Tenet: Ritmo e Tempo – La fantastica inefficienza delle buone intuizioni

Un’opera potente e fragile allo stesso momento, annodata nelle maglie del tempo eppure così estremamente lineare. L’ultima fatica di Christopher Nolan, Tenet, è uscito nelle sale italiane il 26 settembre 2020. Il film, grazie a una campagna pubblicitaria molto aggressiva, sta avendo un buon successo ai botteghini e sta attirando l’attenzione degli spettatori, soprattutto per la struttura intricata e le scene action.

Tenet ritmo e tempo
Trailer del film in italiano: https://www.youtube.com/watch?v=a9YE2jl_07w

Sensazioni

La pellicola si presenta subito in pompa magna con una scena d’azione vorticosa e coinvolgente. L’atmosfera adrenalinica e potente rimarrà una delle caratteristiche di Tenet, che grazie a una messa in scena frenetica ma chiara, alle musiche composte da Ludwig Göransson, al montaggio incalzante, fa girare la pellicola a una velocità impressionante, a volte difficilmente sostenibile. Il ritmo del film è affascinante e intrattenente. D’altro canto trasmette allo spettatore la sensazione di essere saturo, senza concedergli il tempo di sedimentare in modo soddisfacente i concetti logici e fantascientifici espressi.

Tempo e tempismo

Il lavoro di Nolan ha sempre avuto a che fare con il tempo, sia che si tratti di salti temporali, perdita di memoria, cambi di realtà, sia che si tratti, come in questo film, dell’inversione dello scorrere del tempo. Il tempo tuttavia è un concetto enorme, nella quale un’opera d’arte è immersa, a prescindere dal fatto che voglia narrare un’idea fantascientifica sul funzionamento del tempo stesso.

L’autore dovrà comunque scontrarsi col fatto che qualsiasi narrazione ha sia un tempo interno sia un tempo narrativo. Il tempo interno è l’ordine cronologico, mentre quello narrativo è l’ordine con il quale il narratore / autore decide di dipanare la storia agli occhi del pubblico. I due ordini possono essere complementari o meno. L’ordine narrativo viene utilizzato dall’autore del film per creare un ritmo, rendere più accattivante l’opera, o per creare nuove connessioni di senso. È grazie al tempo narrativo che lo sceneggiatore, il regista, e il montatore costruiscono lo spartito del film, nel quale viene scandito il susseguirsi degli avvenimenti.

Il cinema è il medium che più di tutti prevede una specifica e dedicata costruzione del tempo. Ricordiamoci che il cinema è l’arte che si muove a 24 fotogrammi al secondo. Come per la musica, nessun film può funzionare senza il silenzio, il cambio del tono e del volume.

L’intuizione e la tecnica

L’idea fantascientifica dell’inversione temporale funziona. Una buona metafora per spiegare il funzionamento dell’idea alla base del film è quella del vinile. Se incidiamo un vinile e riproduciamo il suono così come lo abbiamo registrato ascolteremo il suono in modo corretto. Tuttavia, se incidiamo il vinile anche nel senso contrario, ascolteremo contemporaneamente la canzone originale e la stessa canzone in reverse. Questo fenomeno si manifesterà identico anche se ascoltiamo il disco al contrario (dato che la canzone che prima era al contrario ora scorrerà in senso corretto, mentre l’altra canzone diventerà invertita.) Questo concetto funziona nel film. Nolan dimostra ancora una volta di riuscire ad avere delle intuizioni potenti che si mescolano perfettamente con le potenzialità cinematografiche. Sequenze come il combattimento nel caveau sono senza dubbio memorabili, dato che sfruttano il reverse in modo creativo, innovativo, e spettacolare.

