Rigoletto: “Ah! La maledizione!” – Il karma incontra il melodramma

Mantegna - particolare della Camera degli Sposi nel palazzo ducale di Mantova
Mantegna – particolare della Camera degli Sposi nel palazzo ducale di Mantova

Il concetto di karma, originario della lontana India, da qualche anno a questa parte è stato gradualmente accolto e validato anche dalla cultura occidentale. Volendo trovare una definizione sintetica, possiamo affermare che il karma sia la conseguenza dei comportamenti umani: le buone azioni verranno ricompensate, saranno invece punite quelle degli empi e dei malvagi.

Trasposizione del karma nella quotidianità

Nella tradizione buddista, il karma è strettamente legato ad uno dei fondamenti della religione, ovvero la reincarnazione: a seconda della qualità delle azioni nella propria vita ci si reincarnerà in un essere superiore o in uno inferiore.

La società moderna occidentale, nella sua assimilazione del concetto, lo ha completamente distaccato dalla sua sacralità proponendone un’immagine applicabile anche ai più minimi aspetti della vita. Il tuo capo ti ha appena licenziato? Probabilmente è perché lo scorso lunedì non hai ceduto il posto in tram a quel vecchietto al quale tremavano le gambe. Tua moglie chiede il divorzio? Forse dipende dal fatto che nella tua attività commerciale non emetti scontrini dalla notte dei tempi. Un chiodo spuntato dal nulla in mezzo alla strada ti ha bucato una gomma? Di sicuro è accaduto perché quando vai da Ikea ti riempi furtivamente le tasche di matitine omaggio.

Ecco, appellarsi al karma a sproposito è davvero semplice e per alcuni versi vantaggioso: additare la colpa delle proprie sventure al fato è rassicurante, ristabilisce l’equilibrio della coscienza, la quale ha il potere di autoconvincerci che le conseguenze delle nostre azioni dipendano da qualcun altro.

Voltando lo sguardo alle nostre spalle, possiamo rintracciare il concetto occidentale di karma senza spostarci lontano geograficamente ma solo facendo un tuffo nel passato, esaminando la tradizione operistica italiana. Una figura in particolare sembra avere molto a che fare con chi ai giorni nostri individua il destino come causa dei propri mali. Si tratta di Rigoletto, protagonista dell’opera verdiana che porta il suo nome.

Rigoletto: la maschera del buffone

Per contestualizzare storicamente la vicenda, possiamo fare affidamento sul libretto di Francesco Maria Piave, che al suo principio riporta una ben dettagliata immagine: “La scena si finge nella città di Mantova e suoi dintorni. Epoca, il secolo XVI”. Il “povero Rigoletto”, nato difforme e per questo motivo condannato a far ridere, è il buffone di corte del Duca di Mantova. Sempre pronto a deridere i cavalieri portando lo scherzo all’estremo, Rigoletto ha molti nemici, i quali per vendetta si accordano per rapire sua figlia, Gilda, unica soddisfazione e ragione di vita del buffone.

L’apertura del sipario introduce con musiche di danze il pubblico nella “sala magnifica del palazzo ducale” dove tutta la corte in allegria ed ebbrezza sta partecipando ad una festa. Il ricevimento viene, però, bruscamente interrotto dall’ingresso in scena del Conte di Monterone, presentatosi a palazzo per affrontare il Duca e rivendicare l’onore di sua figlia, dopo aver scoperto che il libertino si è preso gioco della ragazza. Rigoletto, per far divertire la corte, perfettamente a suo agio nel ruolo del buffone, canzona l’evidente sofferenza del Conte caricaturandone la voce e appellandolo come matto davanti a tutti, e in questo modo scatenando la sua ira. Il Conte, prima di essere arrestato e portato via su ordine del Duca, maledice i due, chiamando vile il Duca e rivolgendosi a Rigoletto con queste parole: “e tu, serpente, tu che d’un padre ridi al dolore, sii maledetto!.

La condizione di buffone di Rigoletto lo obbliga a tenere per sé lo sgomento che lo coglie di sorpresa all’udire queste parole “(Che sento! Orrore!)”, perché non gli è permesso di mostrarsi debole e spaventato a palazzo, quando il suo compito è esattamente l’opposto: far ridere e divertire.

Fussli - Buffone ritratto da un pittore con gli occhiali
Fussli – Buffone ritratto da un pittore con gli occhiali

“Ella stessa fu colta dallo stral di mia giusta vendetta”

Il rapimento di Gilda non tarda ad arrivare. Alcune scene dopo la giovane viene rapita dalla casa di Rigoletto e portata a palazzo, dove il Duca, illudendola con promesse di fedeltà e amore eterno, la convince a concedersi a lui. Ricongiuntasi con il padre, la ragazza gli racconta l’accaduto e gli confessa di essersi innamorata del Duca. D’altra parte Rigoletto è infuriato, perché conosce molto bene le abitudini e i costumi del giovane signore, il quale non perde occasione per godersi la vita tra convitti, vino, giuoco, feste e danze, sempre alla ricerca di una nuova amante per placare il suo desiderio di immacolate beltà (il tutto è ben descritto nella celebre aria “Questa o quella per me pari sono”, esplicativa a partire dal titolo).

