USA 2020: Per una storia della democrazia americana – Parte 1

All’alba del terzo decennio del XXI secolo, qualsiasi osservatore si fosse affacciato sul panorama internazionale avrebbe indicato senza remore le elezioni presidenziali statunitensi quali l’evento saliente del 2020.
L’inattesa pandemia di Sars-Cov-2 ha invece finito col monopolizzare le scene sul palcoscenico globale.
Ciononostante, ben pochi fra leader e cittadini di paesi democratici e non, hanno potuto scordare di volgere parte della propria attenzione a Washington DC, prima ed oltre il 3 novembre.

In un contesto storico in cui il tema della crisi sistemica della democrazia liberale si è inserito pervasivamente tanto nel dibattito teorico quanto in quello pubblico, quel rituale laico che è la procedura elettiva ha infine acquisito un’importanza maggiore di quella preventivata.
Non solo perché gli Stati Uniti rimangono la superpotenza egemone nel mondo; ma poiché, nello specifico, ha cristallinamente evidenziato quanto sia divenuta fallace quell’immagine degli USA quali “faro della democrazia e delle libertà”.
Un’immagine posta alle basi tanto dell’identità, quanto del soft power statunitensi.

Lungi dal voler esibire facoltà profetiche, tentando d’indovinare anzitempo cosa sarebbe accaduto, si è preferito attendere che l’iter democratico terminasse il proprio corso. Per poterlo poi analizzare e, donandogli profondità storica, rintracciarvi in sintesi il concretarsi di talune linee di tendenza nella parabola della democrazia americana.

Trump

Come da tradizione, la notte elettorale americana è caduta il martedì successivo al primo lunedì del mese di novembre. Non è però stata una disfida elettorale come diverse altre: sia per il contesto pandemico; che per la condotta atipica del presidente uscente, la quale ha posto in dubbio consolidate procedure di transizione democratica.

Qualche cenno preliminare

Innanzitutto, è bene ricordare come l’elezione presidenziale si svolga contestualmente al rinnovo integrale della Camera e di un terzo del Senato federali. Rinnovi che risultano particolarmente importanti, in quanto la composizione del Congresso (vero fulcro costituzionale del potere) permette di chiarire il margine di manovra di cui potrà godere il presidente-eletto.

Il sistema elettorale americano, fondato sulle scelte maggioritarie Stato per Stato, viene definito semidiretto. Il presidente è sì indicato dai cittadini, ma passando per la ratifica ufficiale dei cosiddetti Grandi elettori (538 in totale, il cui numero varia in funzione della popolazione statale). Fatta eccezione per il Maine ed il Nebraska, il candidato che ottiene più voti in un dato Stato conquista tutti i delegati in palio: essi, riuniti in Collegio, hanno il mandato di confermare il candidato uscito vincitore dall’election day.

Un procedimento che comporta dunque periodi di transizione piuttosto lunghi nell’avvicendamento presidenziale piuttosto lunghi. Reso possibile da apparati federali che costituiscono la continuità nell’amministrazione statale, al di là dell’avvicendarsi degli inquilini della White House; ma la nazione ha bisogno di un nome, di qualcuno che incarni questi poteri. Pertanto, sin dal secondo Ottocento si è optato per affidare ai media il compito di proclamare il vincitore delle elezioni, in anticipo sulla successiva formalizzazione ottemperata dai Grandi elettori.

Un siffatto sistema ammette che un candidato possa ottenere nel complesso la maggioranza dei voti popolari e perdere ugualmente le elezioni: come ad esempio accaduto nel 2016 ad Hillary Clinton (si parla di circa 3 milioni di voti). Uno degli effetti del retaggio di un passato in cui l’Unione era giovane e molti desideravano preservare le prerogative dei singoli Stati federati.
Una simile prassi oggi produce “discrasie democratiche”, ma difficilmente verrà modificata. Specie per l’opposizione delle compagini statali dell’entroterra, sovra-rappresentate al Senato rispetto all’effettivo peso demografico.

Il 45°presidente degli Stati Uniti, Donald John Trump. Può vantare la gestione della crisi pandemica più disastrosa del mondo occidentale.

