La rivoluzione del secchiello blu – Un racconto di Sara Zucchinelli

Born Slippy - CheYos
Born Slippy – CheYos

Basta Giovanni, che ridi? Ora mi sembra che tu abbia il fiato spezzato, quindi smettila di inquinare lo spazio con il tuo stridulo lamento. Adesso ti metti anche a stonare filastrocche e cantilene che qualche adulto ti ha forzato nella testa? Oh Giovanni basta, che canti? Vivo e sento scorrere dentro di me ogni giorno lo stesso sole che nasce e tramonta, quindi pensi davvero che io possa sopportare le smorfie di un bambino che gioca a fare il robot?

Oh, Giovanni, che fai? Ora tu, che hai una mamma a casa che ti sta preparando la zuppa, o stirando i vestiti per la scuola, o fabbricando le idee per la vita, devi dirmi cosa pensi di ottenere con il secchiello che tieni tra le mani. Ma non te l’ha insegnato quella donna, che si finge felice solo per mentirti da sempre, che le cose si fanno solo quando sono utili? O comunque, Giovanni, anche se ancora non riesci a capire cosa nella vita sia giusto, o cosa sbagliato, non vedi che sei solo fradicio e io ancora lo stesso, uguale di sempre?

È impossibile e io mi rifiuto di credere che quell’ubriacone di tuo padre non ti abbia ancora riempito di calci, vedendoti zuppo e annusando l’odore di cane bagnato che gocciola per terra la sera quando rientri per cena. Sarà anche intontito dal gin, ma la rabbia funziona anche meglio quando non funziona nient’altro. Quindi oggi, Giovanni, che cosa ci fai ancora qui?

Riempi incessantemente il secchiello e poi lo svuoti. Lo ririempi e lo risvuoti lontano da me. L’acqua straborda dall’orlo di plastica, ma non te ne preoccupi, troppo intento nel tentativo di domare un indomabile gorgo. E ancora pare che la nostra ripetizione di attimi – che poi forse è solo la tua – non ti sconvolga a tal punto da lasciarti indifferente davanti alla pioggia, che qui in paese non si stufa mai di divenire parte di me. Piove Giovanni. Piove da anni e anche se tu cerchi di fare la rivoluzione con in mano un secchiello blu continuerà a piovere. E la pioggia sarà sempre più forte di te, e tuo padre ti picchierà ancora, e tua madre deciderà che non potrai fare l’avvocato perché a scuola impari solo le cose che piacciono a te, e capirai che non c’è da ridere, Giovanni, e fidati non c’è neanche da cantare.

Perché lo fai, Giovanni? Che senso ha provare a tenere a bada un fiume annoiato, stufo, arrabbiato? Uno, due, tre secchielli ancora e torniamo da dove siamo partiti. È davvero divertente – almeno quanto cerchi di far credere al mondo – qualcosa che non è niente dal principio e diventa poi ancor meno al rendersi conto dell’inutilità del gesto? Più cerco di capirti e più mi sento come te, Giovanni. Quindi ora basta, la smetto. Non è possibile, né ora né poi, trovare un senso al gesto di uno stupido bambino con indosso un berretto di foggia cinese.

Ora che poi tanto piccolo non sei più quel berretto ti rende ancora più ridicolo. Basta Giovanni, ma che ti suoni? Almeno accordalo lo strumento che tieni tra le mani. O addirittura buttalo via, tanto la voce che lo accompagna è ancora quella sgraziata del bambino di sempre. Ma che corri, Giovanni? La pancia sobbalza comunque al ritmo del sudore che impregna le tempie e ogni giorno che passa sei solo più pesante e il rantolare del tuo respiro disturba il mio essere sempre uguale a me stesso. Grovigli di acqua salata faticano dalla fronte un po’ per la corsa e un po’ per l’impazzire della stessa azione inconcludente di sempre. Fiotti d’azzurro si confondono, poi si mescolano, si separano e tentano di rifugiarsi nel blu della tua plastica.

Oh, Giovanni, che fai? Non posso credere che anche raggiunta l’età della barba e delle donne te ne stia ancora a dondolare sul mio fianco e a rifugiare i tuoi momenti nell’inutilità di un secchiello blu, che poi ora è troppo piccolo sia per le tue mani che per la pioggia che continua a cadere. Piove Giovanni, ha continuato a piovere per anni e io sono sempre rimasto lo stesso. Sembri cambiato, ma in realtà forse anche tu sei lo stesso di prima. Ancora non parli, ma canti soltanto. Mi guardi, mi tocchi, ma non ti capisco. Ne passano tanti, Giovanni, dalle mie parti. Ma trovi che si addica a un ormai uomo giocare a svuotare pioggia su pioggia che cade copiosa? E che vuoi farci se, ora e domani, possiede ogni singola parte di me e poi anche di te?