Questa gestione del tempo – a mio avviso ottima – si scontra con una sciagurata gestione dei ritmi, e quindi del tempo narrativo. Il film come detto in precedenza corre sempre a 100 all’ora. La performante automobile assemblata da Nolan, che potrebbe agilmente superare il percorso se si concedesse di rallentare prima delle curve, decide invece di accelerare sempre più, e quindi finisce per finire in testacoda. Le continue scene d’azione anestetizzano lo spettatore che, sul sedile del passeggero, non può fare a meno di reggersi forte e sperare che tutto finisca presto. In questo film tutto è veloce e per questo reiterato. Durante la visione viene spiegato almeno una decina di volte il viaggio nel tempo, eppure il pubblico comunque fatica ad assorbire queste spiegazioni perché resta distratto da situazioni sicuramente spettacolari, ma fini a sé stesse.

La sceneggiatura si pone come obbiettivo quello di far capire il meccanismo che sta dietro alla storia, ma non la storia stessa. Il vero moto di una narrazione si svolge all’interno dei personaggi che seguiamo e ai quali ci affezioniamo. Tuttavia in Tenet le storie dei protagonisti faticano ad emergere e di conseguenza ostacolano la nostra immedesimazione.

Non abbiamo un vero rapporto “madre e figlio”, né una scena in cui capiamo perché il protagonista ha questo forte senso del dovere, né uno scambio di battute in cui proviamo un minimo di pena per il cancro che sta uccidendo l’antagonista.

Nolan ambienta il film in un mondo lontano dallo spettatore medio, privo di elementi tipici della quotidianità, di normalità e semplicità. Un universo popolato da milionari insoddisfatti, agenti segreti senza nome e giovani e belle madri che farebbero di tutto per il loro figlio – che praticamente non è un personaggio del film. Un mondo aristocratico che perde la magia archetipica dei film di Bond, ma che è comunque lontano anni luce dai problemi quotidiani vissuti dal pubblico.

I personaggi di questo film sono difficili da amare, dato che o non sappiamo niente di loro, o si riducono a stereotipi di loro stessi. Il film rischia sempre di lasciarti indietro e non ci sono pause che lo spettatore può sfruttare per recuperare il filo del discorso. Questa mediocre gestione dei tempi è il vero paradosso di Tenet, che pur si fa fregio di una delle migliori intuizioni sui paradossi temporali.

Errori logici e dogmi

Quando un lettore si appresta a leggere un libro sacro, come per esempio la Bibbia o il Corano, sa che il contenuto non avrà una coerenza totale con sé stesso dato che l’architettura religiosa si fonda su dogmi: realtà che vanno accettate per quello che sono e che mai vanno messe in discussione, pena il crollo dell’intero ragionamento. Tenet è, da questo punto di vista, un dogma ambulante.

Diverse parti del film infatti ci mostrano come nella realizzazione si vada più nella direzione che l’autore impone piuttosto che verso lo scorrere e lo svilupparsi in modo naturale. Ma questo è veramente un male? Abbiamo detto che la sceneggiatura di Tenet mostra diversi problemi, ma questo film intendeva veramente essere una serie di calcoli che si incastrano perfettamente l’uno con l’altro?

Dal mio punto di vista Nolan si è permesso di vestire del solito abito un monaco nuovo. Utilizzando il suo stile, il regista ha provato a creare un film più visivo che narrativo. Dopotutto, il film mette le mani avanti dal primo minuto: “non cercare di capire, ma fatti trasportare”. Un vero e proprio atto di fede.

Si tratta di un film che sicuramente permette di viaggiare velocemente e con i migliori comfort, ma la domanda che lo spettatore continua a porsi è: verso dove? Mentre nei libri religiosi il fine ci è chiaro, in questo caso non capiamo il perché di Tenet.

Rimaniamo col dubbio. La banalità che vi troviamo è dovuta al fatto che stiamo cercando nella direzione sbagliata? La complicanza che ci infastidisce così tanto la avvertiamo perché stiamo dando troppa importanza a uno specchietto per le allodole? O forse è la ricerca di un senso in alcuni, troppi errori strutturali, che non ci aspettiamo da un regista come Nolan? Tenet rimane un mistero, non si può né condannare né osannare. Un film da vedere, da criticare, e anche da elogiare.

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