Seneca e Leopardi, due facce della stessa medaglia

Cinzia Pedruzzi

Per un giudizio antifatalista

<<La natura si sta rivoltando contro di noi!>>, <<Siamo noi il virus della Terra, e Gaia si sta difendendo!>>, si salvi chi può se non gli è ancora cresciuta la coda di paglia: sin dall’esordio della pandemia in Italia, sempre più frequenti sono state le conversioni al disfattismo, giustificate da una sensibilità di massa che è andata costituendosi per il tema ambientale in seguito al manifestarsi di quella che a molti sembra essere una compiuta rivolta naturale contro l’umana specie.

Preoccupato dall’improvvisa iniezione di fatalismo che ha morso la società, ho voluto superare il problema dall’interno, recuperando il pensiero di due grandi autori classici per farmi voce forte del giudizio che essi darebbero ad una collettività così profondamente spaventata dal “nemico invisibile”. Lucio Anneo Seneca e Giacomo Leopardi hanno vissuto in epoche molto differenti, ma la loro filosofia è per certi aspetti simile, nonostante giunga a conclusioni diametralmente opposte: due facce della stessa medaglia.

La lezione senecana

Secondo la filosofia stoica, la materia non è affatto caotica e disordinata, ma provvista di un’organizzazione dinamica interna e sottoposta a un principio razionale e immanente che regola e governa le sue trasformazioni, il logos. Poiché questo principio rende conto del dinamismo della natura e delle sue possibilità di sviluppo, allora esso, che è insieme fuoco e ragione, viene a coincidere con una sorta di progetto o piano provvidenziale. Solo negli dei e nella parte razionale dell’uomo il logos manifesta sufficiente purezza affinché sbocci la razionalità propriamente detta: il saggio deve dunque coltivare la propria ragione e reprimere le passioni per entrare in piena sintonia con la natura e raggiungere la tranquillitas animi.

Il principio provvidenziale è per Seneca buono in quanto tale, e nasconde verità che l’individuo è chiamato a comprendere per raggiungere la piena felicità. Tali rivelazioni esulano però da ciò che tendenzialmente l’uomo distingue come bene e male, tant’è vero che il saggio accetta la morte e anzi è chiamato a porre fine alla sua stessa vita quando ritenga essere il momento opportuno. L’individuo che dunque percepisce le catastrofi naturali e ciò che la provvidenza gli apparecchia come un’ingiustizia è un vizioso: egli non accetta che nel logos “bene” e “male” facciano parte dell’ordine naturale degli eventi, quindi corrompe la sua stessa ragione e si condanna a una vita di dispiaceri irredimibili.

La lezione leopardiana

Quest’idea di ordine provvidenziale estraneo al discernimento degli uomini è comune anche a Leopardi, che nell’elaborazione del pessimismo cosmico concepisce l’entità di una natura matrigna terribilmente indifferente al destino dell’uomo, regolata dal solo principio che la spinge a compiere il suo ciclo di genesi e distruzione.

Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Or sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro, che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo.

(Dialogo della Natura e di un Islandese in Operette morali, Giacomo Leopardi).

Leopardi classico tra i moderni

Leopardi ha ereditato molto dai classici greci e romani, e infatti è documentata la sua devozione alla letteratura antica, tanto più intensa quanto più contrastante con la corrente romantica che proprio all’inizio dell’Ottocento raggiungeva oltralpe l’acume del suo splendore. Nella missiva di risposta a Madame de Staël (1816), Leopardi si attesta su una ferma posizione di primitivismo classicista, giudicando “vanissimo consiglio” quello di aprirsi alle letterature europee ed esortando i moderni a leggere gli antichi, invero gli unici che sapessero trarre ispirazione immediata dall’immaginazione e dall’osservazione della natura.

Classico tra i moderni, Leopardi semina nei suoi scritti tracce di materialismo senecano, rendendo quasi impossibile per chi le abbia lette non correre con il pensiero alle Naturales quaestiones, dove lo stoico romano è schietto:

<<Se volete essere liberi da timore, pensate che tutto è da temere; guardatevi intorno quali insignificanti cause bastano a sconvolgerci: né il cibo, né le bevande, né la veglia, né il sonno sono per noi salutari se non si osserva una certa misura; ormai avete capito che noi siamo dei miseri corpi insignificanti e deboli, inconsistenti, annientabili senza grandi apparati>>.

(Naturales quaestiones VI, Lucio Anneo Seneca, traduzione di Dionigi Vottero).