Torni ancora a casa pesante, e tuo padre con il suo bicchiere pieno non lo vedi da un po’, e tua madre l’aveva capito troppo presto che non avresti fatto l’avvocato, ma a vederti ancora in silenzio o a mugugni a vent’anni diventa cattiva. E poi ora ti odia. E non ti dice più niente se imbratti di terra il pavimento con le scarpe di fiume. E adesso non strilla neanche quando di notte abbracci il secchiello mentre nei sogni capeggi la rivoluzione.

Piove Giovanni. Pioverà per cent’anni anche senza di te. Il vento è lo stesso e ancora canta bizzarre armonie duettando con le fronde del pioppo laggiù. Oh, Giovanni, ma ora che fai? Io ti guardo ancora, anche se non ti vedo più. Adesso sarai diventato un adulto e tua madre sarà troppo vecchia per rimanere ad ascoltare la melodia di lamenti che ancora accompagna gesti inspiegabili. E allora avrà deciso che non vali niente. E tu ci avrai creduto, Giovanni, e ora sarai completamente asciutto davanti a un vuoto di persone che provano ad aiutarti e la rivoluzione penserai in silenzio di averla fallita.

Giovanni, oggi io ti devo delle scuse: mi sono portato via tutto. La scuola dove hai imparato meglio di tutti a contare, ma dove nessuno ti ha insegnato ad abbracciare, ora è cumuli di niente e l’acqua si insinua anche nelle porte che ti facevano credere essere chiuse a chiave. C’era il mercato e ho trascinato via con me tutti i sorrisi che aveva. Ora sono colorato, Giovanni, e ti devo delle scuse perché al rosso che galleggia attorno al corpo di tua mamma preferivo il blu del tuo secchiello.

Non è rimasto niente, Giovanni. Io sono diventato parte e padrone di tutto e ho distrutto i sogni di paglia racchiusi tra le mura di quel paesino. Perché non canti più, Giovanni? O se canti perché hai smesso di farlo con me? Non hai fallito la rivoluzione, l’hanno fallita loro che ti hanno ingabbiato in un luogo dove non si vince mai e soprattutto, Giovanni, l’ho fallita io che ho ti ho pensato stupido mentre ridevi compiendo un gesto che ho capito essere vano solo all’apparenza. Adesso io, che ho visto crescere e sparire un bambino che credeva di essere un robot, ti devo delle scuse.

Ora che sono parte di tutto, non mi rimane più niente, se non il guardare inerte quel secchiello blu – che ho strappato alle tue vecchie mura di casa – grondare di sangue.


Sara Zucchinelli – l’autrice
Nasce in provincia di Bergamo nel 1999. Studia Lettere Moderne all’Università degli Studi di Milano, dove si innamora ogni giorno dell’emozione che solo le parole sanno donare. Affascinata da sempre dalle storie di vita dal sapore dolceamaro, inizia a scriverle e, contro il pronostico di tutti, trova la sua strada nella letteratura.
Nel 2020 la casa editrice Divergenze la premia come una delle migliori nuove voci della narrativa italiana, pubblicando un suo testo nella raccolta L’Ultimo dei Brocchi. Negli stessi mesi riceve una menzione speciale al concorso “Dal Borgo Altrove – Sperimentare il sud” per il racconto La rivoluzione del secchiello blu, realizzato secondo l’indicazione tematica di ispirarsi al verbo “grondare”. Presto verrà pubblicato anche da Il Loggione letterario.

Instagram: @sarazucchinelli


Credits:
Marco Codolo
Per l’illustrazione Born Slippy

“E fu come risveglio da un sonno profondo/ Riflesso del mondo di un sordo profondo”. Queste parole di Murubutu (dalla traccia “Marco gioca sott’acqua”) hanno ispirato la mia mano per questa illustrazione. Un bambino diverso dagli altri, una disabilità che lo rendo speciale e diverso, fragile e bellissimo. Trova la sua pace sott’acqua, seduto sul fondo dove i rumori sono ovattati come ovattato è il mondo che lo ospita, a volte con ostilità. A fargli compagnia la fauna marina, la fauna che non giudica mai, come il mare… Che dà solo duri colpi.

Marco Codolo, classe 1991, in arte CheYos. Disegna da sempre, per una crescente necessità di elaborare e di comunicare attraverso i propri lavori, stando dietro le quinte. Negli scorsi anni ha presentato tre personali in varie gallerie d’arte e locali del suo paese d’origine, Portogruaro. Ha partecipato a vari festival dell’illustrazione autoprodotta, girando tra Bologna, Roma e Lucca, e arricchendo sempre di più il proprio stile. Recentemente ha scoperto nel disegno digitale nuovi stimoli e possibilità. I suoi lavori esplorano prevalentemente il mondo del subconscio e dell’assurdo, spesso i soggetti principali sono organi umani, ma anche volti femminili, creature strane, insomma, tutto ciò che vede, immagina, sogna e che, soprattutto, non esiste. Il suo è uno stile grafico che guarda all’illustrazione, predilige il bianco e nero, con soggetti bianchi in primo piano e sfondi molto dettagliati a creare contrasto.

Instagram: @marco.cheyos
Facebook: CheYos


Intermezzo

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