Aspettando la sera del dì d’elezioni

La più importante conseguenza della pandemia sulle presidenziali statunitensi è consistita nel ricorso senza precedenti al voto postale, con oltre 70 milioni di preferenze espresse prima del 3 novembre. Su tal inusualità si è inserita una strategia di preventiva denigrazione del processo elettorale ad opera del presidente. Un fatto tanto nuovo quanto destabilizzante per la democrazia.

La tenzone elettorale, nel contesto bipartisan statunitense, ha visto come da consuetudine confrontarsi i due leader emersi vincitori dalle primarie del Democratic Party e del Gran Old Party.
Joe Biden, già vicepresidente nell’amministrazione Obama, è risultato essere l’ufficioso vincitore delle primarie dem sin da aprile (dopo il ritiro di Bernie Sanders). Venendo però ufficialmente proclamato quale candidato democratico alla presidenza solo in agosto, al termine della convention del partito. Frattanto il Presidente repubblicano uscente, Donald Trump, aveva già avviato la propria campagna di discredito, incentrata sull’aspra critica al voto postale.

Per fare un esempio, il 26 maggio il tycoon ha twittato: “There is NO WAY (ZERO!) that Mail- in Ballots will be anything less than substantially fraudolent”, dichiarandosi sicuro che il voto sarebbe pertanto risultato falsato. Un’affermazione non solo era contestabile; ma anche di una gravità epocale. Suggeriva l’eventualità di respingere un voto popolare che lo avesse visto sconfitto. Alimentava la diffidenza della cittadinanza attorno alla procedura che più d’ogni altra la rende oggi partecipe della vita pubblica, per fini di mero potere personale.

Aprendo una nuova fase nel rapporto tra social network ed arena pubblica, per la prima volta Twitter ha bollato il post sopracitato come “fuorviante”. Preludio alla successiva chiusura dell’account personale di Trump, il 9 gennaio. Inutile nel rimediare i danni ormai apportati da tutte le fake news da qui diffuse nel corso degli anni, non può nemmeno essere considerata appieno una buona notizia. Al di là della dubbia figura di Trump, in una sana democrazia è lecito che siano le aziende private a stabilire quali voci censurare?

Il mese successivo, sempre su Twitter (strumento con cui il presidente comunicava col proprio pubblico da 88 milioni di followers), Trump ha espresso il desiderio di rinviare le elezioni al termine della pandemia. Il che né rientra nelle competenze presidenziali, né era dettato da una sincera preoccupazione per lo stato della salute pubblica.
La recessione economica da coronavirus aveva spuntato il più decisivo fra gli argomenti a favore di una sua rielezione. L’obiettivo diveniva allora evitare di ricorrere massicciamente ad un voto postale che sarebbe stato utilizzato specialmente dagli elettori dem (in quanto espressione delle categorie più disagiate ed attente alla prevenzione del contagio).

Conscio dell’impossibilità di ottenere dal Congresso un simile rinvio, il presidente uscente ha dunque preso ad usare i poteri federali per tagliare i fondi destinati all’incremento dei servizi postali. La speranza era di porli in una difficoltà poi facilmente rigirabile a proprio vantaggio.

A riprova della resilienza degli apparati, tal piano è franato. Meno contrastabile è risultata invece la tattica volta all’utilizzo di certuni poteri istituzionali (dalla concessione della grazia a quella della cittadinanza) per scopi elettorali e propagandistici. Un uso indiscriminato e senza precedenti dell’istituzione della presidenza degli Stati Uniti, accolto con sgomento dagli avversari.
Fra questi, Biden ha subito messo in chiaro come l’ormai prossima elezione fosse “una battaglia per l’anima della Nazione”; mentre un preoccupato Barack Obama ha dichiarato: “L’esito di queste elezioni riecheggerà per generazioni. […] Perché questo è quello che c’è in gioco. La nostra democrazia”.

I dibatti elettorali

I successivi dibattiti fra i due candidati alla presidenza non hanno certo trasmesso, al mondo e alla nazione, un’immagine più rassicurante della contingenza storica. Nei fatti, il primo confronto televisivo, andato in onda il 29 settembre, è risultato essere il più caotico dibattito elettorale della storia del paese. Tra molte difficoltà, si è parlato di economia, gestione della pandemia e cambiamento climatico, nonché delle polemiche intorno al voto. Ne è emersa l’immagine, incarnata dai due leader, di un paese spaccato a metà su tutte le grandi tematiche poste in considerazione; un paese in cui le fazioni contrapposte parlano, ma non dialogano.

