Il Patrimonio siamo noi – La tutela dell’arte e l’esempio del Lavatoio di Crespi d’Adda

Venezia
Miceli Dalila Rosa, Visioni – Venezia

Patrimonio ed eredità: termini oggi associati istintivamente a un vocabolario proprio dell’economia e del mercato, ma cosa succede se a questi abbiniamo l’aggettivo culturale? Il loro significato muta in modo considerevole, così come si trasforma la categoria di beni a cui questi termini si rivolgono.

Ma cos’è il tanto discusso patrimonio culturale? Qual è il suo vero valore?

Identità: il valore del Patrimonio

Patrimonio è un termine latino che rimanda a ciò che le generazioni precedenti lasciano alle successive, una trasmissione di valori, di oggetti che definiscono l’individuo, la famiglia, la società. La storia dei beni culturali è radicata nei secoli e scorre parallelamente a quella dell’umanità. Ha origine nell’intima e antica volontà di conservare oggetti accuratamente selezionati per il loro valore culturale, artistico, storico, per la loro bellezza o per la loro rarità e stranezza.

Da sempre, infatti, l’uomo di ogni tempo e di ogni luogo sente la necessità di raccontarsi, esternare il suo mondo interiore e la sua storia: gli oggetti che si legano alla sua esistenza diventano così gli strumenti di questo racconto, antico e lungo quanto la storia stessa degli uomini. Con il susseguirsi delle epoche emerge la necessità di tutelare e valorizzare questi oggetti attraverso l’emanazione di provvedimenti, editti e leggi. Questi includono elenchi sempre più onnicomprensivi di beni da proteggere, arrivando così a comprendere sia opere d’arte antica, edifici, frammenti e rovine, quadri e piccoli oggetti come le monete, sia beni dal valore immateriale come l’insieme di tradizioni e usanze che definiscono una popolazione o una cultura. Persino il paesaggio, la composizione del territorio, l’arcano legame che si crea tra questo e le popolazioni che lo abitano, fanno parte della nostra eredità culturale.

Il concetto di patrimonio culturale e di beni che lo costituiscono è quindi estremamente ampio e sfumato, ma sarebbe un errore limitarsi a definirlo solo come un insieme di oggetti e rappresentazioni, materiali e non. Esso è molto più di questo, poiché la sua stessa ancestrale natura implica un processo di narrazione memoriale che ne definisce il vero significato. Nei Beni Culturali avviene infatti un processo di identificazione: essi sono portatori di un valore testimoniale che va oltre quello artistico, storico o di pregio estetico.

Il patrimonio è l’essenza più intima di quello che siamo.

Se il nostro patrimonio è tanto abbondante e diffuso, è perché abbiamo fino a ieri saputo conservarlo; e abbiamo saputo conservarlo perché vi abbiamo riconosciuto il nostro orizzonte di civiltà, la nostra anima.

S. Settis; da Paesaggio Costituzione Cemento

Le costanti della Tutela dall’antica Roma a oggi

E’ con il diritto romano che si delineano per la prima volta le fondamenta del concetto di salvaguardia del patrimonio che ancora sono insite negli attuali provvedimenti di tutela. Già con la cultura latina esso inizia ad assumere un valore fortemente identitario. Le città conquistate vengono avidamente spogliate – non senza critiche da parte degli intellettuali più colti dell’epoca – delle opere e dei monumenti più raffinati che affluiscono così nella capitale. In una eloquente auto-celebrazione della sua magnificenza, tutto verte all’ornamento e alla grandezza di Roma. Il patrimonio accumulato inizia ad assumere progressivamente un carattere di pubblica utilitas. I beni, anche se giuridicamente privati, concorrono al decoro della capitale e di tutti i cittadini e pertanto devono essere salvaguardati e trasmessi alle generazioni future.

Emerge già, quindi, una solida consapevolezza di quel valore memoriale che è fondamento dell’essenza del patrimonio e che si radicherà ancor più fermamente nelle epoche successive.

Tra tutte le nazioni, europee e non, l’Italia ha sempre svolto un ruolo cardine nella salvaguardia del patrimonio, ponendosi come esempio da emulare.

