non ne avrebbe molta voglia, però ha paura che Seba si offenda, in fondo l’ha pagato lui. Lo assaggia. Non le piace nemmeno il gusto, ma si sforza di finirlo.
     «Ai tuoi diciassette» grida lui e lei gli sorride.
    Tornati sulla pista Leti si sente disagio. Non riesce a seguire il tempo e fa movimenti irregolari. Si guarda intorno cercando di copiare quelli sensuali delle altre. Quando ci prova però si sente goffa e poco dopo si arrende.
    Lui la guarda, capisce che è in difficoltà. Deve divertirsi di più, pensa, e le offre un altro drink.

Leti si guarda intorno. Lui non è piú lì al suo fianco.
    “Non volevo nemmeno venirci, e poi è il mio compleanno.” pensa mordendosi le dita “Ma lui mi ha costretto, mi ha ubriacata per poi mollarmi qua, ‘sto stronzo.”
    Si muove lentamente verso le scale cercando di mettere in fila i piedi uno dopo l’altro, ma ogni passo è uno sforzo sempre più grande. Le sembra che nella sua testa ci sia un acquario che oscilla lentamente e teme che prima o poi si debba rovesciare, ma ogni volta non succede nulla.
    Un gruppo di ragazzi si avvicina. Non si può dire che ballino, si muovono a tempo alzando ogni tanto le braccia. Un cerchio le si stringe intorno. Lei ha paura. Loro la fissano, ma nessuno ha il coraggio di fare la prima mossa. Leti li scruta sempre più spaventata, e forse è proprio quel fissarsi e la luce ad intermittenza a confonderli, a generare l’incomprensione. Uno avvicina la bocca, ma lei si scosta. Lui non si arrende, prova una seconda volta e le bocche rimangono incollate per qualche secondo, poi lei lo respinge. Lui si avvicina di nuovo e questa volta è lei a lasciarsi andare.

Leti si siede sulla scalinata che congiunge la zona bar alla pista. Più il tempo passa più si sente male. Tutto quell’alcool le dà la nausea e guardandosi intorno si sente sola e fragile. Nella bocca le è rimasto il sapore di quel bacio e mentre con lo sguardo continua a cercare Seba, si chiede perché lo abbia lasciato fare, perché non si sia rifiutata. Baciare uno sconosciuto è una cosa che non avrebbe mai fatto, eppure…
    Era un po’ brilla, aveva ceduto solo perché lui insisteva, eppure lo aveva fatto. Le luci colorate ronzano sempre più pigre intorno a lei, come mosche intorno ai rifiuti. La testa continua a farle male. Chiude gli occhi per qualche secondo, e li riapre a fatica.

Lui sta fumando una sigaretta, finisce una boccata e la guarda.
    «Allora? Com’è?»
    «Non lo so. Torniamo a casa?»
    «Ti senti bene?»
    «Mica tanto.»
    Dopo poco si fermano ad un angolo, lei vomita. Seba le dà due colpetti sulla schiena e con un fazzoletto le pulisce la bocca.
    «Andiamo a una fontana?» le chiede.
    Per raggiungere casa lui la deve aiutare, si fermano spesso e lei vomita altre volte. Con un altro fazzoletto le pulisce il vestito rimasto sporco.
    «Seba.»
    «Sì.»
    «Posso farti una domanda?» Lui sorride. E’ contento di quel “posso”.
    «Dimmi.» 
    «Perché fai sempre così?»
    «Così come?»
    «Come se ti sforzassi ad uscire con me. Ti vergogni?» chiede cercando di sorridere.
    «Ma va’.»
    «Cioè, potresti uscire con ragazze molto più belle. Perché hai scelto me?»
    «Non lo so.» le risponde un po’ stupito da quelle parole. 

Leti apre il cancello. Superato il giardino salgono le scale. Lei si ferma al secondo piano davanti alla porta.
    «Ciao.»
    «Come sei fredda oggi.» le risponde Seba in tono scherzoso.
    Lei lo abbraccia. Nella mente le vorticano le immagini della serata: i drink, la musica, le luci e poi quel bacio. Per fortuna Seba non aveva visto niente…
    Cerca di allontanare quei pensieri. Dopo quel bacio si era sentita così fragile, come non era mai stata.
    Lui la stringe e nel farlo sente un odore forte di sudore misto a vomito. Vorrebbe staccarsi, ma lei non glielo permette. Non ha mai avuto così bisogno di essere abbracciata.

 

Damiano Panicucci – l’autore
Damiano Panicucci nato nel 1999. Studia i primi anni in un liceo artistico dove si appassiona
alla tecnica del acquarello copiando artisti come Hugo Pratt. Sarà lì che poi scoprirà l’amore
per la letteratura in particolare per i racconti brevi di Carver, di cui si scorge un’evidente influenza in Ragazzine. Nel frattempo si diletta a scrivere storie ispirate da piccoli gesti quotidiani e apparentemente banali della vita di tutti i giorni. Alla fine del liceo si iscrive alla facoltà di Lettere Moderne dove ha modo di conoscere ancor di più la letteratura contemporanea.
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Credits:

Marco Codolo
Per l’illustrazione“What women really want”

Quello che le donne veramente vogliono, quello che in fondo quasi tutti vogliamo, qualcuno da amare, qualcuno che ci ami, qualcosa di puro e sincero. E così un cuore anatomico al centro dell’illustrazione rappresenta l’epicentro del desiderio, le donne che lo contornano sono praticamente identiche, non ci sono tratti distintivi netti che le distinguono, perché siamo tutti uguali, alla ricerca dell’amore.

Marco Codolo, classe 1991, in arte CheYos. Disegna da sempre, per una crescente necessità di elaborare e di comunicare attraverso i propri lavori, stando dietro le quinte. Negli scorsi anni ha presentato tre personali in varie gallerie d’arte e locali del suo paese d’origine, Portogruaro. Ha partecipato a vari festival dell’illustrazione autoprodotta, girando tra Bologna, Roma e Lucca, e arricchendo sempre di più il proprio stile. Recentemente ha scoperto nel disegno digitale nuovi stimoli e possibilità. I suoi lavori esplorano prevalentemente il mondo del subconscio e dell’assurdo, spesso i soggetti principali sono organi umani, ma anche volti femminili, creature strane, insomma, tutto ciò che vede, immagina, sogna e che, soprattutto, non esiste. Il suo è uno stile grafico che guarda all’illustrazione, predilige il bianco e nero, con soggetti bianchi in primo piano e sfondi molto dettagliati a creare contrasto.

Instagram: @marco.cheyos
Facebook: CheYos

 

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