Il primo dibattito, gestito con gran fatica dal moderatore Chris Wallace e proseguito fra continue interruzioni e reciproche ingiurie, quasi non può esser definito tale. Trump ha di fatti interrotto assiduamente l’avversario, impedendogli di parlare anche nei segmenti nei quali non erano previste interruzioni, nel tentativo di farlo incartare (Biden soffre sin da giovane di balbuzie). In questo frangente, uno sfiancato Joe Biden perde la pazienza.
Non un bello spettacolo per la democrazia.


Da rilevare, inoltre, come il tycoon, pur incalzato dal moderatore, non si sia dissociato dalle frange di estrema destra (gruppi violenti di suprematisti bianchi quali i Proud Boys) che in larga parte a lui si rivolgono. Trump ha cercato di risultare solenne, ma la condanna pronunciata non è risultata affatto tale: “State fermi e state pronti.  Ma vi dico una cosa: qualcuno deve fare qualcosa contro l’estrema sinistra”.

Saltato il secondo dibattito a causa delle condizioni di salute del candidato repubblicano (ammalatosi di covid), quello successivo è risultato più pacato del primo, toccando tematiche delicate quali l’assistenza sanitaria, il salario minimo, il razzismo. Non ha però spostato alcun equilibrio: in data 22 ottobre già quasi 50 milioni di elettori avevano espresso la propria preferenza via posta. Inoltre Trump, in svantaggio nei sondaggi, non ha saputo presentare una visione chiara del futuro, di come avrebbe impiegato un secondo mandato alla presidenza.
A conferma di come un demagogo conti più su una miscela di caciara e soddisfacimento degli interessi dei potenti (i ricchi), più che sul buon governo di quel popolo cui pur si proclama vicino.

Democrazia in atto: il responso delle urne

Per quel che concerne l’elezione in sé, può quasi stupire quanto sia andata tutto sommato secondo copione. Dato il risvolto epocale attribuitole, ci si poteva attendere un’ampia partecipazione della popolazione alle urne e così è stato: il 67% degli aventi diritto ha di fatto espresso la propria preferenza. Una simile affluenza non si riscontrava da circa un secolo: ad indizio di quanto la stessa cittadinanza percepisca la gravità del momento.

Stanti le defiances cui ci ha abituati Trump, ci si poteva inoltre attendere che si autoproclamasse vincitore via social. Celeberrimo è divenuto il suo twit “STOP THE COUNT”, col quale ha cercato di forzare sostenitori e media ad incoronarlo vincente; prima che il candidato democratico risalisse come previsto la china, man mano che procedevano gli spogli del voto postale.

Risultava infine decisivo per la galoppata alla Casa Bianca il risultato nel Midwest, un territorio abitato in prevalenza dal ceppo bianco-germanico predominante. Così è stato. Impoveriti dal fardello imperiale, nonché impensieriti dall’ascesa delle altre etnie nazionali, gli Stati medioccidentali sono considerati swing states cruciali. Difficilmente un candidato alla presidenza può trionfare senza assicurarsi il loro sostegno. Come compreso dalla Clinton nel 2016, quando Trump riuscì a saldare la tradizionale fiducia repubblicana espressa dal Sud al voto del Midwest, cui aveva promesso un alleggerimento dei costi della proiezione estera globale e della globalizzazione economica. Il tutto riassunto nello slogan d’origine isolazionista “America first“.

Non essendo Trump riuscito ad alleviare il malessere dell’etnia che si considera titolare del paese, a Biden è risultato bastevole sottrarre all’avversario gli Stati medioccidentali di Michigan, Wisconsin e Pennsylvania per essere proclamato vincitore il 7 novembre, proprio al termine degli spogli nella sua terra natia. Alla Pennsylvania si sarebbero poi aggiunte, a sorpresa, tradizionali roccaforti repubblicane quali l’Arizona e la Georgia, portando Biden a 306 Grandi elettori.
Gli stessi coi quali il tycoon aveva trionfato parlando di “travolgente vittoria”.