Quanto il valore della nostra eredità culturale ci appaia chiaro emerge anche dalla legislazione in vigore, erede delle disposizioni e del sentimento che anima i numerosi editti che si susseguono nella storia della tutela. L’articolo 9 della Costituzione Italiana, infatti, riconosce il patrimonio come uno dei principi costitutivi della Repubblica, sottolineando quanto intensa sia sempre stata la consapevolezza della nostra Storia. Ma più nel dettaglio, il “Codice dei Beni Culturali”, testo emanato nel 2004 e contenente le disposizioni in materia, sancisce definitivamente la necessità di salvaguardia del patrimonio. La Tutela che si intende esercitare vuole essere attiva, connessa al concetto di cura, volta quindi ad impedire sia il deterioramento fisico dei beni, sia la perdita della loro memoria.

Si rinnova così, a distanza di secoli, quel legame intenso tra tutela e riconoscimento del valore identitario del patrimonio. Un binomio inscindibile, ma al contempo fragile come un cristallo; una combinazione delicata quanto lo è la memoria.

La Memoria di chi siamo

Basta poco, infatti, per dimenticare il valore del Patrimonio e ciò che esso rappresenta, eclissando la nostra stessa identità, sopprimendo la nostra storia, uccidendo ciò che siamo e che siamo sempre stati.

Basta poco, perché malgrado il Codice del 2004 sia inflessibile ed esaustivo, chiaro nel delineare le norme della tutela e quanto ne gravita intorno, alla base della salvaguardia del patrimonio permangono criticità impossibili da dominare. Esse sono legate a valori economici e sociali che, seppur non dovrebbero mai prevaricare quelli culturali, sempre più spesso si impongono su di essi, riducendo i beni culturali a meri oggetti di consumo. Il Patrimonio è sempre più spesso monetizzato, mercificato, sottomesso dalla retorica capitalistica della modernità e della proprietà. Ma insieme alla morte del patrimonio, muore anche parte della nostra anima.

E’ una questione di scelte, di priorità di valori. L’oblio della memoria si nasconde anche in contesti apparentemente sicuri. Quanto portare avanti la tutela del Patrimonio sia complesso lo dimostrano gli infiniti casi di beni di eterogenea natura diffusi in tutto il territorio, italiano e non, in stato di incuria, abbandono e decadimento.

Il lavatoio di Crespi: un esempio di mancata tutela

Si prenda in analisi un caso su tutti, di estremo rilievo proprio per il contesto entro cui è inserito.

Crespi D’Adda, frazione del comune di Capriate San Gervasio, in provincia di Bergamo, ospita il noto villaggio operaio costruito dall’imprenditore tessile Cristoforo Benigno Crespi e dal figlio Silvio a partire dal 1877. Si tratta di un’opera edilizia unica al mondo, da cui traspare con chiarezza la volontà degli impresari di curarsi del benessere dei propri operai. Ogni cosa qui fu pensata come funzionale al miglioramento della vita dei lavoratori, poiché l’esistenza della comunità che vi risiedeva “ruotava tutt’attorno alla fabbrica”. E’ proprio in virtù della testimonianza che offre, in quanto insediamento rappresentativo della storia umana e di una specifica cultura legata al suo territorio, che il villaggio è annoverato dal 1995 tra i siti patrimonio dell’UNESCO.

Eppure, malgrado il riconoscimento del valore del sito nel suo complesso, ad oggi ci si imbatte ancora in singole costruzioni del villaggio che versano in uno stato di inaccettabile degrado. Spesso i successivi compratori delle proprietà dei Crespi si limitarono ad acquistare singolarmente i beni, trattandoli come semplici investimenti. E’ il caso del Lavatoio, che forniva un servizio fondamentale per la vita del villaggio, poiché ne assicurava igiene e pulizia. Questa costruzione, oggi in uno stato di totale abbandono, venne acquistata negli anni ’70 da privati immobiliari del bergamasco.

Si conserva ancora intatta la struttura, a testimonianza dell’estetica originaria del villaggio che precede i restauri in periodo fascista. Tuttavia lo scheletro di mattoni è completamente fagocitato da una fitta vegetazione infestante che avvolge archi, colonne, copertura; non mancano macchie e ammaloramenti causati da fattori atmosferici, tegole in equilibrio precario e una maglia di acciaio che, proteggendo da eventuali crolli, cattura e intrappola i volatili che nidificano nella struttura. Il tutto inscritto in un perimetro delimitato da reti e cancelli, con tanto di cartello “Proprietà Privata” ben in vista. Si tratta di condizioni pietose per un bene che fa parte di un sito patrimonio dell’umanità.