Il riferimento a queste parole è evidente proprio nel Dialogo della Natura e di un Islandese, dove l’islandese, nomade del mondo alla ricerca di un luogo né afoso né freddo, né bonaccio né turbolento, che sia “idoneo alla vita”, esclama: <<Lascio i pericoli giornalieri, sempre imminenti all’uomo, e infiniti di numero; tanto che un filosofo antico non trova contro al timore, altro rimedio più valevole della considerazione che ogni cosa è da temere>>.

Materialismi a confronto

La ragione…

Per ambo gli autori l’uomo è parte della natura, sia che sia consustanziale ad essa sia che ne sia solo ospite, e in quanto tale esso è coinvolto nel ciclo di affanni che colpisce ogni essere vivente: a questa soluzione materialistica, Leopardi e Seneca giungono tramite l’esercizio della ragione. Laddove però per il filosofo stoico la ratio è la sede del logos, e il suo esercizio aiuta l’uomo a cogliere il piano provvidenziale della vita con assoluta tranquillità d’animo, vale a dire accettando senza rammarichi il vero bene e il vero male, per Leopardi la ragione è una lama a doppio taglio. Essa è infatti l’unico strumento dell’indagine speculativa, ma al tempo stesso rivela una realtà tanto più scomoda quanto più la si indaghi; non a caso l’indefinito come rimembranza e immaginazione è la scappatoia con cui l’uomo si sottrae alla ragione nitida per raggiungere uno stato temporaneo di felicità.

…e la felicità

Da stoico qual era, Seneca era convinto che la felicità fosse raggiungibile solamente con il pieno esercizio del logos, portando a termine un iter di sapienza culminante nella saggezza acquisita. In quanto uomo, invece, Leopardi ha inevitabilmente raggiunto la piena coscienza del male di vivere e dell’insensatezza dell’esistenza, nonché l’impossibilità della felicità come stato permanente, attraverso le prove materiali che la ragione dell’individuo comunica ogni giorno all’individuo stesso con evidenza innegabile.

La “contraddizione spaventevole” profetata da Leopardi, secondo la quale l’uomo trascorre la propria vita sognando di raggiungere la felicità ma non avendo effettivamente la possibilità di realizzarla, è ciò che avrebbe evinto anche Seneca se solo avesse ragionato in termini più umani, prendendo coscienza del fatto che parecchio difficile è per un individuo qualsiasi raggiungere la saggezza e accettare il piano provvidenziale, qualunque esso sia. Questa è d’altronde una delle critiche più fondate che Marco Tullio Cicerone, qualche decina di anni avanti la nascita di Seneca, mosse alla filosofia stoica ellenistica.

Conclusioni

Concludendo, Seneca e Leopardi avrebbero avuto molto di che discutere se fossero vissuti nella stessa epoca, e sicuramente altrettanto da condividere. Se sono riuscito a portare a termine con efficacia il ragionamento sulle divergenze e le affinità tra l’un e l’altro pensiero, il lettore fatalista già si sentirà ammonito nella conclusione affrettata cui è approdato recependo la pandemia come una punizione Naturale: sebbene Leopardi lo avrebbe scusato in quanto uomo, Seneca lo avrebbe considerato un vizioso. La conclusione che si può trarre da entrambi gli autori è che la Natura è indifferente alla causa umana perché ha progetti diversi dagli interessi dell’uomo e poiché nasconde verità proprie, che questo fa fatica ad accettare. Comunque la si pensi, vale universalmente la soluzione di Leopardi: solidali nella consapevolezza del comune male di vivere, dividere la sofferenza nell’amore per i simili è la conclusione più coerente, nella vita e nella pandemia.

https://www.intermezzorivista.it/ https://it.wikipedia.org/wiki/Lucio_Anneo_Seneca https://it.wikipedia.org/wiki/Giacomo_Leopardi

Omnia vincit amor
[…] dividere la sofferenza nell’amore per i simili, nella vita e nella pandemia.


CREDITS:

Cinzia Pedruzzi, Omnia vincit Amor. Olio su tela, 60 x 80, 2020.

http://www.cinziapedruzziarte.it/ — SITO

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FONTI:

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Pubblicato da Diego Ghisleni

Nasco d'estate, nel 1999, a Bergamo, dove ancora oggi risiedo. Frequento il corso di Lettere presso l'università Statale di Milano. Spendo la maggior parte del mio tempo libero a progettare il futuro scrivendo. Amo viaggiare perché mi consente di accedere a esperienze che restano più facilmente impresse nella mente e nella poesia in cui si traducono. Scrivo attualmente per la rivista culturale "Intermezzo".