Carta di Francesca Canali
Carta di Laura Canali, tratta dall’editoriale 11/20 di Limes Tempesta sull’America.
La costa Ovest e quella nordoccidentale si confermano bastioni democratici; nel sudest la linea di demarcazione cade in corrispondenza degli ex Stati confederati, tradizionalmente repubblicani.
Sorpresa in Arizona (feudo del defunto senatore repubblicano John McCain, fiero avversario del presidente) ed in
Georgia, ex Stato schiavista oggi a maggioranza democratica grazie al massiccio voto afroamericano (la cui bassa affluenza alle urne, nel 2016, aveva contribuito alla sconfitta dem).
A tal risultato su scala federale, va aggiunta la conferma della maggioranza blu alla Camera e la pur risicata conquista del Senato (tal maggioranza è infatti un 50/50 che si posa sul voto della nuova vice-presidente Kamala Harris).

Una transizione ad ostacoli

Non si è però innalzata quell’ondata democratica che avrebbe dovuto dannare il ricordo dell’amministrazione trumpiana, quasi dovesse rappresentare una parentesi nella storia della democrazia americana e non il concretarsi di tendenze ben più radicate.
Trump è sì, per ora, stato sconfitto; ma così non è per il trumpismo. Forti di oltre 70 milioni di voti a favore, nonché di un bacino di sostenitori fanatici (vedasi i seguaci di una teoria come QAnon), la figura e la retorica di The Donald sono state tutto fuorché respinte da un’ampia fascia della cittadinanza statunitense. Le manifestazioni in favore del presidente sconfitto, susseguitesi in diversi stati dopo la proclamazione dei risultati, l’hanno testimoniato.

Ciò gli ha permesso di comportarsi alla stregua di un antipapa in una Casa Bianca che presto avrebbe pur dovuto abbandonare. Piuttosto che invitare il proprio successore a Washington, dando inizio alla transizione dei poteri, Trump ha preso ad utilizzare le prerogative presidenziali per “avvelenare i pozzi” dell’interregno (3 novembre- 20 gennaio) nei modi più disparati.

Ribadendo l’inattendibilità dei risultati elettorali, innanzitutto; ma anche ritardando l’accesso della nuova amministrazione ai fondi federali, nonché presentando ricorsi legali nelle Corti Supreme di alcuni Stati in bilico. Molti presto respinti e tutti poco fondati, però utili ad avviare recounts e prolungare i tempi: nella speranza di portare la questione dinanzi alla Corte federale. Un’ipotesi più volte invocata, prima e dopo l’elezione.
Il licenziamento di funzionari sgraditi e la concessione della grazia ad importanti amici (tra cui Bannon ed altri 142 individui di scarsa trasparenza) ricalcano una condotta da transizione ad un secondo mandato Trump, più che da un’amministrazione ad un’altra.

Le tappe formali della transizione presidenziale nella democrazia statunitense. Su tutte le soluzioni in caso di voto non ordinato, spicca il ricorso alla Corte Suprema, già risultato decisivo nel 2000 per la vittoria di Bush jr. su Gore. Proprio in vista di una simile corsa sul filo di lana, il Presidente Trump era riuscito ad assicurarsi una netta maggioranza di conservatori (6 su 9) alla Corte federale, grazie alla nomina di Coney Barrett pochi giorni prima delle elezioni.

Seppur a denti stretti, il 24 novembre Trump ha accettato di avviare la transizione, perseverando però nel non dichiararsi sconfitto. Il 14 dicembre i Grandi elettori hanno certificato la nomina di Biden, seguiti dal Congresso il mese seguente; ma il giorno 6/01/21 non verrà ricordato per quest’ultima ratifica.
Né tantomeno per la vittoria dem dei due seggi senatoriali in Georgia, che pur permetterà al partito del presidente-eletto di dettare la propria linea. Risultato sì importante, ma la strada verso un’ambiziosa agenda progressista rimane comunque in salita (per diverse materie è necessaria una super-maggioranza di 60 su 100 per procedere al voto).