Crespi D'Adda
Lavatoio – Crespi d’Adda – Giugno 2020

Secondo quanto prescritto dal Codice del 2004, i proprietari privati di beni di interesse culturale sono tenuti ad attenderne obblighi di tutela e conservazione. Tuttavia, la falda nel sistema di gestione permane. Giuridicamente il lavatoio non è considerato un bene culturale, malgrado abbia ogni caratteristica per rientrare in tale denominazione e godere delle relative norme di salvaguardia. Pertanto l’attuale proprietario non è tenuto a conservarlo in buono stato.

Il valore del bene in questione resta in ogni caso innegabile. La struttura immobile detiene un evidente interesse culturale, costituendo una testimonianza della storia del villaggio industriale di Crespi da un punto di vista sia socio-culturale sia artistico. Esso risponde ai requisiti che l’Art. 10 del Codice indica come necessari al riconoscimento di valore culturale, eppure non è ancora visto e trattato come tale, seppur rientri in un contesto ampiamente tutelato.

Qual è il valore della nostra identità?

Quello del lavatoio di Crespi è un caso tra i tanti in una costellazione di beni che mancano di salvaguardia. Ma ancora una volta c’è da chiedersi quali siano le priorità verso cui volgersi.

Negli ultimi anni la comunità bergamasca si è dimostrata estremamente attiva e recettiva nel comprendere il valore del Lavatoio e l’importanza di conservarne il suo stato, prodigandosi a richiedere interventi da parte delle autorità competenti. Ma questa condizione di consapevolezza non è ancora sufficientemente uniforme e radicata nella popolazione nel suo complesso.

La tutela si genera dalla Cura, dalla consapevolezza, dalla sensibilità verso il Patrimonio. Ma per far sì che questo accada è necessario smettere di considerare i beni culturali come una parte di storia passata, come reperti morti da ammirare nei musei e nelle città d’Italia e del mondo. Educhiamoci a comprendere quale sia la loro essenza, la nostra essenza; lasciamo che ci parlino di tempi lontani che, in fondo, sono la nostra Storia e la nostra identità. Impariamo a considerali preziosissime fonti, non solamente per ricerche e studi, ma soprattutto per ritrovare noi stessi in un mondo che sembra sgretolarsi e perdere ogni punto di riferimento.

Il Patrimonio siamo noi. Chiediamoci quale sia il reale valore della nostra identità: arriveremmo mai a darle un prezzo?


Credits:
Miceli Dalila Rosa; Visioni – Venezia tecnica: inchiostro su carta
Descrizione:

“Tutto e tutti fluttuano, qui non esiste senso del tempo. Ogni ora del giorno è un miracolo di luce, con il passare delle ore la luce diviene sempre più violetta, fino ad avvolgere la città in una nebbia color diamante…” così la collezionista Peggy Guggenheim descrive Venezia, la città che più ha amato  e che è stata la sua casa. 

L’opera nasce così: come un omaggio alla laguna, alla sua luce, ai suoi riflessi che aprono a un mondo splendente e al contempo decadente. Un’evocazione alla memoria di Venezia che vuole trasportare nella penombra delle calli, dove il tempo si ferma, permettendo a chiunque di galleggiare, assaporando il trionfo di poesia e di gloria che questa città è sempre stata.


 

Fonti: 

  • A. Emiliani: Leggi bandi e Provvedimenti per la tutela dei beni artistici e culturali negli antichi stati italiani 1571-1860
  • S. Settis: Paesaggio Costituzione Cemento, la battaglia per l’ambiente contro il degrado civile
  • S. Settis: Se Venezia Muore

https://www.intermezzorivista.it/ https://www.beniculturali.it/ http://www.villaggiocrespi.it/http://www.unesco.it/

 

Dalila Rosa Miceli

Pubblicato da Dalila Rosa Miceli

Classe 2000, cresciuta sulle rive del lago di Como, dopo il diploma in design della moda si dedica alla sua passione più grande: l'arte, iscrivendosi all'Accademia di Brera. Nel 2020 inizia a collaborare con la rivista Intermezzo, curandone il settore artistico.