Rigoletto è alla ricerca disperata di vendetta per l’onore ormai infangato della figlia e decide di assoldare un sicario, Sparafucile, per uccidere il Duca. Il piano però non va come previsto: sarà proprio Gilda la vittima di questo omicidio finanziato dal padre. L’amata figlia, dopo aver disobbedito al padre che le aveva imposto di fuggire dalla città e nonostante aver scoperto che il suo amato sia un iniquo traditore, nell’ultimo atto dell’opera prenderà la decisione di sacrificare la sua vita per amor del Duca. Tutta la disperazione di Rigoletto dopo la morte della figlia è racchiusa nel verso che conclude l’opera, subito prima del grande applauso finale e degli inchini al termine di quasi tre ore di musica: Ah! La maledizione!.

Illustrazione raffigurante il Duca, Maddalena, Gilda e Rigoletto
Illustrazione raffigurante (da sinistra) il Duca, Maddalena, Gilda e Rigoletto

La causa delle sventure

Ma è davverola maledizione lanciata dall’infuriato Conte di Monterone nella prima scena la causa della morte di Gilda? Analizzando l’opera e osservando la vicenda da differenti punti di vista,possiamo trovare diverse cause e diversi colpevoli per la morte della giovane. Procedendo con ordine: il Duca ha la colpa di essersi approfittato dell’ingenuità della ragazza, provocando così il desiderio di vendetta in Rigoletto, il quale commissionerà l’omicidio in cui sarà coinvolta la figlia; i cavalieri della corte sono gli esecutori materiali del rapimento, evento che ha messo a disposizione la ragazza agli inganni del Duca; il sicario, ha la colpa di aver tradito Rigoletto uccidendo Gilda anziché il Duca, sotto consiglio della propria sorella, Maddalena, anch’essa innamorata del libertino. E infine la stessa Gilda è colpevole di non aver ascoltato i giusti consigli del padre, così accecata dall’amore tanto da sacrificarsi per un amante ingrato.

Riflettendo su tutte queste colpe e tutti questi colpevoli, c’è un solo personaggio che accomuna tutti gli eventi complici della morte della giovane: Rigoletto. È lui che ha pianificato l’omicidio e pagato il sicario. Sempre lui ha causato la ripicca dei cavalieri dopo l’ennesima presa in giro. È lui che non ha mai condannato le abitudini deprecabili del suo signore, scherzando e appoggiando le sue malefatte. Ed è lui stesso che ha scatenato su di sé l’ira e la conseguente maledizione di Monterone deridendolo. Per quanto riguarda Gilda, essere stato un padre troppo limitativo si è rivelato fatale per la vita della ragazza, che per una volta ha voluto fare di testa sua, sacrificando la propria vita.

Rigoletto punito dal karma

Le azioni cattive di Rigoletto e il suo maniacale desiderio di vendetta si sono rivoltate contro di lui. Il buffone, però, di questo non si accorge e accecato dall’ira colpevolizza la maledizione e la natura, che lo ha fatto nascere difforme e quindi obbligato a far ridere. Rigoletto è un chiaro esempio di chi crede che il destino abbia già deciso la sorte di ogni uomo e che a questo inafferrabile carnefice non ci si possa sottrarre. Non concepisce l’idea che le sue sventure in principio siano causate dalle sue stesse azioni.

Il karma punisce Rigoletto con la morte della sua amata figlia: eventi negativi sono causati da azioni negative. All’inizio dell’opera Rigoletto ha deriso il dolore di un padre, alla fine di questa è proprio Rigoletto a provare quello stesso dolore. Non è di certo la maledizione a condannare la sorte sventurata del protagonista, ma è lui stesso che si condanna ad essere maledetto, deridendo chi soffre, protetto dalla maschera di chi non può soffrire: quella del buffone.

Il pubblico non può che provare empatia per la disperazione di Rigoletto, anche se lui non è alla ricerca di pietà. L’opera si conclude con l’immagine del buffone in lacrime che stringe tra le braccia il corpo senza vita di sua figlia, un frammento molto triste e toccante. Infine ecco spiegata la vera maledizione di Rigoletto, che per sempre lo perseguiterà nel senso di colpa: aver fatto pagare a sua figlia innocente il prezzo dei propri errori.


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https://www.intermezzorivista.it/teatro-alla-scala-a-riveder-le-stelle-recensione/
https://it.wikipedia.org/wiki/Rigoletto

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Pubblicato da Francesca Benesso

La mia passione per la musica è nata undici anni dopo di me, nel momento esatto in cui ho preso in mano un violino per la prima volta. Alcuni anni dopo sono stata ammessa al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, dove studio attualmente, avvicinandomi al diploma. Nel mio percorso formativo ho suonato e tutt’ora suono in alcune delle più importanti orchestre giovanili di Milano. Dopo la maturità, conseguita con il massimo dei voti presso il liceo musicale del Conservatorio, mi sono iscritta al Politecnico di Milano con l’ambizione di diventare un giorno ingegnere acustico e musicale. Alla musica si sono man mano aggiunte altre passioni che ora accompagnano le mie giornate: l’arte, il cinema, il teatro e naturalmente la scrittura.