Assalto a Capitol Hill

Di fatti, mentre i due rami del Congresso erano riuniti per ratificare l’elezione del nuovo presidente, una folla variopinta di trumpiani ne ha attaccato la sede nella capitale federale. Superando i blocchi ed occupando l’edificio; giungendo armati fino alle aule dov’erano riuniti i parlamentari e portando il malessere dell’America profonda nel cuore della nazione.

Le violenze sono scoppiate dopo un comizio tenuto da Trump nella stessa Washington, nel quale ha respinto ancora una volta la vittoria di Joe Biden, affermando: “Non ci arrendiamo, non concederemo mai la vittoria”. E ha chiesto al suo vice, Mike Pence, di “fare la cosa giusta”: ossia non ratificare la vittoria di Biden; per accusarlo poi di tradimento, a ratifica avvenuta.

L’assalto al Campidoglio, un unicum nei suoi due secoli di storia, ha fatto guadagnare al tycoon l’agognato traguardo di una seconda procedura d’impeachment, con la poco invidiabile accusa di “incitamento all’insurrezione”. Accusa destinata a non concretarsi. Infatti, solo 7 senatori repubblicani, in sede di voto, si sono schierati contro Trump: mal tollerato da buona parte dei colleghi, ma allo stesso tempo figura cruciale per l’avvenire del Gran Old Party. Lo stesso Pence, sempre per motivi di pura convenienza politica, ha optato per la mancata applicazione del XXV emendamento. Lanciando così il segnale che sia possibile attentare alla democrazia senza (almeno inizialmente) pagarne le conseguenze.

Non Stop News - Non Stop News: attacco al congresso USA, riapertura delle  scuole e politica in bilico - RTL 102.5 Play
Frange dell’America anti-establishment scagliate contro il palazzo il 6 gennaio 2021. L’atteggiamento morbido della polizia ha confermato il diritto della popolazione bianca ad esternare in forma violenta il proprio dissenso, un lusso a lungo finanche di recente negato alle minoranze. Peraltro, segnala le simpatie di alcuni agenti per il fronte trumpiano.

Superato lo sgomento iniziale, non è possibile archiviare tal evento previa riflessione su quel che può aver significato per la democrazia americana.
Risulta pertanto opportuno tracciare una parabola storica della democrazia negli Stati Uniti. Solo il passato, letto in funzione del presente, può aiutare a far chiarezza su quest’ultimo. Ma questo sarà argomento di un prossimo articolo.


Sitografia
https://www.limesonline.com/tag/usa-2020s
https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/weekly-focus-usa2020-25188
https://www.ilpost.it/tag/usa-2020/
https://www.internazionale.it/opinione/ida-dominijanni/2020/11/02/elezioni-stati-uniti-2020-tempesta-perfetta
https://www.internazionale.it/opinione/david-remnick/2020/11/11/comincia-era-biden?fbclid=IwAR2G86d8Fyj31w8-9OOOMoaaoY9EH-TiI5U4spAPKfLm7Er3Ey-4o4npSb


Bibliografia (utilizzata/consigliata)
Robert H. Weibe, La democrazia americana, Il Mulino 2009;
Christopher Lasch, La rivolta delle élite, Neri Pozza Editore 2017;
Eric Foner, Storia degli Stati Uniti, Donzelli Editore 2017;
Andrea Zhok, Critica della ragione liberale, Meltemi 2020.
Marco D’Eramo, Dominio. La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi, Feltrinelli Editore 2020.
Dani Rodrik, La globalizzazione intelligente, Editori Laterza 2011.

simonebertuzzi

Pubblicato da simonebertuzzi

Giovane milanese classe '96, storico per formazione (ed un giorno, ci si augura caldamente, di professione), ma grande amante dell'astronomia, della natura e degli animali. Goloso di fantascienza, letteraria più che cinematografica. Costantemente teso alla ricerca di quel qualcosa cui tutta l'umanità anela, la verità: ad essa ognuno può e deve tendere, pur sapendo che non arriverà mai a svelarne le nude membra. La scrittura, vocazione d'infelicità, serve a dar forma e senso all'arsura provocata da tal sete destinata ad esser mai soddisfatta: è in questo senso, ed in esso solo, che mi definisco scrittore per necessità, oltre che per diletto!